La vegetariana – di Han Kang

In primo piano

 

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Il romanzo della scrittrice sud-coreana Han Kang, La vegetariana, (Adelphi 2016), apparso per la prima volta nel 2007, vincitore del (meritatissimo) premio Man Booker International  Prize 2016, è da poco sugli scaffali delle librerie italiane

Misteriosa e selvatica è l’atmosfera che pervade ogni pagina di questo atipico romanzo, complice una scrittura compita e potente al tempo stesso, come i movimenti della danza butoh, fatti di forze trattenute e di esplosioni suggerite.  Protagonista è Yang-hye la tipica “acqua cheta”, piatta, dozzinale, al limite della sciatteria.  Almeno, tale ci appare nella impietosa descrizione che ne fa il marito agli esordi: donna devota al focolare, ai rituali di una vita di coppia priva di passioni,accondiscendente ed umile negli atteggiamenti, nell’abbigliamento, a parte un particolare scabroso: l’abitudine di non portare il reggiseno, unico elemento di “disturbo” di questo quadro familiare.

Ma, come ogni acqua cheta che si rispetti, Yang-hye nasconde un abisso, un sottosuolo interiore che emerge gradualmente sconvolgendo le vite di tre famiglie e la loro routine piccolo-borghese. Tutto ha inizio quando la donna decide di diventare vegetariana. É il primo stadio di una trasformazione fisica e interiore che a prima vista appare come una scelta dietetica, una moda, un diversivo salutista. In realtà, la scelta di Yeong-hye nasconde un intento ancora più drastico: diventare una pianta.

La storia di questa donna si può sintetizzare in questo processo di vegetalizzazione che coinvolgerà i familiari e coloro che appartengono alla sfera dei suoi affetti, costretti  a prendere atto di questa metamorfosi autoimposta. Da una parte, la sorella In-Hye, addolorata e impotente; dall’altra, chi la prenderà come una novità che risveglia istinti sopiti, come suo cognato, un artista in declino che ritrova nell’anima “floreale” della nuova Yeong-hye, una sensualità prorompente e inevitabile. “Sarà pazza? Malata? ” Si chiedono i familiari imperterriti. Tutti hanno un’ipotesi, una diagnosi e una cura. Ad ogni modo questa metamorfosi è il sintomo di un trauma sublimato, antiche violenze paterne che devono essere “espulse” insieme al sangue e alla carne. La psiche di Yeong-hye si trova esattamente in quel confine periclitante tra ragione e pulsione, tra reale e onirico. Le visioni che determinano la scelta vegetariana, sono popolate da corpi dilaniati, scenette truculente, sventramenti: “ho fatto un sogno” […] ho del sangue in bocca[…] mi sono ficcata in bocca quella massa cruda e rossa, l’ho sentita premere contro le gengive e il palato.” Ecco l’inizio della fine

La rinuncia della “carne” corrisponde ad un rifiuto della violenza e ad un rafforzamento dell’identità di Yeong-hye. Dicendo no alla carne, si impone come presenza che rifiuta. Questo, anzitutto sconvolge l’esistenza del gretto marito, abituato al rituale della donna servile e obbediente, e poi quella del padre, perfetta incarnazione del padre padrone uso alla violenza e alla sopraffazione. Saranno loro le prime vittime di questa “donna in rivolta” che usa il cibo come strumento di emancipazione e di manipolazione del proprio corpo. Sempre più magra ed emaciata, comincia via via ad assumere sembianze non umane: la “vegetalizzazione” è quasi completa.

Il percorso di liberazione parte dalle sovrastrutture – essere madre, donna, culturalmente connotata, socialmente accettabile-. Poi passa al corpo, non più carne, non più sangue, non più “persona”, ma soltanto pianta bisognosa di acqua e ossigeno. Il desiderio, quello di ancorarsi al bosco, alla natura, alle foglie lambite dai raggi del sole, è più violento di quanto possa sembrare. Con la sua prepotente vitalità, desidera ardentemente piantare le sue radici alla terra, diventare simbolo forte di una essenza imperturbabile, più forte dello stesso istinto di sopravvivenza. Un femminino che riemerge dalle maglie di una cultura patriarcale:

In quale altra dimensione può essere passata l’anima di Yeong-hye, dopo essersi scrollata di dosso la sua carne come un serpente che cambia la pelle? Aveva scambiato il pavimento di cemento dell’ospedale per la soffice terra dei boschi?  il suo corpo si era trasformato in un tronco robusto, con bianche radici che le spuntavano dalle mani e si ancoravano al suolo nero? Le sue gambe si erano allungate in alto, verso il cielo, mentre le braccia spingevano fino al nucleo stesso della Terra, con la schiena rigida e tesa a sostenere quella duplice crescita?

La donna- albero, è diventata un essere ad una dimensione esente da ogni responsabilità, da ogni peccato. In questo processo di “scarnificazione”, sono i “carnivori”, ad essere costretti a ripensarsi: gli sguardi maschili su di lei, quelli che l’hanno narrata nel romanzo, di colpo scompaiono, sopraffatti e storditi. Non potendo più esercitare il loro controllo, si ritrovano come anime marce, che non hanno saputo o voluto intravedere l’abisso tanto speciale di questa donna, non hanno ceduto, come dice il marito “alla tentazione di guardarsi dentro”.  Di fronte ad un albero, le vuote maschere dei suoi “cari” sono costretti a prendere atto di un mistero che sanno soltanto definire “follia”. Di fronte ad una albero, invece,  ci si dovrebbe invece inchinare, o pregare, o meditare.

L’elegia della città in salsa distopica: Brasilia di Franz Krauspenhaar

Brasilia, una  delle metropoli più vaste del mondo, vista dall’ alto somiglia ad un mega aeroplano. Questa originale morfologia reca il segno dell’ utopia modernista (e funzionalista) che Niemeyer e Costa, i grandi architetti che crearono la città, vollero imprimerle. Gli angoli e gli spigoli non esistono: solo forme sinuose, curve, morbidezze. Una visione figlia dell’umanesimo lecorbuseriano ha modellato di fatto, secondo una lettura a la Lefebvre, i tre livelli dell’organizzazione spaziale: lo spazio vissuto è quello che ci interessa maggiormente in questa disamina. Brasilia infatti è una città dove non la gente non brulica nelle strade, come accade di solito nelle metropoli del mondo.Gli spazi sono aperti, gli edifici sorretti da colonne.

A Brasilia si respira un sogno utopico: quello di condividere lo spazio senza inutili impedimenti.Creata per l’uomo, in realtà è una città costruita per le macchine. Gli uomini, in questo spazio irreale, si aggirano come  fantasmi. Un sogno infranto in uno scenario che evoca esso stesso il sogno.

©2010 Joana França

Questo perimetro urbano è il campo delle azioni e dei desideri dei personaggi del romanzo  di Franz Krauspenhaar, “Brasilia” (CASTELVECCHI 2018) .Il titolo è un  elemento che lascia presupporre l’ambiente urbano  come scenario interiore delle vicende umane, secondo la nota omologia uomo/città, topos peraltro presente in  gran parte della letteratura moderna e postmoderna. Di fatto la struttura di ogni città quindi anche di  Brasilia, è visibile soltanto se vista dall’alto, quando ciò accade è un’esperienza di ampliamento  della conoscenza prima che estetica. Quel desiderio di andare oltre che spinse Dalì a dipingere dall’alto Cristo, quasi a volere affermare “ io sono Dio, io sono il creatore”, è lo stesso che imprime il movimento al racconto di “Brasilia”. Non è un caso che al centro della vicenda vi sia  il tentativo dicotomico di sostituirsi a Dio diventando Dio e  al contempo di ancorarsi alla fede, approcciata attraverso una conversione forzata, forse non del tutto autentica,incompleta e imperfetta ma sicuramente vissuta con un anelito spirituale. Ma senza anticipare, ecco come si presenta la città: Continua a leggere

Ho messo in croce il “crociano”. Intervista al filosofo Francesco Postorino

Ciao Francesco, partiamo da te e dai tuoi studi: l’idealismo, Croce, de Ruggiero, Antoni, Calogero e Capitini. Come si  può confrontare oggi, un pensiero “essenzialista”, che usa un bagaglio concettuale e linguistico che ruota attorno a “idea” “spirito”, “assoluto” con un mondo figlio del decostruzionismo, del palcoscenico virtuale e dell’immagine satura e dittatoriale che ci serve per affrontare la paura dell’assenza, per  dirla con Baudrillard?

  A differenza di alcuni studiosi credo sia possibile azzardare un confronto. Dirò di più. Trovo un fil rouge che tende ad accostare due visioni del mondo opposte: l’idealismo del secolo scorso e i tempi strani di oggi. Non mi riferisco all’intera e variegata famiglia del neoidealismo italiano, ma soltanto allo storicismo immanentistico di Croce. Forse sarò il solo a pensarlo, eppure sono dell’avviso che la sua accanita celebrazione della storia, e in particolare l’idea che tutto sia rinchiuso nell’universo del qui, abbia provocato gravi effetti, molti dei quali si svelano dinanzi ai nostri occhi. Non voglio addossare stupide colpe alla nobile figura di Croce e non mi importa ripetere in proposito frasi da avvocato difensore o da sostituto procuratore; tuttavia, il suo registro speculativo non è immune da un vizio sempre più nitido, che dovrebbe a dir poco preoccupare quei pochi «pazzi» che ancora balbettano la dimensione spirituale dell’uomo.

Quale vizio?

  Il vizietto, appunto, dello storicismo assoluto. Molti mi accusano di essere un utopico, un sognatore e avversario della realtà. Per fortuna posso rifugiarmi in uomini di pensiero e indirizzi di studio che hanno saputo attribuire una sobria importanza alla realtà. Voglio essere più preciso. Quando pensiamo al de Ruggiero maturo – di cui ricordo la seconda edizione de Il ritorno alla ragione, a cura mia e di Francesco Mancuso (Rubbettino 2018)−, o al neogiusnaturalismo di Antoni, alla filosofia personalistica di Calogero, o ancora all’approccio religioso di Capitini, si può osservare una suggestiva tensione tra la storia e l’eterno. Con un occhio, infatti, questi filosofi penetravano nella dura realtà, ma con l’altro non perdevano di vista il vocabolario del Sollen, il profilo dell’essenza, il ‘tu devi’. Questa calda frattura tra il qui e l’altrove non è accettabile da chi, come Croce, non mette in discussione i pilastri dell’hegelismo. Non resta che riconoscere istituzionalmente quell’evento che permette un incontro (senza residui) tra fatti e valori. In questo itinerario, il valore cammina gravemente in simbiosi con ciò che chiamo la «prima vita», il «primo orizzonte», il «primo senso» consumato nello spettacolo variopinto del divenire. Croce insomma ha trovato la verità, ed è il continuo accadimento di una storia gettata.

Trovi quindi un sottile legame tra il suo storicismo assoluto, maturato tra otto-novecento, e ciò che si propone in questa epoca?

 Vorrei provare un ragionamento. Croce crede in dio. Solo che il suo dio non ha il volto di Gesù e neppure quello del tu o della comparsa scoperta a frugare nell’immondizia; ma assume le sembianze del divenire. Il dio di Croce rischia di annullarsi in una storia che non può essere frenata e neppure accarezzata dallo sguardo dell’incontrovertibile, da un autentico Assoluto che, in quanto tale, dovrebbe mantenere un briciolo di trascendenza al fine di non annegare nel Gott ist tot. Ecco perché vedo una piccolissima familiarità con il nichilismo di Nietzsche o con la peculiare ontologia di Heidegger. In entrambe le direzioni, infatti, si chiudono i ponti con l’immensamente altro e si premiano le sirene del nulla. Se lo storicismo crociano giocava in maniera controversa con l’essenza delle quattro categorie e dunque riconosceva, perlomeno sul piano formale, il valore dell’imperituro – le dimensioni dell’arte, della logica, dell’utile e della morale −, adesso è venuto meno anche questo limite. L’immanentismo crociano si traduce in una giostra cinica dove la scimmia di Nietzsche recita il Sì deresponsabilizzante in una «ruota ruotante da sola»; l’eternità spirituale del divenire viene presa in ostaggio dall’«ultimo uomo» che violenta le radici di dio. Il processo è inarrestabile. Così si giunge al virtuale che disorienta sia il reale sia il sovrasensibile. Vi è infatti una distanza siderale tra il cielo platonico dell’Iperuranio e i meccanismi perversi che attualmente abitano «un mondo dietro il mondo». Fin quando si rimane nello scenario della «prima vita», tutto vale il contrario di tutto. La nostra epoca è segnata da una involontaria alleanza tra gli ultimi epigoni di un puro storicismo e i raffinati intellettuali del nichilismo, il cui prodotto è la notte.

Continuando con il tema delle immagini e del loro rapporto con la parola; mi sembra che questo sia il banco di prova su cui si confrontano oggi le discipline umanistiche, il pensiero scientifico e filosofico. Nonostante il proliferare incontrastato di immagini, mi sembra che vi siano ancora delle zone inesplorate che ancora richiedano una analisi e una risposta forse psicologica prima che ancora filosofica. Ti cito tre immagini molto iconiche e rappresentative dei nostri tempi: 1) la celebre foto dell’“hooded man”, 2) l’uomo avvolto nelle fasce dopo la tragica vicenda dell’11 Settembre; 3) la salma del bambino siriano abbandonata sulla spiaggia, dopo l’esodo della popolazionein fuga dalla guerra. Credi che queste immagini ci espongano al disagio di non saper affrontare l’orrore o che vi sia la necessità di affrontare le conseguenze etiche prima che emotive delle immagini con cui ci relazioniamo? Manca, forse, una grammatica e una sintassi per dare un senso a tutto ciò? Continua a leggere

Luca Ricci- I difetti fondamentali-

 

Leggere “ I difetti fondamentali” (Rizzoli 2017) di Luca Ricci è un’esperienza voyeuristica, letterariamente parlando. Entri dalla porta del retro, guardi i resti di una notte ubriaca, osservi di soppiatto e chiaramente dal buco della serratura il bagno appena usato e poi ti fiondi nel luogo sovrano dell’intimità, la cesta degli abiti sporchi, dove tutto è intriso di umori, odori, macchie, che a nessuno vorremmo mai mostrare.  La casa in questione è principalmente quella degli scrittori, o dello scrittore per meglio circoscrivere una tipologia.

Uno sguardo dal basso, istintuale e carnevalesco ci intrattiene in questi quadri di personalità, racchiusi dentro la cornice dei difetti fondamentali, cioè tic, manie ossessioni  e retrobottega delle ingegnose menti poetiche degli scrittori e di chi lavora a vario titolo all’interno del mondo editoriale: editori, agenti, librai, critici, bibliofili, correttori di bozze. E dallo sgabuzzino della torre d’avorio si accede in tutte le stanze nascoste, in letti disfatti di matrimoni insensati, in camere che evocano ricordi sgradevoli, (L’affittacamere) ; ci si imbatte nell’uomo alle prese con le miserie del suo passato, barricato in casa, che non vuole cedere alle blandizie del realismo (Il solitario)  o in scene da Trimalchione che invece sono soltanto la cerimonia di premiazione del prestigioso premio letterario, dove trucco e parrucco valgono più della quarte di copertina e i retro pensieri sono  più perversi di qualsiasi plot narrativo. (Lo stregato).

Tolti gli abiti dell’atto creativo, cosa rimane in definitiva della scrittura se non privarsi dell’intimo della retorica e presentarsi nuda e cruda agli occhi del lettore, come narrazione edulcorata di due elementi fondamentali? L’amore, nelle sue sfaccettature molteplici, e la morte, due poli in costante dialogo, spesso travestiti l’uno dell’altro.  La vita, in fondo, è ciò che accade mentre si sta scrivendo, lo scrittore è colui il quale si arrabatta per trovare la scintilla dentro l’ovvietà.

Ne vengono fuori dei ritratti tipologici che hanno come protagonista chi vede nella scrittura il suo completamento erotico/metafisico, raggiungimento di quella meta che dovrebbe finalmente consegnarlo alla memoria dei posteri. Peccato che ciò non accada quasi mai, come nel  caso del sempiterno aspirante scrittore che tortura l’editore con la sua questua petulante (Il rifiutato), amara vicenda di un uomo alle prese con le scadenze della vita e quelle imposte da  un editore cinico ma non del tutto.  O ancora nel racconto/metafora sull’arte dello scrivere – e sulle nevrosi inevitabili del creativo, – una sorta di petting eccitatorio che non trova mai esito nel risultato definitivo ( L’eccitato):

L’eccitazione si acutizza nelle difficoltà, cerca un impedimento qualsiasi per ritardare l’attimo in cui si trasformerà suo malgrado in piacere. L’eccitazione non vuole iniziare, si pasce nelle premesse, e trova volgare tutto quanto abbia un seguito, una realizzazione fisica piena. Preferisce crogiolarsi nell’idea”

Credo che il quid distintivo di ogni racconto sia  proprio quella concentrazione “retorica” di cui è composto che, a differenza del romanzo, non può disperdersi nei tropi e nelle dinamiche delle dilatazioni o restrizioni temporali, ma diventa l’essenza stessa del ductus narrativo; è lo stesso personaggio chiave ad essere uno strumento, a dettare il ritmo e le metafore, il senso e il suo dispiegamento. Le briciole di senso, quelli che in una lunga narrazione sarebbero gli scarti, insomma fanno la pagnotta e non viceversa. Così nel primo racconto ad esempio, il rothiano, il personaggio a cui è dedicato il racconto, tipico professore viveur che vive di glorie accademiche e conquiste erotiche, si scontra con la sua essenza tipologica cioè la menzogna che è la cifra di ogni rothiano che non sia Roth in persona; una macchietta, in definitiva, che viene svelato da un suo epigono mal riuscito, uno studente che tenta l’emulazione ma che è già una cellula impazzita del sistema perché ne ha capito i meccanismi interni:

Dicevo solenne: “Lo straniero di Camus è un libro nichilista, eccetto che per l’ultima frase, quella in cui il protagonista si apre alla dolce indifferenza del mondo”. Ma a quella ipotesi non seguiva alcuna presa di posizione o disamina supplementare. […] Quel silenzio cadeva solo su di me . Perché invece tra loro continuavano a parlare, a dibattere, ad animarsi. Le dinamiche della Cricca erano rimaste le stesse di prima, tranne che per un unico dettaglio: io non ne facevo  più parte.

D’altro canto c’è lo scrittore “morto” immerso ormai nella tanatosfera di glorie passate, o di sperati ricongiungimenti con il fulgido mondo editoriale, o nella volontà di volersi rivalere sulla giovane scrittrice inesperta, donna magari migliore di lui ma non abbastanza educata a credere in se stessa, come nel racconto del “pigmalione” Giorgio Gamba e di Olga Merlin, unica donna scrittrice nel libro, tragicamente destinata a foraggiare i piccioni dopo una vita passata ad inseguire un sogno fallace ad adorare lui “il critico letterario” un po’ macho un po’ maniaco, ma, in definitiva, insicuro. (La canonizzata):

Era una di quelle donne sole che danno da mangiare ai piccioni del parco, talmente abbrutita da risultare più vecchia della sua età, e comunque sempre sciatta, in disordine […] Tirava in aria le molliche come fossero coriandoli tristi, anche per ore anche per giorni. […] Difficile riconoscerla adesso, ma quella era Olga Merlin, la scrittrice. Per un certo lasso di tempo il suo nome aveva riempito le terze pagine dei quotidiani e scandito, come si suol dire, l’agenda mondana della cultura italiana.

 

Se potessimo utilizzare i racconti di Ricci come pezzi di puzzle potremmo sicuramente ricreare una sorta di scrittore/leviatano, un ritratto fatto di tutte le piccolezze e “coglionerie” (come più volte ribadito dall’autore) della vita quotidiana di chi crea mondi altri perché questo in fondo non gli è bastevole. E cosa c’è di più veritiero di un ritratto morale che contempli soprattutto i difetti anziché le trite virtù?: solitario, velleitario, invidioso folle, adultero.

Vizi morali ma anche letterari s’intende, perché il sarcasmo si snocciola anche su quella catena di montaggio  a cui ogni scrittore che possa definirsi tale deve necessariamente adattarsi: l’editore da inseguire, da corteggiare, il rutilante premio letterario, il libro da promuovere,  la gogna dei critici, e poi o la polvere o l’altare. Paesaggio, ritmo e sarcasmo impietoso nel ritratto dei tipi umani sono le caratteristiche peculiari: splendidi scorci romani incorniciano le vite affannate di chi vuole emergere e acquisire il patentino di operatore dell’editoria e nessuno, in questa scalata viene risparmiato dall’avidità, dalla meschinità, e dal narcisismo, principe dei difetti.

Ad un certo punto pare che vi si stia materializzando davanti: “il classico intellettuale engagé tutto pizzetto, pipa e servilismo nei confronti dei suoi totem culturali e protettori politici” ed è il punto di non ritorno, in cui capisci che sei ormai dentro al meccanismo malato anche tu che sei lettore e consumatore (più o meno consapevole) dei “prodotti” -leggi libri- propinati.

Stilisticamente, Ricci restituisce la sensazione dello “scrittore della porta accanto”,  tra i pochi che possa osare iuncturae ardite senza battere ciglio. (Lui, noi che leggiamo ne battiamo anche due),come una citazione colta associata ad un’immagine kitsch, o aperture liriche immediatamente arrestate sulle miserevoli scene delle debolezze dei sensi (prevalentemente erotiche) che costellano le vite di ogni personaggio.

Uno stile “piano” per usare un termine ormai in disuso, puntellato e ricercatezze che non esondano lasciando spazio alla storia di dipanarsi, e lasciando respirare noi lettori abituati alle piroette sintattiche degli sperimentatori o alle asciuttezze alla Carver fin troppo abusate (per rimanere in tema racconto).

Sul racconto che tanto si è detto e di cui Ricci in prima persona si è occupato anche da un punto divisa critico e metodologico, non aggiungo altro, se non che esso richiede, nella struttura, tanta perizia e studio.  Niente sbavature, orpelli o calembour. E in questo Ricci è un auriga che tiene a bada il senso globale, il messaggio, lo stile, il personaggio, facendone quell’entità monade che è un racconto comme il faut. In questo libro è presente anche questo tipo di riflessione, di racconto del racconto se vogliamo, che lo rende piacevolmente eccentrico rispetto alle consuete situazioni narrative.

Alla fine è lo “scrittore” di Ricci, senza la maschera, perché scrittore o lo sei o non lo sei. E se lo sei, sarai pieno di difetti e magari dormirai in quel letto bianco senza lenzuola e senza idee, quel letto di Virginia Woolf  ritratta da  Annie Leibovitz, dove a volte è necessario dormire.

 

La mia Dakar di Jean- Baptiste Leccia

Stato

La letteratura postcoloniale per sua natura non può essere stabile e sedentaria. É la letteratura dei migranti, della diaspora e dei cambiamenti instabili. Deve muoversi, aggirare gli ostacoli e proporsi alla gente. Muoversi nello spazio liscio degli “affetti”, come lo chiamaDeleuze. E se trovate i libri di MODU MODU, sappiate che essa è una realtà editoriale delle più squisitamente alternative che abbiate mai potuto conoscere. Perchè è prettamente nomade, non ha casa, sede, ma solo persone che si autoproducono e si gettano nella mischia delle folle urbane per fare conoscere piccoli gioielli come le poesie dei cantori africani o questo romanzo che ho comprato da un uomo di cui non ricordo il nome. Il suo titolo La mia Dakar di cui pubblico un estratto e di cui non vedo l’ora di parlare. A voi lascio una piccola raccomandazione, se vi viene incontro un ometto con tanti libri in spalla e in mano, accoglietelo e comprate i suoi libri.
 
“Lasciammo Settat l’indomani mattina di buon’ora per Marrakech. Ci sarei tornato soltanto trentacinque anni dopo, nel corso di un viaggio con i miei studenti della Scuola di Architettura di Marsiglia, e ci avrei trovato una città metamorfosata- intendo dire sfigurata- […] grandi spazi urbani hanno avuto il sopravvento sulle stradine commerciali e sulla piazza del mercato; non ci sono più nè la mia scuola nè i giardini pubblici e neppure la chiesa in cui sono stato battezzato a un anno meno diciassette giorni il 12 Giugno 1944, non c’è la merceria di madame Paillè; la mia casa natale e il “deposito” sono stati rasi al suolo.”

Y.A. Young adult a chi? – Il sogno di Anna-

Partiamo dalle definizioni, così per semplificare il discorso: Young adult, nuova etichetta sociologico-editoriale per definire quella fascia di lettori che si collocano tra l’età dell’ infanzia e quella adulta, in quel “in-between” dell’adolescenza, l’età di mezzo, la terra del né carne né pesce, dell’indefinitezza e dell’irrequietudine. Almeno, così ce lo prefiguravamo prima che la fucina anglosassone coniasse il neologismo young adult, cioè letteralmente giovane adulto, che ha sostituito il nostro vivace “adolescente” che con la sfumatura incoativa rendeva più efficacemente questa idea dell’eterno movimento dei giovani (quasi sempre mai) adulti. Lì invece a diciott’anni fuori di caso e pertanto young adult , giovani adulti e voraci lettori di libri a loro appositamente dedicati e confezionati.

Nati sulla scia del romanzo di formazione, di cui conservano solo un blando canovaccio, questi romanzi si articolano principalmente su tre tematiche:  sentimenti fortemente edulcorati, storie strappalacrime e amori contrastati. Le ambientazioni possono variare: da quella familiare a realtà distopiche o vampiresche al più rodato genere fantasy. Mi è sembrato interessante effettuare una sorta di ricerca sul campo e chiedere ai diretti interessati quali fossero le letture preferite e sondare le possibili motivazioni a monte di tale scelta.

 

Da docente sono stata enormemente facilitata e ho sottoposto i miei alunni ad un piccolo test: sono venuti fuori dei titoli, ricorrenti: Colpa delle stelle Di John Green (Rizzoli 2014)   e Io prima di te (e il seguito Io dopo di te) [ci chiediamo che fine abbia fatto “Io durante te”]  di Jojo Moyes,  (Mondadori 2016 ), che per taluni sfora nel genere chick-lit, ma a mio parere più centrato sul gusto adolescenziale.

Le reazioni a questo tipo di letture sono state piuttosto emotive, com’è forse giusto e come è legittimo scopo di questo tipo di prodotti letterari. Le trame spingono molto sulla lacrima indotta: due adolescenti malati di cancro che si affezionano l’un l’altro. Lui è terminale, alla fine muore. Una ventiseienne perde il lavoro e si trova a lavorare presso una famiglia per badare ad un ragazzo che si trova sulla sedia a rotelle in seguito ad un incidente. Lui è ricco e bello e lei un po’ sfigata. Tra i due, neanche a dirlo, nasce l’amore. Si affronterà anche l’argomento eutanasia.

Mi sembra che tutta questa emotività “facile” perché ottenuta toccando le corde dell’abbandono, della fine, ma sia ben chiaro, in una prospettiva orizzontale, sia in fin dei conti un escamotage per non entrare nel mondo degli adolescenti ma per cavalcarne le ondate emozionali. Il risultato credo si possa riassumere in un’ empatia di superficie o “acatartica”, se vogliamo citare (in senso oppositivo)  l’espressione aristotelica come  cartina di tornasole per la mimesi delle emozioni così tanto preponderante nello young adult. Questa bulimia emotiva determina, come per qualsiasi tipo di sovrabbondanza, un indebolimento gnoseologico ed esperienziale, o per lo meno un’esperienza di lettura che va nella direzione opposta di quella che dovrebbe fornire un genere appositamente pensato per gli adolescenti. Se pensiamo quanto la lettura abbia un’importanza formativa in questo periodo della vita in cui si formano le impalcature non solo emotive chiaramente ma, mi si passi il termine, ideologiche, culturali, di pensiero in definitiva, la scelta di un libro piuttosto che un altro non appare così innocua e scevra di conseguenze. In altre parole, non è fornendo una tragedia prêt-à porter che si fanno dei buoni prodotti letterari. Furbi, sì e anche in area di best- seller, ma questo è ben altro discorso.

Caso vuole che io ascolti un’ottima intervista di una scrittrice che ha dato proprio recentemente alla luce un romanzo young-adult : lei è Lucia Tilde Ingrosso e il romanzo porta il titolo: Il sogno di Anna (Feltrinelli 2016).  Non scorgo né vampiri né malati terminali, né tantomeno disastri millenaristici, per cui decido di leggerlo per sconfessare la mia avversità verso il genere.

Il romanzo è incentrato su un assioma fondamentale: che l’età dell’adolescenza riservi altro che non siano lamentele e crisi; ci si può anche dedicare ad un progetto, un’idea, a coltivare le proprie ambizioni e talenti. Tutto questo mantenendo gli anfibi, i primi amori e gli scorni con i genitori. La protagonista Anna è una ragazzina di Milano che  si barcamena tra  gli impegni scolastici, una famiglia incrinata da crisi genitoriali, il “moroso”  e  una passione che germina all’improvviso grazie ad un corso di giornalismo tenuto da un simpatico e brillante professore.

Da lì in poi è un susseguirsi di situazioni che in un certo senso mettono alla prova questa passione e le permettono di agire secondo i precetti del giornalismo d’inchiesta: una piccolo giallo di paese, una torbida storia di detto e non detto e il mistero di un concorso di canto truccato. Piccole prove per una piccola aspirante giornalista che come modello di riferimento si ritrova niente poco di meno che Anna Politovskaja, nota reporter  russa attiva nel campo dei diritti umani e per i suoi reportage sulla guerra Cecenia e brutalmente uccisa per le sue posizioni politicamente scomode. Il tutto, naturalmente espresso con un linguaggio aderente all’età dei personaggi , ma senza esagerare con espressioni gergali che in questo contesto narrativo, potrebbero risultare stucchevoli e fittizi.

Questo romanzo contiene molte cose interessanti: innanzitutto non si piangono lacrime facili (vedi sopra) e poi mi sembra che abbracci una visione “performativa” per citare un  termine che nella vulgata  abbraccia un vasto campo semantico e che mi sembra utile qui circoscrivere brevemente. Le teoria del performativo parte dalla teoria linguistica di (J. Austin ) e si è espanso anche a campi della filosofia, delle teorie culturaliste, etc. In breve esso descrive in termini linguistici la differenza tra tra la dimensione constativa (enuncio, constato  e descrivo un fatto)  tipica, se vogliamo dell’adolescenze e delle derive post adolescenziali e  quella performativa, cioè del coinvolgimento personale, della parola che si performa in atto,  si presume di una personalità più adulta. Mi pare interessante da utilizzare come punto di partenza per la decodifica di una soggettività che nel romanzo è ben delineata proprio nel personaggio di Anna; lei incarna questo passaggio dell’azione o agency come direbbero ancora gli inglesi. Tradotto i termini narrativi Anna realizza, sulla scia di un grande modello, la sua aspirazione mettendola in pratica. Performa i suoi desideri  nella realtà, inverandoli in azioni ben precise e sequenziali.

L’autrice di questo libro credo abbia abbracciato in pieno questo seconda prospettiva nel creare un giovane personaggio e i fatti che compongono il suo vissuto. Anna, adolescente come tante altre, decide di “abbracciare” un’idea, di cucirsela addosso e di diventare in un certo senso il modello  di adolescente impegnata  con comportamenti concreti e fattivi

Che cosa ho imparato

Se sei coinvolto, può essere difficile raccontare le cose. Un buon giornalista è colui che sa prendere le distanze . Non ci sono tragedie più importanti di altre , morti di serie A e di serie B. “Descrivi quello che vedi,metti insieme i fatti e analizzali” Anna Politovskaja.

La performatività non si esaurisce qui. Riguarda  anche l’intento di creare un metatesto sulla scrittura giornalistica ( l’autrice è anche giornalista, mi pare utile ricordarlo) che puntella ogni fine capitolo come se fosse un taccuino di appunti del giornalista che si forma e si esercita; e poi,dalle parole del professore di giornalismo che evidentemente si fa portavoce del suo punto di vista, quando impartisce dei veri e propri consigli pratici sulla realizzazione dell’articolo di giornale dalle tecniche di comunicazione allo stile. Se  a prima vista questo approccio può apparire come una semplice semplificazione, provate a spiegare ad un’adolescente, e qui entra in campo anche la didattica, a realizzare un testo giornalistico. Tirando le somme, ne viene fuori un bel decalogo semplificato di regole fondamentali:

E’ ora il momento di parlare di uno degli elementi più insidiosi del discorso: l’aggettivo. Come diceva lo scrittore americano Mark Twain: in caso di dubbio, togliere. Un altro scrittore francese dell’Ottocento, Charles Daudet, sosteneva che gli aggettivi devono essere amanti dei sostantivi, mai coniugi legittimi.

Anche nella conclusione, che non svelo, per lasciare al giovane lettore e non solo il piacere di scoprirlo, emerge il taglio originale, secco, asciutto e propositivo al tempo stesso.Se consiglio questo libro? Certamente, per i detrattori del genere che magari si sconfessano e per gli adolescenti in cerca di cose da performare, abbandonati i piagnistei.

 

Palermo infelix- una riflessione-

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Ci sono due fatti, uno dei quali sovrasta per sproporzione e importanza l’altro. Ma per un caso di debolezza tutta umana, il primo ha assunto una visibilità e un’importanza preponderante.

Il primo fatto ha generato ed è stato sorretto dalla retorica dell’autocompiacimento ed è sfociato nell’ebbrezza collettiva dello slogan “Palermo capitale della cultura”. È evidente la sostanza politica di questo slogan, nel senso che i discorsi si producono sempre dentro una rete di significati e semantiche condivise e questo messaggio prende corpo proprio nel discorso della polis, ma, beninteso, una polis immaginaria, e immaginifica, cioè quella di un presunto  passato glorioso (Palermo fenicia-arabo-normanna e via discorrendo) e di una modernità popolata dal mito dell’autonomia borbonica e quindi sostanzialmente nostalgica e passatista. Sono questi fondamentalmente i discorsi che sorreggono la beatitudine della città premiata.  Niente di male, per carità. Ci si può lecitamente  rifugiare in un’immagine, in una proiezione umbratile della realtà, in un racconto fantastico popolato da monumenti meravigliosi, tempi di convivenze e passati fulgidi, di una belle epoque in bianco e nero. Così lo slogan non ci sembra tanto lontano e immeritato, anzi ci sembra proprio dovuto e bisogna festeggiare.

Poi c’è il secondo fatto: c’è l’homo sacer. Chi è l’homo sacer?

Giorgio Agamben ne ha circoscritto in maniera molto puntuale il senso: nell’antichità l’homo sacer era un individuo che viveva in una terra di mezzo, escluso sia dal diritto umano sia dal diritto divino. Poteva essere ucciso e chi lo uccideva non poteva essere condannato a morte.  Da qui un’ambiguità semantica che ha fatto della parola “sacro” un termine labile e doppio. L’  “uomo sacro” ha vestito le figure del bandito dalla comunità, del diverso, dello straniero, di chi vive per strada diremmo oggi, di un senzatetto. L’uomo sacro non è tale nel senso della sacralità religiosa con la quale si usa di norma il termine, ma è sacro in quanto di lui tutto si può fare e disporre, è un corpo, una “nuda vita” che vive ai margini della città, delle istituzioni e della socialità. Lo si può deridere, violentare, uccidere. Lo si può anche bruciare, sì, bruciare come si fa con un clochard che si ripara dal freddo sotto le coperte di una città fino ad allora tutto sommato tollerante e accogliente. Si puo’ prendere un po’ di benzina e cospargerlo interamente, poi appiccare una fiamma e fuggire come un verme.  E questo puo’ avvenire a Palermo in una tranquilla serata di Marzo. La nuda vita è stata eliminata, e si ritorna alle solite attività quotidiane.  Poi il discorso diviene mediatico, una fiaccolata e tutti si ritorna alle proprie attività. Questa uccisione non ci riguarda, non la vogliamo guardare in faccia per ciò che ci dimostra palesemente: che siamo incapaci di immergerci nel nostro sottosuolo, che ci riguarda esattamente nella stessa misura in cui ci riguarda lo slogan della Palermo felix che siamo pronti a condividere e fare diventare fenomeno virale.  Vogliamo vedere solo  il bello e il buono e il piccolo olocausto non ci riguarda, non farà certo parte della  nostra storia gloriosa. Non è tanto un sacrificio, questo, è solo carne bruciata.

 

 

Il 2017 porta bene

Stato

Il 2017 inizia con un omaggio molto gradito da parte della casa editrice Corrimano Edizioni, il romanzo La tua presenza è come una città di Ruska Jorjoliani.

Sono curiosa di entrare dentro questa storia, che so già essere densa di riferimenti alla storia dell’ ex-Unione sovietica, un passato non tanto remoto ma i cui strascichi emotivi e culturali sono giunti fino ai nostri giorni, in varie forme.

A presto 

Sgambettando tra il tragico e il grottesco- Figlie sagge- di Angela Carter-

Avete presente la Londra rutilante, ipermoderna della city, le case da riviste patinate di  Kensington e del West end? Ecco, dimenticatela, e immergetevi nella  storia della Londra sghemba e visionaria che ha dato i natali alle sorelle Chance, protagoniste del romanzo Figlie sagge, di Angela Carter,  edito da Fazi Editore nell’appena trascorso 2016 e che tanto ci ha rallegrato.

Angela Carter

“Siamo nate dall’altra parte del Tamigi, quella sbagliata” esordiscono le due spassose protagoniste,  quella parte che ha ispirato gran parte dei migliori scrittori  londinesi dell’ultimo trentennio dalla Carter, appunto, a Iain Sinclair, fino a Will Self e J.G. Ballard, testimoni, ognuno con il proprio prisma culturale, di una Londra multiculturale, meticcia, tanto invisa ai thatcheriani quanto amata dagli irriducibili cockneys; una fetta di Londra che presenta anche tratti inquietanti, con le sue zone residenziali abitate dai nuovi ricchi e aree di degrado e abbandono.

Originarie della “sponda bastarda”quella del Sud, che  le ha viste nascere, crescere, invecchiare Dora e Nora Chance, due settantentacinquenni arzille che, confesso, ho visualizzato come due gemelle Kessler ma molto più disinibite e beone, si vedono recapitare improvvisamente un invito che mette a rischio per qualche secondo le loro coronarie: Sir Melchior Hazard, loro padre naturale, festeggia cent’anni; ebbene, la genetica è dalla sua parte più di quanto nessuno avrebbe mai sperato. Quale miglior modo  di celebrare questo evento invitando le figliuole dimenticate in  vita e recuperate nell’ultimo atto teatrale della vita? Da shakespeariano D.O.C. quale è, Melchior non poteva certo farsi mancare questo ultimo coup de théâtre.

Neanche a dirlo, le due accettano. La macchina del piacere incomincia a riattivarsi: esci un trench di volpe argentata, una doppia passata di mascara,cipria, un Rubini nella neve di Revlon,improbabili guêpière di seta e via, le sorelle Chance sono pronte per l’ennesima avventura della loro vita. Di una vita pazzesca, naïf, fricchettona fino al midollo: figlie di una stella del teatro e capostipite di una della famiglie di teatranti più in vista del primo Novecento, Dora e Nora vengono recuperate nella prima infanzia dal fratello gemello di Melchior, Peregrine, zio Perry d’ora in poi, che le alleva, le riempie di oggetti costosi e cerca di avviarle alla carriera che più a loro si addice: quella di ballerine di avanspettacolo. Consumatesi al ritmo di lustrini e champagne, corteggiate e amate da una quantità spropositata di uomini queste due donne rappresentano l’inno più spregiudicato ad una femminilità autentica e priva di stereotipi e tabù. Orfane di madre, tenutaria di una locanda fatiscente di Brixton, furono iniziate ai segreti della vita dalla “nonna” (in realtà una conoscenza del nonno che ebbe il buon cuore di adottarle) nudista vegetariana, perfetta rappresentante del femminismo d’antan. Nora e Dora crescono in ardore e bellezza e  fanno dell’ironia tagliente la loro arma di difesa, riuscendo anche ad esorcizzare il grande assente, il padre che non le e ha mai accettate o per lo meno a collocarlo dove va collocato, cioè in un angolo della memoria che il recente invito ha portato pericolosamente alla ribalta. Nel loro mondo, gli uomini” vanno e vengono”, come figuranti di una commedia umana che non si arresta neanche dopo la chiusura del sipario. E le donne si aiutano reciprocamente a resistere ai colpi del destino tutte, tranne due, Saskia e Imogen le rivali delle gemelle Chance, le figlie fortunate, riconosciute legittimamente da Melchior, con le quali si instaura sin da subito “il più cordiale odio reciproco”.

Cosa rimane di questa commedia dolce-amara? A tratti un doloroso nulla, visto che il succo di ogni commedia è sempre un abbandono o un tradimento. E questo avvicendarsi bulimico di divertissement e godimento dell’attimo fuggente ad ogni costo rischia di appesantire la trama. Ma le Chance la sanno lunga e in qualche frangente ci lasciano aforismi in grado di guidarci per un’intera vita: Continua a leggere

Raffaele Rinaldi e il “wit” siciliano.

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Raffaele Rinaldi

La fotografia è quanto di più fittizio possa esistere. Superata la falsa illusione di vedere rappresentata la realtà per quella che è, ciò che si chiede alla foto è di restituirci una frazione di esistenza, una sensazione labile, un mondo culturale, un progetto che diventa immagine. Guardando le fotografie di Raffaele Rinaldi, possiamo fare  questo esercizio di scomposizione e provare a capire qual è il suo mondo di riferimento e il filtro attraverso cui egli rappresenta le donne, i giochi della mente, e il trionfo barocco di certe immagini dal gusto siciliano. Palermitano di origine, classe 1973 formatosi all’ Accademia di belle arti di Firenze, vanta anche studi scientifici e musicali.

La sua “via di Damasco” sembra essere stata una passeggiata sul corso fiorentino, quando scorge da una vetrina di una pasticceria una torta esposta in bella vista. Nella sua mente la torta diventa un cappellino molto elegante, così nasce la foto della serie “Sweet beauty” in cui  una giovane donna  indossa  questa torta-cappellino con le iniziali del suo creatore. Tutta la serie nasce con l’intento di creare una metafora visiva incardinata sullo slittamento del senso. Citazione surrealista, certamente, ma originale la soluzione di utilizzare il cibo, già  di suo intriso di simbolismi, per farne un puro elemento decorativo. Per meglio dire, l’idea è riportare il cibo ad una funzione meramente estetica (forse schiacciando l’occhiolino al trend imperante del visual food) e sviluppare un senso di straniamento molto soft.  E ci riesce bene, a giudicare dalle immagini che ritraggono altre donne con altrettanti decori da mangiare: volute di liquirizia al posto di onde e riccioli dal gusto decò, meringhe come strutture posticce in una geisha postmoderna, trionfi di limoni siciliani a mò di corona, il cannolo, dolce per eccellenza della tradizione arrotolato ad una ciocca come un bigodino,  e una regale testa di moro femminile, coronata da fichi d’ india che tanto ricorda la corona della moglie di Federico II, Costanza d’Aragona

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Sicilia, surrealismo, ma c’è dell’altro. Prestiti dal mondo dell’arte, per iniziare, e non sotto  forma di citazioni, ché  il gioco sarebbe “facile”; ma di elementi stilistici, strutturali, per così dire: la pulizia delle forme del Rinascimento, la geometria armonica delle proporzioni dell’arte greca, una “pittoricità” delle immagini che mima la severa impostazioni delle forme artistiche, e la campitura netta dei colori che non dà adito a “modernismi” tecnici. Classico e tuttavia innovativo, nell’idea di fondo: elementi che rinverdiscono uno dei classici forse più citati dell’arte, la figura di Ofelia e che sono l’ossatura di fondo di altre foto come la donna con il falco, e la donna con il gatto nero dalla serie animal beauty. Chi detiene il potere in queste foto? Sapreste dirlo? È tutto uno scambio di ruoli tra uomo e animale.

unnamed-4 Raffaele Rinaldi Photography

Raffaele Rinaldi fa, con la fotografia, ciò che in letteratura viene definito “pastiche”, cioè una combinazione di elementi  disparati con intenti espressivi che spaziano dal parodico all’ironico, mimetico etc. La sua capacità di fondere citazioni artistiche e stil (surrealismo, arte rinascimentale, elementi della tradizione locale, dell’immaginario siciliano), ad una iconicità prettamente autoctona, rendono le sue foto uniche nel suo genere, un esempio di creatività, ironia, stile. Uno spirito “wit” che spira dal Sud.

Ho fatto qualche domanda a Raffaele, ecco l’intervista. Continua a leggere