La vegetariana – di Han Kang

In primo piano

 

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Il romanzo della scrittrice sud-coreana Han Kang, La vegetariana, (Adelphi 2016), apparso per la prima volta nel 2007, vincitore del (meritatissimo) premio Man Booker International  Prize 2016, è da poco sugli scaffali delle librerie italiane

Misteriosa e selvatica è l’atmosfera che pervade ogni pagina di questo atipico romanzo, complice una scrittura compita e potente al tempo stesso, come i movimenti della danza butoh, fatti di forze trattenute e di esplosioni suggerite.  Protagonista è Yang-hye la tipica “acqua cheta”, piatta, dozzinale, al limite della sciatteria.  Almeno, tale ci appare nella impietosa descrizione che ne fa il marito agli esordi: donna devota al focolare, ai rituali di una vita di coppia priva di passioni,accondiscendente ed umile negli atteggiamenti, nell’abbigliamento, a parte un particolare scabroso: l’abitudine di non portare il reggiseno, unico elemento di “disturbo” di questo quadro familiare.

Ma, come ogni acqua cheta che si rispetti, Yang-hye nasconde un abisso, un sottosuolo interiore che emerge gradualmente sconvolgendo le vite di tre famiglie e la loro routine piccolo-borghese. Tutto ha inizio quando la donna decide di diventare vegetariana. É il primo stadio di una trasformazione fisica e interiore che a prima vista appare come una scelta dietetica, una moda, un diversivo salutista. In realtà, la scelta di Yeong-hye nasconde un intento ancora più drastico: diventare una pianta.

La storia di questa donna si può sintetizzare in questo processo di vegetalizzazione che coinvolgerà i familiari e coloro che appartengono alla sfera dei suoi affetti, costretti  a prendere atto di questa metamorfosi autoimposta. Da una parte, la sorella In-Hye, addolorata e impotente; dall’altra, chi la prenderà come una novità che risveglia istinti sopiti, come suo cognato, un artista in declino che ritrova nell’anima “floreale” della nuova Yeong-hye, una sensualità prorompente e inevitabile. “Sarà pazza? Malata? ” Si chiedono i familiari imperterriti. Tutti hanno un’ipotesi, una diagnosi e una cura. Ad ogni modo questa metamorfosi è il sintomo di un trauma sublimato, antiche violenze paterne che devono essere “espulse” insieme al sangue e alla carne. La psiche di Yeong-hye si trova esattamente in quel confine periclitante tra ragione e pulsione, tra reale e onirico. Le visioni che determinano la scelta vegetariana, sono popolate da corpi dilaniati, scenette truculente, sventramenti: “ho fatto un sogno” […] ho del sangue in bocca[…] mi sono ficcata in bocca quella massa cruda e rossa, l’ho sentita premere contro le gengive e il palato.” Ecco l’inizio della fine

La rinuncia della “carne” corrisponde ad un rifiuto della violenza e ad un rafforzamento dell’identità di Yeong-hye. Dicendo no alla carne, si impone come presenza che rifiuta. Questo, anzitutto sconvolge l’esistenza del gretto marito, abituato al rituale della donna servile e obbediente, e poi quella del padre, perfetta incarnazione del padre padrone uso alla violenza e alla sopraffazione. Saranno loro le prime vittime di questa “donna in rivolta” che usa il cibo come strumento di emancipazione e di manipolazione del proprio corpo. Sempre più magra ed emaciata, comincia via via ad assumere sembianze non umane: la “vegetalizzazione” è quasi completa.

Il percorso di liberazione parte dalle sovrastrutture – essere madre, donna, culturalmente connotata, socialmente accettabile-. Poi passa al corpo, non più carne, non più sangue, non più “persona”, ma soltanto pianta bisognosa di acqua e ossigeno. Il desiderio, quello di ancorarsi al bosco, alla natura, alle foglie lambite dai raggi del sole, è più violento di quanto possa sembrare. Con la sua prepotente vitalità, desidera ardentemente piantare le sue radici alla terra, diventare simbolo forte di una essenza imperturbabile, più forte dello stesso istinto di sopravvivenza. Un femminino che riemerge dalle maglie di una cultura patriarcale:

In quale altra dimensione può essere passata l’anima di Yeong-hye, dopo essersi scrollata di dosso la sua carne come un serpente che cambia la pelle? Aveva scambiato il pavimento di cemento dell’ospedale per la soffice terra dei boschi?  il suo corpo si era trasformato in un tronco robusto, con bianche radici che le spuntavano dalle mani e si ancoravano al suolo nero? Le sue gambe si erano allungate in alto, verso il cielo, mentre le braccia spingevano fino al nucleo stesso della Terra, con la schiena rigida e tesa a sostenere quella duplice crescita?

La donna- albero, è diventata un essere ad una dimensione esente da ogni responsabilità, da ogni peccato. In questo processo di “scarnificazione”, sono i “carnivori”, ad essere costretti a ripensarsi: gli sguardi maschili su di lei, quelli che l’hanno narrata nel romanzo, di colpo scompaiono, sopraffatti e storditi. Non potendo più esercitare il loro controllo, si ritrovano come anime marce, che non hanno saputo o voluto intravedere l’abisso tanto speciale di questa donna, non hanno ceduto, come dice il marito “alla tentazione di guardarsi dentro”.  Di fronte ad un albero, le vuote maschere dei suoi “cari” sono costretti a prendere atto di un mistero che sanno soltanto definire “follia”. Di fronte ad una albero, invece,  ci si dovrebbe invece inchinare, o pregare, o meditare.

La selva oscura. Dante secondo Gianni Vacchell

 

 

 

 

Le opere d’arte nascono sempre da chi ha affrontato il pericolo, da chi è arrivato  in fondo ad un’esperienza, fino al punto che nessun umano può superare .

R.M. Rilke, Lettres (1900-1911)

Da cosa è nata la passione per Dante? È stata una scelta dettata da esigenze di ricerca o da ragioni personali?

Il poeta mi ha colpito sin da bambino. Non c’è un perché, una misteriosa chiamata verso questo autore. Parafrasando le sue parole io lo considero “il mio maestro, il mio autore” nella mia pratica narrativa critica e tramite lui ho imparato a rileggere il mondo con categorie da lui mutuate ed adattandole al nostro tempo.

Su Dante esiste una mole sterminata di studi critici.  Mi sembra che gli orientamenti più recenti mirino a recuperare la fisionomia “multiculturale” dell’opera dantesca in quanto capace di convogliare istanze classiche, medievali, scientifiche, teologiche e di  trasferirle a noi lettori moderni sotto forma di messaggio vivo e interlocutorio. Accanto ai rigorosi  studi di Sapegno  di Contini  e di Santagata che hanno fatto scuola mi sembra utile citare Marcello Carlini che ha sottolineato proprio questo aspetto nei suoi studi. Qual è il tuo pensiero in proposito e il tuo metodo di indagine?

Mi interessa questo approccio multiculturale che evidenzi. Mi preme liberare Dante dall’immagine di un monolitico autore medioevale. Dante ha uno sguardo più plurale e pluralista di quanto si possa immaginare. Non esiste una sola teologia in Dante ma tante teologie. Questa operazione che non è  frutto di eclettismo ma di indagine filosofica e ontologica di altissimo genio permetteva la convivenza di San Tommaso con il suo nemico Sigieri di Brabante, quando serviva.  Ne derivava un mosaico vertiginoso, fatto di spinte e controspinte,  ma perfettamente coerente.  Un altro aspetto dell’approccio multiculturale riguarda le influenze dell’Islam e dell’ ebraismo, i “cristianesimi e i paganesimi”.

 

E chiaramente anche l’influenza della mistica che mi  sembra importante rilevare nel bagaglio culturale del poeta.

Sì, qui arriviamo ad  un punto importante della mia lettura. Uno dei tentativi è stato quello di recuperare il misticismo. Ritengo che Dante sia non solo un grande teologo. É un filosofo di  tempra assoluta- il Convivio è il primo libro di filosofia italiana- . Credo che sia anche un mistico come potrebbe essere Giovanni della Croce o come Rumi nella cultura islamica. Mentre però per questa cultura la coincidenza tra l’essere poeta e mistico è quasi naturale, nella ricezione di Dante, specie accademica, l’aspetto del misticismo è stato un po’ occultato. Per cui ritengo importante recuperare la triade uomo-mistico-poeta: leggere Dante ricordando che c’è una vicenda umana più o meno rievocata, considerare il suo misticismo come frutto di un’esperienza vissuta e trasfigurata poi in linguaggio simbolico e codificato.  Se il teologo parla di Dio da teorico, il mistico ne parla perche lo ha “esperito” o l’ha  incontrato dentro di sé, nell’ altro, nell’ amore. La parola esperienza, peraltro, è una parola che ritorna spesso nella Commedia.

Vorrei chiederti del titolo del tuo lavoro, La selva oscura (Leima Press 2018) che mi sembra interessante perché richiama un’immagine ben precisa ma allo stesso tempo ricca di suggestioni polisemiche e aperture simboliche. La lettura allegorica più accreditata che poi è divenuta anche linterpetazione “vulgata” è quella del peccato che ottenebra l’uomo e devia dal percorso virtuoso. Potremmo considerarla l’allegoria madre della Commedia ma come mi pare suggerisci tu, anche molto altro.

Secondo me la selva oscura è una delle immagini più geniali della commedia. Come dici tu la vulgata esiste e ha anche una sua utilità.

Anche didattica, se vogliamo.

Certo, anche didattica. A volte ironizzo e dico Dante era bravo con le rime, pertanto se  avesse voluto usare la parola peccato l’avrebbe usata. Selva oscura invece è un’immagine complessa: è un bosco, sogno, incubo, superfiaba, onirica, reale?. A volte ho pensato selva oscura fosse l’esilio. Ma se avesse scelto questa parola il senso sarebbe stato limitato alla propria esperienza personale. La selva oscura per me, come scrivo nel mio libro, invece può essere una grande zona d’ombra della realtà personale, uno smarrimento un caos esistenziale, una depressione. Una volta una mia studentessa che vuole il caso si chiamasse Beatrice, mi scrisse in un tema: “Per  me la selva oscura è l’anoressia e Dante mi dà la speranza di poterne uscire” e questa cosa mi commosse. E’ chiaro che dante non pensasse all’anoressia ça va sans dire, ma per lei significò questo. Vale la pena di ricordare quei famosi versi “ma per trattare del bene ch’io vi trovai e delle altre cose che io vi ho scorte”  come primo cortocircuito di un sistema complesso.

Certo, sono espressioni della presenza divina in ogni dimensione, compresa quella del male. Versi ai quali potrebbero fare da pendant “vuolsi così colà ove si puote ciò che si vuole”. I dannati e i beati ne partecipano a livelli e significati profondamente diversi. Le dimensioni etiche si confrontano pur rimanendo confinate in un sistema perfetto che è retaggio del sistema morale di stampo aristotelico.

Questo piano è presente c’è anche un inferno etico.  E questa sfera etica emerge nel politico. Dante infatti non ragione secondo la morale borghese individualista e la scelta del male ha una ricaduta sul bene comune e per Dante questo è un orrore.  L’inferno del resto è una città rovesciata, un simbolo del male incarnato nel tempo e nella società. I peccati vanno rivisitati anche sotto questa lettura comprese le allegorie iniziali, compresa la lussuria. I peccati più gravi sono infatti legati alle dimensione della collettività e della politica.

Gianni Vacchelli

Ritornando alla didattica e ai modi di restituire la Commedia a chi la studia: questo testo, cosi ricco e stratificato, si realizza soprattutto  attraverso immagini. La potenza icastica delle descrizioni dell’Inferno è tale da potere parlare di un cromatismo dantesco perfettamente desumibile da riferimenti testuali. La Commedia potrebbe essere interamente dipinta, tante e tali le suggestioni visive ma anche olfattive, uditive. Si potrebbe mappare l’intero medioevo. L’ aggettivo “atra” ad esempio ricorre con grande frequenza ed è il tono principale, insieme al rosso, dei quadri e delle scene infernali. Dante come produttore di immagini è una strada interessante da percorrere, non credi?.

Sì. Ai miei studenti dico “inventore del cinema settecento anni prima”. Questa potenza dell’immaginazione che in Dante è immaginazione creatrice intesa anche come “sesto senso”. Dante non ha solo fantasia, immaginazione una cosa più profonda. Le immagini sono anche degli archetipi.

E pertanto trascendono l’epoca in cui sno state prodotte e si rivelano anche attuali, nella loro forza simbolica.

Certo, Dante è figlio del medioevo ma un’interpretazione filologica è limitante. Io sono filologo di formazione ma convinto che Dante trascenda continuamente il suo tempo.

Come è stata concepita questa opera di genio? A proposito del modus operandi e del farsi della poiesis, è indubbio che Dante abbia costruito un’architettura formale perfetta  basandosi anche sui modelli della letteratura allegorica,  e dei poemi didascalici. Ma vi sono delle zone inspiegabili talvolta, e delle immagini che sembrano attingere da regioni che trascendono la costruzione del verso e della rima. Talvolta ad esempio Dante sembra aprirsi a delle vere e proprie visioni che potremmo definire mistiche o anche solo immaginative. Mi ha anche sempre molto incuriosito lo stratagemma del deliquio, a fare da cerniera talvolta tra un canto ed un altro. Mi fa pensare a quelle sospensioni della coscienza che  talvolta emergono dalla scrittura più di rado nella poesia  religiosa e mistica ma anche nel romanzo moderno. Non solo come topos (da Lucrezio al “Somnium Scipionis”,  fino al deliquio di Myškin in  Dostoevskij) o  stratagemma retorico  ma come una possibilità di forzare la coscienza e aprire una breccia.

 

Dante secondo me è un esploratore degli stati di coscienza. Oltre allo stato di coscienza di veglia c’è lo stato di coscienza del sonno, del sonno profondo, esiste un’oniromanzia medioevale. C’è un antico codice che mostra Dante che dorme  e accanto appare la pagina della  Divina Commedia con lo stesso Dante all’interno della selva oscura. In modo moderno potremmo dire che l’emisfero destro e l’emisfero sinistro lavorano in accordo. Questo uomo sta nella visione e anche nell’inconscio. Ragione e visione; si pensa che la mistica sia irrazionalismo. Dante non rinnega la ragione ma ci sono cose alle quali essa non arriva.

Ecco, mi pare che siamo concordi nel dire che questa è una chiave di lettura della tua “selva oscura”. Come si accorda il tema politico, così pregnante nella Commedia, con tutte le sue urgenze e contingenze, con questa dimensione che hai ben delineato?

Come ho detto prima per me si tratta di mistica politica. A partire dalla stessa selva, questa metafora racchiude il momento storico in cui il papato i comuni, guelfi e ghibellini si consumavano in un disastro politico: è un momento di traviamento umano in cui le istituzioni barcollano. La chiesa è ad Avignone, Bonifacio VIII, il Guasco, insomma Dante sta dicendo: “Il mondo sta cadendo a pezzi”. La discesa nelle tenebre del tempo nasce dalla discesa in sé, un invito a fare un cammino interiore e a calarsi dentro il tempo. Alla fine di questo cammino lui denuncia: la lupa, il veltro e il messaggio politico che coinvolge interiorità e spazio politico.

Qual è la fisionomia di Dante politico alla luce della sua visione politica? 

Nonostante sia stato considerato un reazionario di destra, per me Dante, e uso un termine non dantesco, ha una teoria critica, cioè io lo considero un francofortese ante litteram. É  già Adorno e Horkheimer prima di loro; considera il passaggio di una civiltà che diventerà borghese e mercantile e che sarà basata su principio di quantificazione) e torniamo alla lupa, alla cupiditas, al peccato dell’accumulo che contamina tutti i livelli sociali.

Per concludere:  a proposito del tema del corpo. Il fatto che Dante compia questo cammino ultramondano con il suo corpo, in carne ed ossa, in un certo senso riporta al tuo concetto di mistica vissuta e non solo “immaginata”. in un certo senso questo fa da specchio per i personaggi che via via si interrogano sulla sua sostanza e di rimando sulla propria.

Il tema del corpo, particolarmente rilevante nel Purgatorio, è molto importante. Scherzando dico: questo è lo yoga dantesco. Il corpo è talvolta opaco, si trasforma, va lavorato. Anche il tema dell’amore ne è intriso. Ad esempio io contesto la lettura di Paolo e Francesca laddove si parla di un amore per eccesso e che Dante condanni in maniera bigotta questa dimensione erotica. Leggendo i testi, e i testi parlano chiaro, ad esempio nella Vita nuova, vi è l’immagine della donna che gli mangia il cuore. Lui la vede e trema, i tre centri pancia testa e cuore sono in subbuglio. Questo aspetto pertanto va tenuto in considerazione. Quando incontra Beatrice in Paradiso, canto XXX, dice : “Conosco i segni dell’antica fiamma”, e qui è Didone che parla, emblema di un amore erotico e passionale. La visione verticalizzata di Dante va rivisitata.

 

 

 

 

Solaris, isola e memoria : un’intervista di Ivana Margarese a Viola Di Grado

 

 

Comincia a piovere, prima piano, poi forte.Pioggia con tutto il suo odore di cose vissute, l’aria che diventa un gas letale di passato che ritorna, l’alba dei ricordi viventi.

Viola Di Grado, Settanta acrilico trenta lana

Un solco buio in mezzo all’iride, uno sciame nero che freme all’improvviso e poi si spegne. I luoghi, come le persone, o ti riempiono o ti svuotano. Quel posto toglie tutto,proprio tutto, ti lascia solo pezzi d’anima, avanzi di te stesso.

Viola Di Grado, Fuoco al cielo

 

Viola Di Grado- Foto di Nerina Toci-

 

 

Sei nata a Catania e immagino avrai vissuto in Sicilia durante infanzia e adolescenza. Vorrei sapere a questo proposito che significato ha per te essere isolana e perché hai sentito a un certo punto l’esigenza di vivere altrove.

 

Sì credo che nascere e crescere in un’isola ti ponga in una dimensione diversa, di isolamento appunto, di intensità data dal non-passaggio, dalla qualità di chiusura dell’isola. Me ne sono andata perché bisogna sempre andarsene da dove si è nati, poi si può tornare, ma solo dopo aver conosciuto il resto, altrimenti è come la fiaba taoista della rana nel pozzo che ride della tartaruga che le racconta l’oceano. Ho vissuto ogni anno in un luogo diverso. Ho girato il mondo prima per i miei studi e poi grazie ai miei libri. Ma per tutto il tempo, senza rendermene conto, cercavo nell’altrove elementi che appartenevano alla mia isola: la lava, che ho cercato e amato tanto in Islanda e in Nuova Zelanda, i vulcani…Non a caso i miei due luoghi del cuore sono l’Islanda e il Giappone, due isole, entrambe piene di vulcani. Esiste un collegamento profondo, intimo, tra le isole. Jules Verne nel suo viaggio al centro della terra scriveva che si entrava da un vulcano islandese e si usciva da Stromboli. Non potrei non essere nata in un’isola.

 

Ciò che mi colpisce particolarmente nella tua scrittura è l’intensità dello stile accompagnato dalla profondità dei contenuti spesso relativi a temi come isolamento, esclusione marginalità da cui tuttavia riesci a creare un mondo una prospettiva ricca di metafore e creazioni, un non del tutto reale a metà tra poesia e disillusione.

 

Sì, mi interessa molto la condizione di isolamento e di marginalità. La vita interiore risplende quando si esiste in solitudine. In genere mi interessa tutto ciò che non viene sufficientemente illuminato. Diffido di ciò che piace, delle mode…non è vero che ogni cosa è illuminata, molte cose esistono e si spengono al buio: in Fuoco al cielo ho voluto onorare una di queste esistenze, quella di Tamara, che si sprigionano nella solitudine assoluta. Nessuno conosceva la storia di Mayak. E nessuno, a maggior ragione, la storia minuscola di Tamara che adottò un bambino diverso dalle cose del mondo.

 

Spesso nei tuoi libri ritrovo un riferimento molto forte ai colori. Mi piacerebbe una tua riflessione in tal senso.

L’aspetto visivo della scrittura è per me fondamentale. La scrittura non deve essere soffocata dalle parole, al contrario le parole devono essere strumento semi-trasparente di una trasmissione di immagini. La realtà è fatta di immagini, la parola è meravigliosa ma deve sottomettere se stessa (la sua qualità di astrazione, di pensiero puro, cieco) alla realtà.

 

Un altro rimando costante è un rimando ai fiori: fiori che vengono strappati via o calpestati, fiori che vengono tolti dalle tombe per essere portati a casa perché non servono ai morti ma più ai vivi. Ecco come mai questa attenzione verso il mondo floreale?

I fiori mi interessano moltissimo, perché sono creature vive che vengono trattate come oggetti.

Leggere il tuo ultimo romanzo, Fuoco al cielo, mi ha fatto pensare alla filmografia di Andrej Tarkoskij e mi è venuto in mente questo dialogo presente in Solaris:

Kris Kelvin: Una domanda vuol dire sempre desiderio di conoscere, e per conservare le semplici verità umane, ci vogliono i misteri; il mistero della felicità, della morte, dell’amore.

Dottor Snaut: Forse hai ragione, ma cerca di non pensarci.

Kris Kelvin: Pensare a questo è come conoscere il giorno della propria morte. L’impossibilità di sapere questa data ci rende praticamente immortali.

Molti, leggendo Fuoco al cielo hanno pensato a Tarkoskij. Il dialogo che riporti risuona molto in me. Credo profondamente nel mistero. A un certo punto del mio romanzo, Vladimir dice qualcosa tipo “ma capire è il contrario di vivere.”

Un altro regista che mi è venuto in mente leggendo Fuoco al cielo è Lars Von Trier e in particolare Le onde del destino film bellissimo e doloroso in cui si racconta anche di un invischiamento amoroso che conduce alla perdita di sé. Jan il marito di Bess in una delle scene del film dice : Che enorme potere l’amore, vero? Se morirò sarà perché l’amore non ce l’ha fatta a tenermi in vita.

Le onde del destino è un altro film che è venuto in mente a molte persone leggendo Fuoco al cielo. Ne sono felice perché è un film che amo molto. E’ verissimo che ha molte cose in comune con Fuoco al cielo: in entrambi una donna forte e considerata pazza dai più sacrifica tutto per un amore assoluto e terribile, mistico, a cui si può arrivare solo attraverso la perdita di sé, e anche attraverso una comunicazione molto personale e molto dolente con Dio.

 

L’ultima domanda che voglio farti riguarda la speranza . Mi viene in mente quanto Bioy Casares fa dire al naufrago de L’invenzione di Morel a proposito del valore dello sperare: “Forse tutta quest’igiene di non sperare è un po’ ridicola. Non sperare dalla vita, per non rischiarla; considerarsi morto, per non morire. A un tratto tutto questo mi è sembrato un letargo spaventoso, allarmante; voglio che finisca. Mi pare che nei tuoi libri nonostante sofferenza , incomprensioni , solitudini non smetta mai di far capolino la speranza” .

Sì certo, i miei libri sono pieni di speranza disperata, di luce che emerge dal buio, di vita che nasce dal veleno, e di un amore splendido e terribile che divora tutto.

Kaiser di Marco Patrone

 

Partendo dai massimi sistemi, rinnegando la consuetudine di fare una carrellata sui dettagli, constato che questo romanzo si sviluppa tra le macro categorie del talento e del mestiere. Una storia di aut-aut. Una scelta di vita morale, se vogliamo, furbesca anche.  Prima di iniziare scegli o al limite tiri i dadi: sei per l’uno o per l’altro? Successivamente passi alla seconda domanda:  “Chi è Carlos  Kaiser Henrique?”  È un impasto. Un calciatore brasiliano. Uomo reale, fittizio, maschera allegorica. E il calcio? La cornice ideale del suo dispiegamento alla vita, celebrata dalla frase manifesto:  “Sembra una storia di calcio, ma per come la devi raccontare, per farla uscire dico, gli manca una cosa che le storie di calcio  hanno,devono avere. Devono avere un perdente”.

La contromisura alla consueta esaltazione della figura del calciatore, presente nei vari memoires e biografie prezzolate, nel romanzo di Marco  Patrone  Kaiser,  edito da Arkadia editore nel 2018,  assurge a presa di posizione: chi perde può anche vincere nel variegato mondo delle glorie sportive. Questo ad un primo livello. Si sa, infatti,che i libri di calcio non parlano mai realmente di calcio. “Lo sport è il formidabile tranello che mi consente  di fingere di parlare di altro”.

Fever Pitch di Hornby è un ottimo modello a riguardo. Anche Pindaro e Leopardi videro nello sport e nelle palle rotolanti i segni di una società modello per l’uno, da sgretolare per l’altro. Per il nostro Kaiser la partita si gioca sul filo della fiction, del racconto, della narrazione di un mito moderno che pare concordato tra le forze sociali (procuratori, allenatori, squadre, pubblicità, giornalisti) ma che effettivamente è poco più che una falsa copia di  un ideale.

Questa macchina del desiderio  serve al pubblico, ai sognatori indefessi della squadra del cuore, agli scommettitori, al più a tutto quell’indotto plaudente che vive  lavora nel non-luogo dello stadio in quella perpetua illusione che lo sportivo sia ancora il semi-dio, l’eroe pindarico che innesca il sogno collettivo. Peccato che questo sogno faccia acqua da tutte le parti: donne, malavita, malaffare sono gli ingredienti di questa ricetta mediatica.  Un american dream giocato al rovescio, dove più ci arrabatta per il successo, più si scende negli abissi della propria inettitudine, fino a toccare  i gangli vitali della costruzione del Kaiser show.

C’è un grande ma.  Il disvelatore del teatrino è un giornalista, ed è a lui e alle sue abilità costruttive se questo mito prende corpo, si abbassa a parodia, si interseca con la vita,  anche con la sua, di Dosto: “Quello è Kaiser, quello sono io e miei arrovellamenti” ; ne esce un quadro forse stereotipato del calciatore brasiliano, di origini povere,  non molto dotato che tuttavia è riuscito ad imporsi furbescamente come prodotto vincente:

 

“ Loro vedevano  una palla da calcio, e dietro c’era un sogno. Io vedevo una palla da calcio e dietro c’era una macchina, una donna, un divano in pelle, un portafogli pieno. Giornalista, insegnami una parola nuova. Utilitarista. Ecco, ecco, questa è difficile davvero.  Credimi, non sono mai stato un romantico del calcio. Per me si trattava di fargli la corte come farei con una donna. Ingannarlo? Diciamo ingannarlo. Ho preso quel che ho potuto e dato quel che potuto, che non era molto”

Un’immagine del calciatore Kaiser Henrique Riposo a cui è ispirato il romanzo

Dosto, il nomignolo appioppato dai colleghi, nota forse stonata,  un omaggio (oltraggioso o superironico?)  al grande scrittore russo, –   Fëdor rimaneggiava materiali giornalistici, la similitudine più banale che mi viene in mente-  è di fatto un giornalista che cerca di risalire la china e di fare lo scoop della vita. Insicuro e indolente, cerca sempre di dire meno di quello che vorrebbe ma che una certa goffaggine intrinseca gli fa infine rivelare.Detesta François, il collega francese che gli fornisce il materiale grezzo sulla vita del Kaiser, a malapena accetta le proprie performances scrittorie, collocate strategicamente nella comfort zone della cronaca sportiva, ma con le sue stoccate di penna apre di fatto una breccia, raccontandoci il tipico psicodramma di chi ha il fuoco della scrittura  nelle vene ma per un motivo o per un altro finisce per essere Bartleby.

Da questo nodo di intrecci e piani di realtà : gli appunti di François, l’autonarrazione ridanciana di Kaiser,  con il suo linguaggio “appiattito e standardizzato”, la riscrittura del giornalista Dosto viene fuori un impiastro di verità relative e eteronome. A ciascuno la propria, di potrebbe chiosare pirandellianamente. :

“Questa è la storia di Kaiser ma è anche un po’ una MIA storia, una confessione o forse un arrovellamento, perché ho parlato di Sportswrighter, di Nothingwriter, di Nothingwriter ma ho dimenticato di dire Egowriter. Per il compiacimento, per il parlarsi addosso.  […] ed è vero che c’è Kaiser, ma è chiara la difficoltà di lasciargli proprio tutta la scena.”

Ma qualcuno si ostina a cercare una verità.  Patrone dà il tocco di giallo, giusto una pennellata:  Kaiser l’attore, la falsa promessa, il mito costruito ha in serbo uno scandalo, una storia di violenza nei confronti di una donna.  Come in ogni biografia di rock star calcistica  la vittima sacrificale  distoglie la storia dal suo binario biografico e la conduce al centro della miseria umana. Non si saprà mai se lo sportivo è turpe e macchiato del crimine;  in fondo, sembra ripetersi in un mantra pungente Dosto il giornalista, tutto fa show,  la verità è multipla:

Si potrebbe diagnosticare a Kaiser un disturbo narcisistico della personalità; ma il problema è che parrebbe che non si sia inventato niente. O meglio, ha inventato se stesso come Kaiser, e tutti (o quasi, io cerco di resistere) gli hanno creduto.

Una scrittura ad incastro, che risulta interessante e ben orchestrata nel complesso, permette a Patrone di muoversi liberamente tra frammenti di verità, mondi disconnessi che si trovano a dialogare, possibilità e probabilità di esistenze multiple all’interno di uno stesso campo di forze . La partita in campo non ha ruoli né regole, tutto si muove sul crinale della verosimiglianza e dell’artificiosità, storia e storiografia di maschere giocanti la partita della vita. Da questa incertezza morbida, “trasforma la cronaca in sociologia e sei un giornalista finito”, che non delibera né tantomeno discetta di cause ed effetti, di scelte etiche e weltanshauung, deriva una interessante prosa mista, che si  muove tra piani paralleli, ora intersecanti.

Questa,  una soluzione che diluisce la noia delle digressioni calcistiche e cattura l’attenzione verso i dettagli, le sfumature di pensiero, le minuziose analisi del sé, a tratti parossistiche, che le voci narranti intrattengono con se stesse.

Marco Patrone

Al netto delle comparazioni, questa ultima fatica letteraria sembra fluire più rapidamente del precedente romanzo (Come in una ballata di Tom Petty).  Lì una maggiore immediatezza  e un ritmo pop e giovanilistico, qui uno scorcio sulle postverità mediatiche e non e in filigrana una riflessione meta letteraria sul  ruolo dello scrittore professionista .

Dove guadagna in struttura e maturità architettonica, perde in freschezza e vitalità. A dispetto del primo è comunque un lavoro nel complesso più  muscolare nello stile , con un periodare più fluido e senza interrogazioni retoriche,  pochi ma ben definiti personaggi.  Il nostro giornalista è, alla tirata dei conti, il figlio o il fratello maggiore dell’uomo di “Tom Petty”.  Ma probabilmente questa è la sintesi e i lavori di uno scrittore non andrebbero mai soppesati nella bilancia del migliore e del peggiore. È un lavoro che certamente si accoda ad un filone “pseudo calcistico” che accomuna  scrittori come Luca Pisapia con il suo Uccidi Paul Breitner , romanzo incentrato sulle implicazioni politiche del calcio edito da Alegre e   Dalla parte del bene di Martin Fahrner edito da Keller, interessante inrteccio di storia e vissuto personale ai tempi della Primavera di Praga.

Non chioso mai con “questo libro è consigliato”, ma per diverse ragioni, spero sufficientemente illustrate,  farò un’eccezione. Anche per i non amanti del calcio, aggiungo. Resistete alla tentazione di bucare il pallone.

 

Francesca Marone “Poche rose, tanti baci”.

Poche rose tanti baci è il romanzo di esordio di Francesca Marone, edito da Castelvecchi nel 2017. La trama ruota attorno al controverso rapporto tra una donna e suo padre, ormai malato e in fin di vita. Il pericolo di indulgere a sentimentalismi è altissimo, ma Marone riesce con maestria a mantenersi in un perfetto equilibrio tra il racconto di un dolore passato e le conseguenze inevitabili sul presente. Sullo sfondo, relegato in un letto di ospedale che riproduce una di quelle immagini livide del tardo rinascimento tedesco, è stagliata la figura ingombrante del padre. Un genitore, anzi, tanto è il distacco che si sente respirare in queste pagine e che matura via via che la storia si addentra nei ricordi sbiaditi delle mancanze, delle falle di un uomo egoista, padre assente, marito fedifrago.

Eppure è lui il protagonista, l’agente della storia e il responsabile morale di un rapporto che non è mai decollato e che assomiglia ad un copione recitato con dovizia. All’attrice non protagonista, toccano le rose, surrogato stantio e stereotipato di un amore assente. Lei è Giulia, donna matura, alle prese con un matrimonio finito e un figlio adolescente, con il cuore tachicardico e la voglia di riempire una voragine esistenziale.

Il tentativo di ricostruire l’immagine di un padre perfetto è la compulsione di questa donna che si muove come un’ investigatrice alle calcagna del movente, dell’assassino e delle vittime designate. Le conseguenze del disamore saranno, in qualche modo, inevitabili e letali. Le strade del grande uomo di successo sono lastricate di gente affamata e assetata di tenerezza, una parola che non conosce albergo in questa storia, se non negli sguardi e nei gesti della figlia al capezzale di un corpo morente. Continua a leggere

Cinzia Orabona e il suo “Prospero-progetto”, due chiacchiere, un the, un’intervista

Incontro Cinzia in un pomeriggio freddo di fine Gennaio. Mi accoglie cordialmente e mi offre dell’ottimo the. Il luogo, la libreria Enoteca Prospero, parla di sè e da sè: libri e vini fanno da cornice ad un ambiente di gusto retrò, di quell’informalità naturale e senza fronzoli, che accoglie senza ostentare. Materiali e luci calde, poltrone vellutate, odori di buon cibo, un interno di casa in cui la gente si riunisce per  onorare il i vino e la sacra lettura. Genunità  e ritmo: Sì,uno strano connubio all’apparenza,  ma che ho subito modo di verificare intrattenendomi con lei in una lunga chiacchierata.

Cinzia, tu nasci libraia?

No, la mia esperienza inizialmente diverge dall’ambiente editoriale. Ho lavorato in Seat pagine gialle  per un periodo. Ho conseguito poi  un Master in management dei beni culturali e attualmente mi occupo della rete musicale siciliana, nello specifico collaboro con l’orchestra sinfonica siciliana da sei anni organizzando il concorso nazionale dei giovani talenti.

Da dove e quando parte l’idea di occuparti di libri?

Curavo un blog e occupandomi di musica ho pensato di unire le due passioni. Poi è nato “Prospero”. Peraltro credo che oggi una libreria non debba limitarti alla sola proposta di vendita e promozione del libri, ma che sia utile offrire anche altre forme di intrattenimento dall’aperitivo al bicchiere di vino, alla musica.

La libreria è molto attiva anche dal punto d vista dell’organizzazione degli eventi, come ho visto. Sono iniziative eterogenee che comprendono anche un’interessante offerta musicale.

Sì, ho organizzato svariati eventi . Uno a cui tengo è quello dedicato alle guide turistiche, il martedi.

Di cosa si tratta? spiega nel dettaglio

 Metto a disposizione più dii cento testi in consultazione gratuita, senza obbligo di consumazione e fino alle 19:00, l’orario in cui inizia la serata

Passiaamo alla scelta del nome: Prospero,il  principe mago della  celebre commedia shakespeariana, un personaggio tanto istrionico quanto misterioso; ha un significato particolare per te?

É un personaggio bellissimo ed è stato il primo a cui ho pensato;  io desideravo un nome italiano senza cedere alla moda  anglofona dei nomi da coffee bar, wine bar; mi sono confrontata con i miei soci e infine abbiamo optato per questo.

 

Di questo posto mi colpisce la collocazione dei libri: una libreria minimale dove i testi vengono suddivisi per “generi”, anche se forse la definizione classica di genere  non è la più adatta.  Mi sembra che questi post it  sparsi lungo gli scaffali siano piuttosto degli indizi di una mappa che il lettore può costruirsi da sè e che tu stessa abbia costruito in base a delle suggestioni personali.

É uno schema mobile che cambio continuamente. Libri che si aggiungono, che cambiano disposizione, ho iniziato con quaranta editori, adesso sono a quota quarantasei e ne aspetto ancora altri. Sono tutti editori indipendenti con cui mi relaziono personalmente, tengo a dare visibilità a chi non ne ha ne ha nella grande distribuzione . Ho poi l’esclusiva per alcune case editrici che a Palermo non erano ancora arrivate come Effequ, Gorilla sapiens.

 Mi piace questa tua scelta, consapevole del fatto che ci sono dei gioielli che vengono fuori dalle piccole case editrici. Vuoi fare qualche altro esempio di casa editrice che hai in casa e o prossima ad arrivare? Continua a leggere

L’elegia della città in salsa distopica: Brasilia di Franz Krauspenhaar

Brasilia, una  delle metropoli più vaste del mondo, vista dall’ alto somiglia ad un mega aeroplano. Questa originale morfologia reca il segno dell’ utopia modernista (e funzionalista) che Niemeyer e Costa, i grandi architetti che crearono la città, vollero imprimerle. Gli angoli e gli spigoli non esistono: solo forme sinuose, curve, morbidezze. Una visione figlia dell’umanesimo lecorbuseriano ha modellato di fatto, secondo una lettura a la Lefebvre, i tre livelli dell’organizzazione spaziale: lo spazio vissuto è quello che ci interessa maggiormente in questa disamina. Brasilia infatti è una città dove non la gente non brulica nelle strade, come accade di solito nelle metropoli del mondo.Gli spazi sono aperti, gli edifici sorretti da colonne.

A Brasilia si respira un sogno utopico: quello di condividere lo spazio senza inutili impedimenti.Creata per l’uomo, in realtà è una città costruita per le macchine. Gli uomini, in questo spazio irreale, si aggirano come  fantasmi. Un sogno infranto in uno scenario che evoca esso stesso il sogno.

©2010 Joana França

Questo perimetro urbano è il campo delle azioni e dei desideri dei personaggi del romanzo  di Franz Krauspenhaar, “Brasilia” (CASTELVECCHI 2018) .Il titolo è un  elemento che lascia presupporre l’ambiente urbano  come scenario interiore delle vicende umane, secondo la nota omologia uomo/città, topos peraltro presente in  gran parte della letteratura moderna e postmoderna. Di fatto la struttura di ogni città quindi anche di  Brasilia, è visibile soltanto se vista dall’alto, quando ciò accade è un’esperienza di ampliamento  della conoscenza prima che estetica. Quel desiderio di andare oltre che spinse Dalì a dipingere dall’alto Cristo, quasi a volere affermare “ io sono Dio, io sono il creatore”, è lo stesso che imprime il movimento al racconto di “Brasilia”. Non è un caso che al centro della vicenda vi sia il tentativo dicotomico di sostituirsi a Dio diventando Dio e  al contempo di ancorarsi alla fede, approcciata attraverso una conversione forzata, forse non del tutto autentica,incompleta e imperfetta ma sicuramente vissuta con un anelito spirituale. Senza anticipare, ecco come si presenta la città: Continua a leggere

Ho messo in croce il “crociano”. Intervista al filosofo Francesco Postorino

Ciao Francesco, partiamo da te e dai tuoi studi: l’idealismo, Croce, de Ruggiero, Antoni, Calogero e Capitini. Come si  può confrontare oggi, un pensiero “essenzialista”, che usa un bagaglio concettuale e linguistico che ruota attorno a “idea” “spirito”, “assoluto” con un mondo figlio del decostruzionismo, del palcoscenico virtuale e dell’immagine satura e dittatoriale che ci serve per affrontare la paura dell’assenza, per  dirla con Baudrillard?

  A differenza di alcuni studiosi credo sia possibile azzardare un confronto. Dirò di più. Trovo un fil rouge che tende ad accostare due visioni del mondo opposte: l’idealismo del secolo scorso e i tempi strani di oggi. Non mi riferisco all’intera e variegata famiglia del neoidealismo italiano, ma soltanto allo storicismo immanentistico di Croce. Forse sarò il solo a pensarlo, eppure sono dell’avviso che la sua accanita celebrazione della storia, e in particolare l’idea che tutto sia rinchiuso nell’universo del qui, abbia provocato gravi effetti, molti dei quali si svelano dinanzi ai nostri occhi. Non voglio addossare stupide colpe alla nobile figura di Croce e non mi importa ripetere in proposito frasi da avvocato difensore o da sostituto procuratore; tuttavia, il suo registro speculativo non è immune da un vizio sempre più nitido, che dovrebbe a dir poco preoccupare quei pochi «pazzi» che ancora balbettano la dimensione spirituale dell’uomo.

Quale vizio?

  Il vizietto, appunto, dello storicismo assoluto. Molti mi accusano di essere un utopico, un sognatore e avversario della realtà. Per fortuna posso rifugiarmi in uomini di pensiero e indirizzi di studio che hanno saputo attribuire una sobria importanza alla realtà. Voglio essere più preciso. Quando pensiamo al de Ruggiero maturo – di cui ricordo la seconda edizione de Il ritorno alla ragione, a cura mia e di Francesco Mancuso (Rubbettino 2018)−, o al neogiusnaturalismo di Antoni, alla filosofia personalistica di Calogero, o ancora all’approccio religioso di Capitini, si può osservare una suggestiva tensione tra la storia e l’eterno. Con un occhio, infatti, questi filosofi penetravano nella dura realtà, ma con l’altro non perdevano di vista il vocabolario del Sollen, il profilo dell’essenza, il ‘tu devi’. Questa calda frattura tra il qui e l’altrove non è accettabile da chi, come Croce, non mette in discussione i pilastri dell’hegelismo. Non resta che riconoscere istituzionalmente quell’evento che permette un incontro (senza residui) tra fatti e valori. In questo itinerario, il valore cammina gravemente in simbiosi con ciò che chiamo la «prima vita», il «primo orizzonte», il «primo senso» consumato nello spettacolo variopinto del divenire. Croce insomma ha trovato la verità, ed è il continuo accadimento di una storia gettata.

Trovi quindi un sottile legame tra il suo storicismo assoluto, maturato tra otto-novecento, e ciò che si propone in questa epoca?

 Vorrei provare un ragionamento. Croce crede in dio. Solo che il suo dio non ha il volto di Gesù e neppure quello del tu o della comparsa scoperta a frugare nell’immondizia; ma assume le sembianze del divenire. Il dio di Croce rischia di annullarsi in una storia che non può essere frenata e neppure accarezzata dallo sguardo dell’incontrovertibile, da un autentico Assoluto che, in quanto tale, dovrebbe mantenere un briciolo di trascendenza al fine di non annegare nel Gott ist tot. Ecco perché vedo una piccolissima familiarità con il nichilismo di Nietzsche o con la peculiare ontologia di Heidegger. In entrambe le direzioni, infatti, si chiudono i ponti con l’immensamente altro e si premiano le sirene del nulla. Se lo storicismo crociano giocava in maniera controversa con l’essenza delle quattro categorie e dunque riconosceva, perlomeno sul piano formale, il valore dell’imperituro – le dimensioni dell’arte, della logica, dell’utile e della morale −, adesso è venuto meno anche questo limite. L’immanentismo crociano si traduce in una giostra cinica dove la scimmia di Nietzsche recita il Sì deresponsabilizzante in una «ruota ruotante da sola»; l’eternità spirituale del divenire viene presa in ostaggio dall’«ultimo uomo» che violenta le radici di dio. Il processo è inarrestabile. Così si giunge al virtuale che disorienta sia il reale sia il sovrasensibile. Vi è infatti una distanza siderale tra il cielo platonico dell’Iperuranio e i meccanismi perversi che attualmente abitano «un mondo dietro il mondo». Fin quando si rimane nello scenario della «prima vita», tutto vale il contrario di tutto. La nostra epoca è segnata da una involontaria alleanza tra gli ultimi epigoni di un puro storicismo e i raffinati intellettuali del nichilismo, il cui prodotto è la notte.

Continuando con il tema delle immagini e del loro rapporto con la parola; mi sembra che questo sia il banco di prova su cui si confrontano oggi le discipline umanistiche, il pensiero scientifico e filosofico. Nonostante il proliferare incontrastato di immagini, mi sembra che vi siano ancora delle zone inesplorate che ancora richiedano una analisi e una risposta forse psicologica prima che ancora filosofica. Ti cito tre immagini molto iconiche e rappresentative dei nostri tempi: 1) la celebre foto dell’“hooded man”, 2) l’uomo avvolto nelle fasce dopo la tragica vicenda dell’11 Settembre; 3) la salma del bambino siriano abbandonata sulla spiaggia, dopo l’esodo della popolazionein fuga dalla guerra. Credi che queste immagini ci espongano al disagio di non saper affrontare l’orrore o che vi sia la necessità di affrontare le conseguenze etiche prima che emotive delle immagini con cui ci relazioniamo? Manca, forse, una grammatica e una sintassi per dare un senso a tutto ciò? Continua a leggere

Luca Ricci- I difetti fondamentali-

 

Leggere “ I difetti fondamentali” (Rizzoli 2017) di Luca Ricci è un’esperienza voyeuristica, letterariamente parlando. Entri dalla porta del retro, guardi i resti di una notte ubriaca, osservi di soppiatto e chiaramente dal buco della serratura il bagno appena usato e poi ti fiondi nel luogo sovrano dell’intimità, la cesta degli abiti sporchi, dove tutto è intriso di umori, odori, macchie, che a nessuno vorremmo mai mostrare.  La casa in questione è principalmente quella degli scrittori, o dello scrittore per meglio circoscrivere una tipologia.

Uno sguardo dal basso, istintuale e carnevalesco ci intrattiene in questi quadri di personalità, racchiusi dentro la cornice dei difetti fondamentali, cioè tic, manie ossessioni  e retrobottega delle ingegnose menti poetiche degli scrittori e di chi lavora a vario titolo all’interno del mondo editoriale: editori, agenti, librai, critici, bibliofili, correttori di bozze. E dallo sgabuzzino della torre d’avorio si accede in tutte le stanze nascoste, in letti disfatti di matrimoni insensati, in camere che evocano ricordi sgradevoli, (L’affittacamere) ; ci si imbatte nell’uomo alle prese con le miserie del suo passato, barricato in casa, che non vuole cedere alle blandizie del realismo (Il solitario)  o in scene da Trimalchione che invece sono soltanto la cerimonia di premiazione del prestigioso premio letterario, dove trucco e parrucco valgono più della quarte di copertina e i retro pensieri sono  più perversi di qualsiasi plot narrativo. (Lo stregato).

Tolti gli abiti dell’atto creativo, cosa rimane in definitiva della scrittura se non privarsi dell’intimo della retorica e presentarsi nuda e cruda agli occhi del lettore, come narrazione edulcorata di due elementi fondamentali? L’amore, nelle sue sfaccettature molteplici, e la morte, due poli in costante dialogo, spesso travestiti l’uno dell’altro.  La vita, in fondo, è ciò che accade mentre si sta scrivendo, lo scrittore è colui il quale si arrabatta per trovare la scintilla dentro l’ovvietà.

Ne vengono fuori dei ritratti tipologici che hanno come protagonista chi vede nella scrittura il suo completamento erotico/metafisico, raggiungimento di quella meta che dovrebbe finalmente consegnarlo alla memoria dei posteri. Peccato che ciò non accada quasi mai, come nel  caso del sempiterno aspirante scrittore che tortura l’editore con la sua questua petulante (Il rifiutato), amara vicenda di un uomo alle prese con le scadenze della vita e quelle imposte da  un editore cinico ma non del tutto.  O ancora nel racconto/metafora sull’arte dello scrivere – e sulle nevrosi inevitabili del creativo, – una sorta di petting eccitatorio che non trova mai esito nel risultato definitivo ( L’eccitato):

L’eccitazione si acutizza nelle difficoltà, cerca un impedimento qualsiasi per ritardare l’attimo in cui si trasformerà suo malgrado in piacere. L’eccitazione non vuole iniziare, si pasce nelle premesse, e trova volgare tutto quanto abbia un seguito, una realizzazione fisica piena. Preferisce crogiolarsi nell’idea”

Credo che il quid distintivo di ogni racconto sia  proprio quella concentrazione “retorica” di cui è composto che, a differenza del romanzo, non può disperdersi nei tropi e nelle dinamiche delle dilatazioni o restrizioni temporali, ma diventa l’essenza stessa del ductus narrativo; è lo stesso personaggio chiave ad essere uno strumento, a dettare il ritmo e le metafore, il senso e il suo dispiegamento. Le briciole di senso, quelli che in una lunga narrazione sarebbero gli scarti, insomma fanno la pagnotta e non viceversa. Così nel primo racconto ad esempio, il rothiano, il personaggio a cui è dedicato il racconto, tipico professore viveur che vive di glorie accademiche e conquiste erotiche, si scontra con la sua essenza tipologica cioè la menzogna che è la cifra di ogni rothiano che non sia Roth in persona; una macchietta, in definitiva, che viene svelato da un suo epigono mal riuscito, uno studente che tenta l’emulazione ma che è già una cellula impazzita del sistema perché ne ha capito i meccanismi interni:

Dicevo solenne: “Lo straniero di Camus è un libro nichilista, eccetto che per l’ultima frase, quella in cui il protagonista si apre alla dolce indifferenza del mondo”. Ma a quella ipotesi non seguiva alcuna presa di posizione o disamina supplementare. […] Quel silenzio cadeva solo su di me . Perché invece tra loro continuavano a parlare, a dibattere, ad animarsi. Le dinamiche della Cricca erano rimaste le stesse di prima, tranne che per un unico dettaglio: io non ne facevo  più parte.

D’altro canto c’è lo scrittore “morto” immerso ormai nella tanatosfera di glorie passate, o di sperati ricongiungimenti con il fulgido mondo editoriale, o nella volontà di volersi rivalere sulla giovane scrittrice inesperta, donna magari migliore di lui ma non abbastanza educata a credere in se stessa, come nel racconto del “pigmalione” Giorgio Gamba e di Olga Merlin, unica donna scrittrice nel libro, tragicamente destinata a foraggiare i piccioni dopo una vita passata ad inseguire un sogno fallace ad adorare lui “il critico letterario” un po’ macho un po’ maniaco, ma, in definitiva, insicuro. (La canonizzata):

Era una di quelle donne sole che danno da mangiare ai piccioni del parco, talmente abbrutita da risultare più vecchia della sua età, e comunque sempre sciatta, in disordine […] Tirava in aria le molliche come fossero coriandoli tristi, anche per ore anche per giorni. […] Difficile riconoscerla adesso, ma quella era Olga Merlin, la scrittrice. Per un certo lasso di tempo il suo nome aveva riempito le terze pagine dei quotidiani e scandito, come si suol dire, l’agenda mondana della cultura italiana.

 

Se potessimo utilizzare i racconti di Ricci come pezzi di puzzle potremmo sicuramente ricreare una sorta di scrittore/leviatano, un ritratto fatto di tutte le piccolezze e “coglionerie” (come più volte ribadito dall’autore) della vita quotidiana di chi crea mondi altri perché questo in fondo non gli è bastevole. E cosa c’è di più veritiero di un ritratto morale che contempli soprattutto i difetti anziché le trite virtù?: solitario, velleitario, invidioso folle, adultero.

Vizi morali ma anche letterari s’intende, perché il sarcasmo si snocciola anche su quella catena di montaggio  a cui ogni scrittore che possa definirsi tale deve necessariamente adattarsi: l’editore da inseguire, da corteggiare, il rutilante premio letterario, il libro da promuovere,  la gogna dei critici, e poi o la polvere o l’altare. Paesaggio, ritmo e sarcasmo impietoso nel ritratto dei tipi umani sono le caratteristiche peculiari: splendidi scorci romani incorniciano le vite affannate di chi vuole emergere e acquisire il patentino di operatore dell’editoria e nessuno, in questa scalata viene risparmiato dall’avidità, dalla meschinità, e dal narcisismo, principe dei difetti.

Ad un certo punto pare che vi si stia materializzando davanti: “il classico intellettuale engagé tutto pizzetto, pipa e servilismo nei confronti dei suoi totem culturali e protettori politici” ed è il punto di non ritorno, in cui capisci che sei ormai dentro al meccanismo malato anche tu che sei lettore e consumatore (più o meno consapevole) dei “prodotti” -leggi libri- propinati.

Stilisticamente, Ricci restituisce la sensazione dello “scrittore della porta accanto”,  tra i pochi che possa osare iuncturae ardite senza battere ciglio. (Lui, noi che leggiamo ne battiamo anche due),come una citazione colta associata ad un’immagine kitsch, o aperture liriche immediatamente arrestate sulle miserevoli scene delle debolezze dei sensi (prevalentemente erotiche) che costellano le vite di ogni personaggio.

Uno stile “piano” per usare un termine ormai in disuso, puntellato e ricercatezze che non esondano lasciando spazio alla storia di dipanarsi, e lasciando respirare noi lettori abituati alle piroette sintattiche degli sperimentatori o alle asciuttezze alla Carver fin troppo abusate (per rimanere in tema racconto).

Sul racconto che tanto si è detto e di cui Ricci in prima persona si è occupato anche da un punto divisa critico e metodologico, non aggiungo altro, se non che esso richiede, nella struttura, tanta perizia e studio.  Niente sbavature, orpelli o calembour. E in questo Ricci è un auriga che tiene a bada il senso globale, il messaggio, lo stile, il personaggio, facendone quell’entità monade che è un racconto comme il faut. In questo libro è presente anche questo tipo di riflessione, di racconto del racconto se vogliamo, che lo rende piacevolmente eccentrico rispetto alle consuete situazioni narrative.

Alla fine è lo “scrittore” di Ricci, senza la maschera, perché scrittore o lo sei o non lo sei. E se lo sei, sarai pieno di difetti e magari dormirai in quel letto bianco senza lenzuola e senza idee, quel letto di Virginia Woolf  ritratta da  Annie Leibovitz, dove a volte è necessario dormire.

 

La mia Dakar di Jean- Baptiste Leccia

Stato

La letteratura postcoloniale per sua natura non può essere stabile e sedentaria. É la letteratura dei migranti, della diaspora e dei cambiamenti instabili. Deve muoversi, aggirare gli ostacoli e proporsi alla gente. Muoversi nello spazio liscio degli “affetti”, come lo chiamaDeleuze. E se trovate i libri di MODU MODU, sappiate che essa è una realtà editoriale delle più squisitamente alternative che abbiate mai potuto conoscere. Perchè è prettamente nomade, non ha casa, sede, ma solo persone che si autoproducono e si gettano nella mischia delle folle urbane per fare conoscere piccoli gioielli come le poesie dei cantori africani o questo romanzo che ho comprato da un uomo di cui non ricordo il nome. Il suo titolo La mia Dakar di cui pubblico un estratto e di cui non vedo l’ora di parlare. A voi lascio una piccola raccomandazione, se vi viene incontro un ometto con tanti libri in spalla e in mano, accoglietelo e comprate i suoi libri.
 
“Lasciammo Settat l’indomani mattina di buon’ora per Marrakech. Ci sarei tornato soltanto trentacinque anni dopo, nel corso di un viaggio con i miei studenti della Scuola di Architettura di Marsiglia, e ci avrei trovato una città metamorfosata- intendo dire sfigurata- […] grandi spazi urbani hanno avuto il sopravvento sulle stradine commerciali e sulla piazza del mercato; non ci sono più nè la mia scuola nè i giardini pubblici e neppure la chiesa in cui sono stato battezzato a un anno meno diciassette giorni il 12 Giugno 1944, non c’è la merceria di madame Paillè; la mia casa natale e il “deposito” sono stati rasi al suolo.”

Y.A. Young adult a chi? – Il sogno di Anna-

Partiamo dalle definizioni, così per semplificare il discorso: Young adult, nuova etichetta sociologico-editoriale per definire quella fascia di lettori che si collocano tra l’età dell’ infanzia e quella adulta, in quel “in-between” dell’adolescenza, l’età di mezzo, la terra del né carne né pesce, dell’indefinitezza e dell’irrequietudine. Almeno, così ce lo prefiguravamo prima che la fucina anglosassone coniasse il neologismo young adult, cioè letteralmente giovane adulto, che ha sostituito il nostro vivace “adolescente” che con la sfumatura incoativa rendeva più efficacemente questa idea dell’eterno movimento dei giovani (quasi sempre mai) adulti. Lì invece a diciott’anni fuori di caso e pertanto young adult , giovani adulti e voraci lettori di libri a loro appositamente dedicati e confezionati.

Nati sulla scia del romanzo di formazione, di cui conservano solo un blando canovaccio, questi romanzi si articolano principalmente su tre tematiche:  sentimenti fortemente edulcorati, storie strappalacrime e amori contrastati. Le ambientazioni possono variare: da quella familiare a realtà distopiche o vampiresche al più rodato genere fantasy. Mi è sembrato interessante effettuare una sorta di ricerca sul campo e chiedere ai diretti interessati quali fossero le letture preferite e sondare le possibili motivazioni a monte di tale scelta.

 

Da docente sono stata enormemente facilitata e ho sottoposto i miei alunni ad un piccolo test: sono venuti fuori dei titoli, ricorrenti: Colpa delle stelle Di John Green (Rizzoli 2014)   e Io prima di te (e il seguito Io dopo di te) [ci chiediamo che fine abbia fatto “Io durante te”]  di Jojo Moyes,  (Mondadori 2016 ), che per taluni sfora nel genere chick-lit, ma a mio parere più centrato sul gusto adolescenziale.

Le reazioni a questo tipo di letture sono state piuttosto emotive, com’è forse giusto e come è legittimo scopo di questo tipo di prodotti letterari. Le trame spingono molto sulla lacrima indotta: due adolescenti malati di cancro che si affezionano l’un l’altro. Lui è terminale, alla fine muore. Una ventiseienne perde il lavoro e si trova a lavorare presso una famiglia per badare ad un ragazzo che si trova sulla sedia a rotelle in seguito ad un incidente. Lui è ricco e bello e lei un po’ sfigata. Tra i due, neanche a dirlo, nasce l’amore. Si affronterà anche l’argomento eutanasia.

Mi sembra che tutta questa emotività “facile” perché ottenuta toccando le corde dell’abbandono, della fine, ma sia ben chiaro, in una prospettiva orizzontale, sia in fin dei conti un escamotage per non entrare nel mondo degli adolescenti ma per cavalcarne le ondate emozionali. Il risultato credo si possa riassumere in un’ empatia di superficie o “acatartica”, se vogliamo citare (in senso oppositivo)  l’espressione aristotelica come  cartina di tornasole per la mimesi delle emozioni così tanto preponderante nello young adult. Questa bulimia emotiva determina, come per qualsiasi tipo di sovrabbondanza, un indebolimento gnoseologico ed esperienziale, o per lo meno un’esperienza di lettura che va nella direzione opposta di quella che dovrebbe fornire un genere appositamente pensato per gli adolescenti. Se pensiamo quanto la lettura abbia un’importanza formativa in questo periodo della vita in cui si formano le impalcature non solo emotive chiaramente ma, mi si passi il termine, ideologiche, culturali, di pensiero in definitiva, la scelta di un libro piuttosto che un altro non appare così innocua e scevra di conseguenze. In altre parole, non è fornendo una tragedia prêt-à porter che si fanno dei buoni prodotti letterari. Furbi, sì e anche in area di best- seller, ma questo è ben altro discorso.

Caso vuole che io ascolti un’ottima intervista di una scrittrice che ha dato proprio recentemente alla luce un romanzo young-adult : lei è Lucia Tilde Ingrosso e il romanzo porta il titolo: Il sogno di Anna (Feltrinelli 2016).  Non scorgo né vampiri né malati terminali, né tantomeno disastri millenaristici, per cui decido di leggerlo per sconfessare la mia avversità verso il genere.

Il romanzo è incentrato su un assioma fondamentale: che l’età dell’adolescenza riservi altro che non siano lamentele e crisi; ci si può anche dedicare ad un progetto, un’idea, a coltivare le proprie ambizioni e talenti. Tutto questo mantenendo gli anfibi, i primi amori e gli scorni con i genitori. La protagonista Anna è una ragazzina di Milano che  si barcamena tra  gli impegni scolastici, una famiglia incrinata da crisi genitoriali, il “moroso”  e  una passione che germina all’improvviso grazie ad un corso di giornalismo tenuto da un simpatico e brillante professore.

Da lì in poi è un susseguirsi di situazioni che in un certo senso mettono alla prova questa passione e le permettono di agire secondo i precetti del giornalismo d’inchiesta: una piccolo giallo di paese, una torbida storia di detto e non detto e il mistero di un concorso di canto truccato. Piccole prove per una piccola aspirante giornalista che come modello di riferimento si ritrova niente poco di meno che Anna Politovskaja, nota reporter  russa attiva nel campo dei diritti umani e per i suoi reportage sulla guerra Cecenia e brutalmente uccisa per le sue posizioni politicamente scomode. Il tutto, naturalmente espresso con un linguaggio aderente all’età dei personaggi , ma senza esagerare con espressioni gergali che in questo contesto narrativo, potrebbero risultare stucchevoli e fittizi.

Questo romanzo contiene molte cose interessanti: innanzitutto non si piangono lacrime facili (vedi sopra) e poi mi sembra che abbracci una visione “performativa” per citare un  termine che nella vulgata  abbraccia un vasto campo semantico e che mi sembra utile qui circoscrivere brevemente. Le teoria del performativo parte dalla teoria linguistica di (J. Austin ) e si è espanso anche a campi della filosofia, delle teorie culturaliste, etc. In breve esso descrive in termini linguistici la differenza tra tra la dimensione constativa (enuncio, constato  e descrivo un fatto)  tipica, se vogliamo dell’adolescenze e delle derive post adolescenziali e  quella performativa, cioè del coinvolgimento personale, della parola che si performa in atto,  si presume di una personalità più adulta. Mi pare interessante da utilizzare come punto di partenza per la decodifica di una soggettività che nel romanzo è ben delineata proprio nel personaggio di Anna; lei incarna questo passaggio dell’azione o agency come direbbero ancora gli inglesi. Tradotto i termini narrativi Anna realizza, sulla scia di un grande modello, la sua aspirazione mettendola in pratica. Performa i suoi desideri  nella realtà, inverandoli in azioni ben precise e sequenziali.

L’autrice di questo libro credo abbia abbracciato in pieno questo seconda prospettiva nel creare un giovane personaggio e i fatti che compongono il suo vissuto. Anna, adolescente come tante altre, decide di “abbracciare” un’idea, di cucirsela addosso e di diventare in un certo senso il modello  di adolescente impegnata  con comportamenti concreti e fattivi

Che cosa ho imparato

Se sei coinvolto, può essere difficile raccontare le cose. Un buon giornalista è colui che sa prendere le distanze . Non ci sono tragedie più importanti di altre , morti di serie A e di serie B. “Descrivi quello che vedi,metti insieme i fatti e analizzali” Anna Politovskaja.

La performatività non si esaurisce qui. Riguarda  anche l’intento di creare un metatesto sulla scrittura giornalistica ( l’autrice è anche giornalista, mi pare utile ricordarlo) che puntella ogni fine capitolo come se fosse un taccuino di appunti del giornalista che si forma e si esercita; e poi,dalle parole del professore di giornalismo che evidentemente si fa portavoce del suo punto di vista, quando impartisce dei veri e propri consigli pratici sulla realizzazione dell’articolo di giornale dalle tecniche di comunicazione allo stile. Se  a prima vista questo approccio può apparire come una semplice semplificazione, provate a spiegare ad un’adolescente, e qui entra in campo anche la didattica, a realizzare un testo giornalistico. Tirando le somme, ne viene fuori un bel decalogo semplificato di regole fondamentali:

E’ ora il momento di parlare di uno degli elementi più insidiosi del discorso: l’aggettivo. Come diceva lo scrittore americano Mark Twain: in caso di dubbio, togliere. Un altro scrittore francese dell’Ottocento, Charles Daudet, sosteneva che gli aggettivi devono essere amanti dei sostantivi, mai coniugi legittimi.

Anche nella conclusione, che non svelo, per lasciare al giovane lettore e non solo il piacere di scoprirlo, emerge il taglio originale, secco, asciutto e propositivo al tempo stesso.Se consiglio questo libro? Certamente, per i detrattori del genere che magari si sconfessano e per gli adolescenti in cerca di cose da performare, abbandonati i piagnistei.