LE STANZE DI SCIASCIA

La scrivania personale di Leonardo Sciascia

 

 

 

 

 

 

 

di Antonina Nocera

Faccio il compleanno l’undici Maggio e l’undici Luglio, due mesi dopo, ho ricevuto un prezioso regalo: Fabrizio Catalano mi apre le porte della casa del nonno, Leonardo Sciascia, a Palermo. Difficile dire le sensazioni senza incorrere nella retorica della reverenza: se si può parlare di aura, per come la intese Benjamin,  ecco quella sicuramente è presente in questa casa. Meglio ancora risponderebbe Bachelard, questo è lo spazio “dell’immensità intima”, e io ne sto varcando la soglia.

C’è la scrivania intatta, per come l’ha lasciata lui, gli oggetti disposti con un ordine che  si presume non casuale (mi piace immaginare che la lucida ragione speculativa intervenisse anche in queste minuzie della vita quotidiana) , una macchina da scrivere , cimelio di ‘antico scrittore’, una foto di Pirandello a lato, una di quelle foto  ampie, con la cornice argentea che solitamente si riservano alle madri, ai fratelli, ai grandi affetti. E ancora oggetti che parlano di lui: sulla scrivania, un piccolo calendario manuale con i numeri girevoli, ne ricordo l’esistenza perché anche il mio, di nonno, segnava i giorni in questo modo, i singoli giorni che devono essere segnati, altrimenti si perdono nel vuoto, nell’oblio. Quel piccolo oggetto reca la data del  19 novembre, data della  vigilia della sua morte. La moglie ha voluto fermare il tempo, o per lo meno quel tempo,  quell’istante in cui  dolore ha scoccato la sua ora.  

Il calendario manuale

Immagino che la grande riflessione sulla morte e sull’esistenza prendesse vita anche da queste vicende personali che generavano poi grandi immagini, grandi personaggi. Il suo studio ha anche una particolarità: è una stanza avvolta dai libri. Avrei potuto dire piena, come lo sono le stanze e gli studi degli scrittori e degli artisti, ma questo verbo rende meglio la sensazione di piena avvolgenza.  I libri sono disposti su una parete e dirigono lo sguardo in orizzontale, quasi fosse l’immanenza a prevalere in questa teoria di scritti, chissà voglio immaginare e speculare un po’ anche io. Di contro, le altezze verticali delle pareti sono occupate da una quadreria importante: riconosco quello a me più familiari: Guttuso, Caruso suo grande amico. Amava l’arte,  i romanzi dialogano spesso con le opere d’arte; si capisce che ogni singolo quadro di questa stanza è una piccola finestra su un senso ulteriore.

Renato Guttuso : La morte dell’inquisitore

Molti surrealisti, come se la realtà, allo stesso modo la verità, potesse essere raccontata attraverso una necessaria deformazione , per apparire più nitida.   Il mio sguardo si dirige ora verso un quadro che è posto dietro la scrivania, messo lì per essere guardato e per interrogare chi guarda. È un’illustrazione di Guttuso “La Morte dell’inquisitore” un’opera dai tratti decisi, una “visione” che contiene la realtà e tutto ciò che potrebbe essere, in un unico spazio.

Nella mia mente si affastellano dei fotogrammi in sequenza rapida: quella macchina da scrivere che ticchetta rapida, il fumo della sigaretta che esala dal portacenere, una ruga pensosa, quella che si piega tra un occhio e l’altro, sollecitata da due pensieri, quello dei giusti e quell’altro dell’inquisitore che emette la sentenza definitiva, mentre una nota si fa più acuta e stringente, e riverbera sulla morte…   le ultime parole di Frate Diego la Matina “dunque Dio è ingiusto” è la formula chiave del romanzo saggio del 1964.  E qui ritorna, e lo sento vivido e forte, lo Sciascia dostoevskiano, quello che oppone al male del mondo contro gli innocenti la il dubbio di una fede che si interroga, – lampi di Ivan Karamazov- vissuta un po’ come Fëdor nel crogiuolo del dubbio, quello di ogni vero libero pensatore.Nonostante una piccola foto incorniciata di Tolstoj che Fabrizio mi mostra a conferma dell’amore letterario per questo autore, ci sono delle frequenze dostoevskiane che vibrano, costanti.

Nell’’ultima stanza, quella intima, entro con pudore. Non è reverenza, ma la stanza da letto è un luogo sacro e varcarlo è per me entrare in una dimensione da preservare. Non dirò nulla se non che il Cristo di Odilon Redon accanto al capezzale mi ha catturato per un minuto eterno, tanto misterioso e abissale è il volto di quest’uomo, un volto glabro, ben lontano dalla classica iconografia. A me sembra un Cristo che potrebbe essere chiunque, un bambino un giovane un adulto, un uomo di qualsiasi nazionalità di qualsiasi etnia, o forse anche un uomo semplice, uno che incontri per strada, o che hai già incontrato. Lascio questo mistero per rivolgere un’ultima domanda a Fabrizio. Abbandono lo scrittore e il nipote del grande scrittore: adesso voglio un momento speciale, un aneddoto, voglio un bambino e suo nonno a scambiarsi un momento indimenticabile.

Fabrizio e il nonno, seduti nelle campagne di Racalmuto nella residenza alla Noce, le pietre che rilucevano della luce lunare, si parlava della vita dopo la morte. Sì, era un bambino molto curioso, Fabrizio, il nonno lo sapeva e così gli rispose: “Di fronte a questo dilemma c’è soltanto il dubbio”. Mai risposta fu più sciasciana.

La nostra classe sepolta

 

di Gabriella Grasso

Vogliamo dedicare questo articolo a Christian Tito, poeta di rara sensibilità, che ha fortemente voluto l’antologia La nostra classe sepolta, ma non ha potuto vederne la pubblicazione. La sua voce ha ancora molto da donarci.

Mi fa particolarmente piacere inaugurare questa rubrica ospitando non una, ma tante voci: quelle presenti nella bella antologia curata da Valeria Raimondi, dal titolo “La nostra classe sepolta”, edita dalla casa editrice Pietre Vive nell’aprile 2019. Si tratta di un progetto forte, necessario, che dà la parola a chi sperimenta ogni giorno, sulla propria pelle, le asperità di ambienti e condizioni lavorative che mortificano la vita: alienazione, sfruttamento, precarietà, mancato riconoscimento di diritti. Nodi e tematiche purtroppo nient’affatto risolti nella società del terzo millennio, a dispetto di tante nuove consapevolezze e innumerevoli battaglie, nelle quali anche l’arte ha offerto e offre il proprio contributo.

L’opera nasce infatti da un’esigenza precisa, quella di “testimoniare il lavoro attraverso la poesia” (dalla prefazione di Raimondi), disegnando “una sorta di mappa della poesia del lavoro in Italia in chiave attuale”. Ben oltre il valore documentaristico dell’opera -da non sottovalutare, peraltro- questa antologia aspira a ricucire lo strappo tra la parola evocativa, l’immaginazione da un lato e la volontà di incidere sulla realtà dall’altro, “senza tradire il linguaggio dell’arte e senza svuotare di forza la pratica politica”. Vengono compiute pertanto “scelte stilistiche ben precise, guidate dal desiderio che l’azione-parola sia praticata dentro i luoghi di lavoro o laddove si tocchino i nervi scoperti dello sfruttamento”, ben sapendo che “la dimensione lavorativa è per molte persone una tragedia quotidiana”. Impegno civile e tensione artistica si coniugano in un progetto che dà spazio “a chi avesse già una produzione dedicata al tema, ma anche a chi, per necessità, avesse scritto poesie dai luoghi del lavoro” o a coloro che sono “impegnati in realtà culturali, politiche, associative presenti sul territorio nazionale” (sempre dalla prefazione della curatrice).

L’antologia è divisa in tre sezioni: Il pane quotidiano, con le testimonianze di vita; Homo Aeconomicus, sul senso del lavoro e la riflessione sull’alienazione versus la nobilitazione; Colata continua, per parlare di morti sul e di lavoro.

Il vissuto del lavoratore che ne emerge è complesso, dalle molte sfaccettature: è meccanicistica prigione in Francesca Del Moro (Jobs Haiku “La vita esatta/ La corsa della cavia dentro la gabbia”), in Claudia Zironi (“Il giorno che hanno dipinto di blu/ le lamiere del capannone accanto/ c’era un’aria tersa, un cielo estivo:/ ti sei girata all’improvviso e /hai visto il mare”), in Fouad Lakehlal  (“Alluminio fuso./Tuta di amianto./ Forno a Settecento./ Io c’ero dentro”). É profonda delusione, rinuncia al sogno di una vita serena, dignitosa in Fabio Franzini e nei suoi bellissimi testi in veneto (Marta: ”tuta ‘na vita persa a gratàr, /a gratarse via dal corpo ‘a beézha” e Compleàno. “ Come che pòsse dirghe che poesia ghin vede senpre manco/ te ‘sto mondo de squai e de pòri sciavi?”), in Mario Durmishi, nei toccanti versi da canto popolare di Mario Archetti. E’ constatazione di  monotono scorrere di giorni, senza colore e apparentemente senza senso, in Lucianna Argentino (“Ma ecco/ ora è questo l’ombra, questo stare nell’affanno del fiato,/ nella me stessa di cui si spartiscono le vesti/ cose adiacenti al nulla”). É infine amara consapevolezza dei rischi e preannuncio di morte in Francesco Zannoncelli e in Alessandro Silva, nella sua potente Slopping I.

Un contributo importante, quello de “La nostra classe sepolta”, che si colloca nell’alveo della poesia civile che sa ancora parlare di lavoro (e il pensiero va a Dino Campana, Elio Pagliarani, Luigi Di Ruscio, Ferruccio Brugnaro o, in tempi più recenti, a Maria Grazia Calandrone e al giovane Antonio Lanza, nonché ai due collaboratori della curatrice, ossia Luca Bassi Andreasi e Francesca Del Moro, solo per citare alcuni nomi); una tensione, secondo alcuni, fiacca o morente, in un mondo distratto e anestetizzato, dove opere come queste stanno invece a testimoniarne la vitalità e la validità. É un mondo, quello attuale, poco disposto ad ascoltare la voce dei poeti e il loro richiamo di verità; ma, come ci ricorda Christian Tito nel testo di apertura, “non importa se voi non leggete le poesie/ perché sarà la poesia a leggervi tutti”.

 

Alcune poesie

CHRISTIAN TITO Farmacista, Taranto-Milano

Istantanea

Tra la tangenziale e l’inferno

in un cubo grigio a molte stelle

l’opportuna sede del meeting sul mercato

ed ecco il mercato in forma di torta

e attorno alla torta molti coltelli

e le figure coi coltelli pronte a scannarsi

un uomo scorre febbrile le diapositive

e febbrilmente cita uno scrittore che scrisse:

“non importa se tu non ti interessi della guerra

perché è la guerra che si interessa di te”

un poeta travestito da loro dipendente scrive:

“non importa se voi non leggete le poesie

perché sarà la poesia a leggervi tutti”.

 

LUCA BASSI ANDREASI Geometra, operaio metalmeccanico, Brescia

Statuto dei lavoratori

E dello Statuto hai saputo?

Sì, m’è spiaciuto.

L’importante è che non abbia sofferto.

No, in realtà agonizzava da tempo.

Se n’è andato in punta di piedi.

Sei stato al funerale?

No, non mi han dato il permesso.

Neppure a me

 

FRANCESCA DEL MORO Traduttrice e editor, Bologna

La risorsa umana si è spezzata in più punti

Era poco flessibile, dicono, poco resistente

o forse è stato per via di quella parte male inserita.

Una volta sostituita si ignora la sua destinazione.

Ridenti i mercati assistono come gerani al balcone

 

MATTEO RUSCONI (Roskaccio) Operaio metalmeccanico, Lodi

D’ora in poi non saranno più tollerate

impaginazioni di corrieri sibillini

e sarà vietato a chiunque si creda uno scrittore pittore cantore

di sprecare colore per imbrattare le ore dedicate alla reclusione.

In fondo è per grazia da noi concessa

timbrare un cartellino

perdere lo status di Poeta

Quindi si richiede la massima devozione

e di scambiare il volto di Dio con quello del padrone.

 

FOUAD LAKEHAL Disoccupato, Algeria-Italia (Brescia)

Lavoro

Alluminio liquido, forno a Settecento.

Tuta in amianto, sali di condensa.

Passa il padrone: Io vi frusto!

Mi fermano i colleghi (l’avrei sciolto).

Venerdì è la nostra notte, ci fermiamo per mangiare qualcosa,

succede da sempre alle tre di notte.

Alluminio fuso, forno a Settecento.

Tuta di amianto, sali di fusione.

La pressa s’infuria, l’orologio la rincorre,

le nostre facce stravolte sono sbiadite

come la carta della busta paga.

Eravamo affiatati, solidali,

ci sosteneva lo scherzoso spirito di sfida,

ci si sfidava tra noi allo sfinimento.

Raffreddavamo le bibite

sotto il getto d’acqua arrugginita,

comunicavamo coi gesti,

parlavamo a intermittenza

tra un colpo e l’altro della pressa.

Mangiavamo panini ossidati dall’usura,

riscaldati sui bordi dei forni aspettando le sei.

Una gioia quando arrivava il camionista francese

che ci portava sempre una bottiglia:

mi piaceva sbirciare l’orologio

quando erano le cinque e quarantasei.

Alluminio fuso.

Tuta di amianto.

Forno a Settecento.

Io c’ero dentro.

 

ED WARNER  Magazziniere, Crema

Ninna nanna per l’Italia

Piangi pure, bambina.

Il mio tempo te l’ho dato.

Di quello buono

tagliato bene di spalle aperte e sicure

di fronte imperlata, sudori gibbosi.

È il mio di tempo che se n’è andato via

passato direttamente dalle Marlboro

alla droga pesante

del cambiare canale.

’Fanculo bambina.

’Fanculo a te e al tuo pianto.

Alle borse svuotate.

Alle falde degli occhi

per un terzo turno

che assapora polvere e amianto.

Almeno tre figli al giorno

impolverano un’alba già nera.

Non piangi per loro

caduti in battaglia per difendere te?

E allora piangi bambina

quando sarai madre io t’abbraccerò

 

MARIA NARDELLI Maestra, Locorotondo

Il lavoro l’ho preso da mio padre

una volontà inesatta rispetto alla paga

idee e soluzioni astruse rispetto alla richiesta

vocazione imperfetta fino alla pensione una stanchezza

ripagata nell’ultimo suo faticoso respiro.

Il lavoro è la cosa più difficile

il debito insanabile che ho con te.

 

 

FRANCESCO TOMADA  Insegnante e poeta, Gorizia

Double face (pensiero all’uscita del turno di notte)

Guarda le gru di Marghera altissime

e bianche nel buio come radici

di alberi piantati a rovescio

nella terra

dunque questo non è cielo

ma un cielo capovolto questa non è

vita

ma quello che alla vita viene tolto

 

MARJO DURMISHI Operaio metalmeccanico, disoccupato, Albania-Italia (Brescia)

Al mattino e un grado

si hanno buoni propositi:

strizzare i rami dalla rugiada

lavare carote e barbabietole.

Sogno, dopo aver sognato

lungo l’intera tiepida tenebra.

Sogno di parlare

dopo non aver emesso

per ore neppure un suono

neppure con uno come me.

Al mattino e un grado

il recinto provinciale gronda di lamenti.

Sui fili freddi, orme

e capelli di animale.

Tra la Romania e il Nord-Est un bulgaro è quotato all’incirca tre dollari

con tanto di contributi versati.

Si sapeva.

Scegliemmo i tre dollari.

Mai più abbandonammo l’Occidente generoso:

loro ci avrebbero accolti e

una volta inquadrati

ci avrebbero dato dignità e parecchio lavoro.

“E l’aumento?” chiedemmo dopo decenni, all’unisono,

sudici, con occhi mesti e gonfi.

“C’è la crisi!”

fu la tagliente sentenza.

 

ALESSANDRO SILVA  Ex-disoccupato, ricercatore, Parma-Taranto

Slopping* I

La fumata rossa è perdita di ossigeno

che reagisce con carbonio.

[In effetti la fornace ha un corpo

di aspirazione ma se qualche ossicino

della bocca chiude male il muro

di vertebre e le gambe si scoprono fragili.

Accade una schiuma eccessiva e

nell’aria del mare rivive un sudario

di polveri che infiamma la luce].

Sul labbro scivola una goccia

di sangue minerale.

Ci vogliono poi micidiali cure per le malattie

da detriti con il nome della morte in bocca.

 

Tre domande a Valeria Raimondi

 D: Cosa ci dice di quest’opera il suo titolo, peraltro molto suggestivo?

R: La prima parte del titolo di questa antologia, frutto di una scelta condivisa con l’editore Antonio Lillo di Pietre Vive, richiama un verso di Luigi di Ruscio: “noi che viviamo anche per rappresentare tutti quelli che sono morti/ sino a che rimarrà uno solo la sconfitta non è ancora avvenuta/ sino a quando rimarranno le nostre pagine/ non la rosa sepolta ma la nostra classe sepolta/ siamo nel caos prima della creazione del verbo”. Per Luigi di Ruscio, presenza che sorvola l’intera raccolta e che abbiamo voluto omaggiare con questo titolo, il mondo del lavoro è senz’altro la materia prima della condizione personale, nonostante egli non si consideri solo un poeta-operaio (come sbrigativamente si è detto tante volte) ma un poeta capace di introiettare, trasformare e rievocare la condizione umana tutta. Questa dovrebbe essere anche la funzione del poeta civile, non un’etichetta, dunque, ma una scrittura di volta in volta necessaria. Il titolo richiama immediatamente ad una lotta (e ad una sconfitta) dei protagonisti del mondo del lavoro, di quel mondo che fino a qualche tempo prima abitava per sua natura un’unica Classe, che ora è stata sepolta.

Di Ruscio, tuttavia, ci lascia in eredità un’idea di lotta politica irriducibile, ancora praticabile e reale: siamo nella creazione prima del caos, quindi siamo ancora a costruire qualcosa come lotta viva, solo momentaneamente indistinta, sepolta sì, ma non arresa.

Nel sottotitolo i mondi del lavoro, al plurale, si contrappongono al singolare Classe. Non un mondo omogeneo per caratteristiche, declinazioni e appartenenze riconoscibili e riconosciute: la precarietà, il ricatto della delocalizzazione, la riduzione del ruolo pubblico dell’economia hanno lasciato i lavoratori e le lavoratrici soli, ognuno con sé stesso e con la sua particolare e solitaria condizione.Cronache perché, citando la postfazione di Alberto Mori: …spesso, non siamo di fronte a versi oppure a prosimetri veri e propri, ma ad interrogazioni, in scrittura, delle proprie urgenze esistenziali, laddove le forme e le costruzioni sono sempre esplicite e tengono la lettura tra incudine e martello: forgiano, mettono in opera quello che sono in relazione all’oggetto... Come dire che sono proprio i versi, più di qualsiasi altra forma della parola, quelli in grado di cogliere gli attuali caratteri di precarietà, frammentarietà, paura e alienazione: i segni lasciati da questi scritti sono anch’essi frammenti e documenti efficacemente lanciati con rabbia e dolore, atti d’accusa e denuncia.

Dunque le testimonianze rilasciate dagli autori/trici sono quelle di testimoni a conoscenza dei fatti, dentro lo stesso ingranaggio oppure fuori, a rifiutarlo, o anche a raccontarne la trasformazione: la produzione sul nastro di montaggio (L. Bassi Andreasi) o il forno con l’alluminio fuso che ingoia lo stesso complice lavoratore (F. Lakeal), o l’altro, diverso eppure simile, osservato dalla postazione della cassa di un supermarket (L. Argentino). Ma come ancora dirà Mori… che cos’è la parola per un lavoratore? Gesto di sussistenza, spesso vera e propria sopravvivenza primaria; azione della parola soprattutto. Ma se questa azione non entra in patto concreto, il diritto perché sia considerata tale è già prosciolto ed asimmetrico. Allora bisogna testimoniare. Dire. Esserci per non essere cancellati e, nella sparizione, divenire pretesto per coloro che sono sempre presenti nei mezzi di produzione decisionale del lavoro.Il sottotitolo rivela anche l’intenzione di mettere sullo stesso piano i diversi protagonisti senza distinzioni di età, riconoscimenti, linguaggi utilizzati.

D: Com’è stato accolto e vissuto questo progetto da chi ne è stato coinvolto?

R:Grazie per la domanda che mi consente di dire della genesi di questo progetto.
L’idea prende origine da una serie di “occasioni”: la necessità, la volontà, il desiderio di fare il punto, anche dopo alcuni percorsi personali, sullo stato della produzione poetica contemporanea allo scopo di recuperare un po’ di tessuto nell’eterna frattura tra arte e impegno. Ma non secondaria è stata l’uscita, nel 2016, di due raccolte che, gettando luce in una certa direzione, mi hanno costretta a seguirla.
Ho lanciato così un appello ai lavoratori, lavoratrici, precari e disoccupati prima ancora che agli artisti: intendo con ciò sottolineare l’orizzontalità di tale progetto dove non vien distinto ciò che è alto da ciò che potrebbe non essere considerato tale. Questo non significa che la poesia, lo stile, il linguaggio ne abbiano fatto le spese. Significa che tutto il lavoro di cura è stato svolto con molta attenzione (questo lo ribadisco consapevole di alcuni limiti). Cura per la parola, certo, ma anche per le intenzioni. Di volta in volta ho scelto cosa valesse la pena valorizzare e spesso, vista la natura della raccolta, è stata l’esigenza di verità ad avere la meglio, non per dovere di cronaca ma piuttosto per “dovere di poesia”. Hanno risposto soggetti diversi tra loro per genere, occupazione, provenienza ed esperienze.

Anche le diverse scritture mostrano tali discrepanze e differenti punti di vista, una narrazione che attraverso versi di volta in volta graffianti, ironici, drammatici e lirici, racconta il precariato, le lotte dimenticate, le vittime del lavoro. Perciò qui non si parla solo di lavoro ma, via via che le poesie (non i poeti) vengono raccolte, quasi imprevedibilmente emergerà altro: che è in atto la compromissione del tempo libero oltre che del tempo lavorativo (che viene occupato dalla redazione di curricoli, da colloqui, da lavoretti, da tentativi di rientrare nel mercato); che tuttora la società riconosce l’individuo associandolo alla mansione sociale; che vale ancora rivendicare l’autodeterminazione del proprio tempo di vita; che lo scontro tra poveri (come accade dal conflitto orizzontale contro i migranti dei campi) può collocarsi proprio dentro questo imbarbarimento. Si renderà necessario ad un certo punto introdurre dopo la sezione Pane Quotidiano (le cronache dirette dai luoghi del lavoro) e Homo Aeconomicus (atto d’accusa verso il lavoro come alienazione), una terza sezione di testi, Colata Continua, dedicata alle morti sul lavoro e ai danni all’ambiente nella quale si pone l’accento sulla reificazione dell’uomo: l’oggetto vale più della sicurezza e la salute meno della sopravvivenza economica obbligando dunque ad una scelta che tale non può definirsi.Perciò ho chiesto ad ognuno di introdurre i propri testi con una citazione, una breve riflessione, una sorta di chiave di lettura.

La raccolta si apre con i testi di Christian Tito il quale rappresenta la congiunzione tra la poesia storica di Luigi Di Ruscio e il tema oggi più attuale, quello della precarietà. Ma ospita anche Ferruccio Brugnaro, non con un suo scritto (nonostante le sue rabbiose testimonianze rappresentino, nel metodo e nella direzione, un messaggio per tutti) ma con un’immagine che generosamente mi donò tempo addietro: un volantino “ciclostinato” del 1969 per la proclamazione di uno sciopero alla Chatillon di Mestre, che riporta in calce una poesia dello stesso. Ma soprattutto l’antologia contiene alcuni poeti che hanno fatto del lavoro e dello sfruttamento la materia principale della propria poetica: Francesco Tomada, lo stesso C.Tito, Fabio Franzin, Francesca del Moro, solo per citarne alcuni. Franzin, unico poeta dialettale presente nel libro, racconta una fabbrica diversa: la fabbrichetta del Nordest nella quale si vive gomito a gomito senza essere compagni, nella tragicità dell’individualismo. Il progetto ospita anche due cantautori-poeti la cui produzione artistica ha già affrontato, in maniera consapevole e anche qui prevalente, la materia del Lavoro. Si è cercato in qualche modo di costruire un paesaggio complessivo e variegato.

Ho cercato di condividere con gli autori tutti gli intenti e i passaggi ma progettualmente e idealmente alcune scelte sono state sostenute da alcuni compagni di viaggio. Altre ed altri si sono presi invece l’impegno della diffusione e organizzazione di iniziative collegate all’antologia e alla sua vocazione politica, mentre altri ancora hanno proposto nuove modalità e interscambi. Un aspetto non secondario è stato condividere con un gruppo di poeti della stessa area geografica la costruzione di incontri, ogni volta diversi in contesti diversi, con contaminazioni video o musicali. Normalmente ognuno di loro durante i reading o le presentazioni sceglie di leggere autori non presenti.
Ciò è in continuità con quanto cerco di fare da un decennio, ossia cercare la sinergia, l’aiuto, la condivisione con realtà sociali e politiche esterne ai movimenti poetici.

D: Come si coniugano fare poetico ed agire politico nel disegno di questa iniziativa?

R: Per quanto mi riguarda ho sempre cercato di comprendere e poi di risolvere in qualche modo la frattura tra poesia e vita, arte e impegno, tra ciò che nobilita e ciò che mobilita.
Ho cercato di trovare il modo per consentire alla lingua-linguaggio poetici di raccontare un mondo che si è ribaltato nel corso di pochissimi anni, attribuendole così anche la funzione di rivolta civile, ma facendolo oltre gli slogan, le analisi, il troppo pensiero o la morale ideologica.

Direi che si manifesta l’occasione per ripensare alla poesia come qualcosa che ci riguarda di qualsiasi cosa o argomento si occupi! Oggi nel tritatutto che ha ingoiato valori, idee, parole e significati, sono finite anche le intenzioni e le regole dell’ispirazione e produzione poetica: al poeta tocca decidere in quale posizione collocarsi. Il poeta traduce sempre anche il frastuono del suo tempo, ma oggi dovrà scegliere se replicarlo nell’effimero di una cultura di massa, oppure ricordare che, di qualsiasi contenuto si tratti, la poesia sorge pur sempre come mistero, come parola stupefacente, senza tradire il proprio linguaggio, come scrivo nella prefazione.

Questa antologia, tengo a ribadirlo, rimane una raccolta in versi, curata stilisticamente nonostante la presa diretta sull’attualità. Diciamo che questa antologia lascia senza risposta un interrogativo: -che fare?- Ossia fotografa uno stato, non indica soluzioni, dunque non rappresenta un processo o un percorso finale e finito, piuttosto, un punto di inizio.

È stato detto: “l’ultima sezione non è ancora scritta, riguarda il futuro e la riconquista della sua nobiltà. È una visione che non concede arresti, che invita a raccogliere le forze: non sprecare un attimo di vita, non abbassare la guardia, non abbassare la testa“.
Esistono già, prima di questa, antologie sul Lavoro dove però non vengono raccolte scritture esclusivamente poetiche. Inoltre, ospitano, tra gli altri, poeti della generazione precedente per la quale il lavoro, con tutto il suo corredo di sfruttamento, è dato per certo, per un tempo e in condizioni indeterminati, e non con il carattere attuale di precarietà e scomposizione di una intera classe (come ci dice Eliana Como che non a caso ho coinvolto nell’introduzione politica).
Mi auguro questa raccolta divenga strumento nelle mani o per sostenere le lotte di lavoratori e lavoratrici, in una ri-creazione o in commistione con i linguaggi che le caratterizzano.Si tratta quindi di voler dare una risposta all’inefficacia di certa poesia civile e uno stimolo creativo al mondo politico e sindacale. Si tratta, infine, di un desiderio piuttosto comune: parlare degli esseri umani agli esseri umani, comprendere che la tragedia riguarda il cittadino globale e dunque si abbatte su ognuno di noi, sulle disillusioni, sui sogni, sull’umanità mancata, sulla relazione con l’altro e la natura. Insomma, non si può più agire da soli né nella vita né nell’arte; unirsi significa rimettersi al centro. L’augurio è che il progetto letterario possa coincidere con una pratica politica di lotta e rinascita.

 

Valeria Raimondi vive a Brescia dove nel 2010 fonda l’associazione culturale Movimento dal Sottosuolo che promuove incontri e progetti internazionali di poesia.  Nel 2016 viene tradotta in lingua albanese (Gilgamesh ed.) insieme ai poeti Beppe Costa e Jack Hirschman: antologia a tre voci presentata nelle principali università di Albania. Partecipa ad antologie sui temi dei respingimenti, delle carceri e delle guerre.
Alcuni inediti sono ospitati in Distanze, Fara ed., ed alcune invettive nella Gazzetta dei Dipartimenti del Collage de ‘Pataphysique.  Un suo testo è “intro” dell’album musicale dei DUNK.
Una decina di testi inediti vengono tradotti nel 2018 in lingua portoghese e presentati a San Paolo del Brasile. Con Donne A(t)traverso propone un recital narrativo sulle origini della violenza di genere. Nel 2011 esce la silloge poetica  Io no (ex-io) e nel 2014, Debito il Tempo, opera vincitrice del Premio Eros e Kaìros, entrambe ripubblicate con Pellicano ed.
Nel 2019 La nostra classe sepolta, cronache poetiche dai mondi del lavoro, Pietre Vive ed., raccoglie una selezioni di testi in versi, di lavoratori e lavoratrici distribuiti su tutto il territorio nazionale. Tra marzo e giugno 2020 scrive alcuni articoli sull’emergenza CoVid in Lombardia per i blog Carmilla, Social rights, Critica Impura e per MicroMega.

 

 

Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri

Leggendo questo romanzo strutturato in quadri, fotogrammi di vita, mi è balenato in mente un oggetto che tutti possediamo: un album di fotografia del passato, di quelli che ricevono la polvere durante gli anni e che ogni tanto vengono sfogliati con rammarico, malinconia, nostalgia. Per vedere le immagini, devi rimuovere la polvere.

 Rimuovere la polvere è un gesto che ritorna come un filo conduttore in questo romanzo a incastro, che ti conduce a interrogarti sul senso di questa azione.  Mi vine in mente Chiedi alla polvere  di John Fante, e anche io, leggendo, ho chiesto alla polvere cosa volesse dirmi. Forse la polvere non ha risposte ma ha il potere di innescare domande sul tempo, sul passato, sulle cose che passano e lasciano un segno indelebile. In questo modo si comporta la polvere del resto, è residuo quando si smette di vivere, è nuvola quando c’è un’immensa esplosione.

La polvere di Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri ( Edizioni Spartaco 2019) di Daniele Germani  si muove tra questi due estremi: fugacità e permanenza.  In mezzo, quell’accadimento che si chiama vita e che coinvolge un Pazzo, una donna stremata dalla vita e un uomo che vaga alla ricerca del senso. La pazzia, quella cosa che Foucault ha compreso essere un affare ben più complesso della deviazione dalla norma, è trattata con rispetto, con lucidità, ci ricorda che disciplinare la follia è rischioso.

Il Pazzo conduce il lettore in un tour orrifico, spalanca la porta dell’istituto psichiatrico, espone senza filtri le scene di  tortura dei malati  prima della legge Basaglia, gettati nella stanza fredda, tra gli escrementi, abbandonati nelle periferie dell’esistenza.  I pazzi sono fuori, recitava la scritta di un quadro di Bruno Caruso, amato artista siciliano, lo stesso pensiero del Pazzo che spesso ripete come un ritornello : “Chi sono i pazzi?”

La polvere del Pazzo, la polvere della donna e le povere dell’uomo sono il deposito di un’esistenza che vive sulla soglia: il Pazzo costruisce bombe per fare giustizia nel mondo, per detonare le follie dei normali.  Entra in campo un’altra pazzia, forse più corrosiva e ambigua, quella dei presunti sani. Lui sa com’è la vita prima di prima di essere “pazzo”.  Ci sputa in faccia la verità, senza fronzoli:

“Sono finito in Istituto per un motivo particolare. Io sono frocio, omosessuale, pervertito, chiamatemi come vi fa comodo, come vi viene meglio, come vi fa sentire meglio”

In questa storia si legge il dramma di una società che ha stigmatizzato, ostracizzato e ancora prima catalogato l’omosessualità come devianza da punire.  Si sente un’ eco pasoliniana, e più recentemente tondelliana, attraverso cui egli  ci conduce alla radice di questa impasse storica, sociale, antropologica. Ed è qui la storia di un’Italia retriva, e fortemente ancorata alle certezze piccolo borghesi.

“La società non aveva spazio per quelli come me. Per noi non c’erano più treni diretti ai campi di concentramento, ma auto della polizia che ci portavano dritti dritti ai trattamenti sanitari obbligatori […] grazie a questi trattamenti ci hanno spiegato che eravamo malati e che dovevamo essere curati e per un po’ ci abbiamo anche creduto e, in cuor nostro, abbiamo accettato che saremmo potuti guarire: «Tornerete a esser normali» ci dicevano.”

Poi c’è Lei, la donna, fragile, inconsistente come quei pulviscoli leggeri che si trovano negli oggetti di casa perché non hai avuto proprio il tempo per spolverare, perché il tempo fugge e ti divora, senza che tu te ne sia resa quasi conto. Lei ha una dalla  vita “ordinata” ha vissuto come si deve vivere, in quella medietà rassicurante  che ci fa dimenticare l’essenza. Come nel racconto di Joyce – Clay-  tradotto in Italia con Polvere,  questa donna fa i conti con la sua esistenza: tre figli, uno arrivato per sbaglio dopo una notte ubriaca, il lavoro, la fatica, la routine, i pacchi pesanti della spesa e all’improvviso una granello di polvere alzato dal vento che le entra nella testa e scava, scava:

“Cercò di ricordare quando era stata davvero  felice per l’ultima volta. La nascita dei suoi figli? Sì, ma. […]   il mondo si evolveva, lei restava ferma , immobile, fedele al suo personaggio così distante dq quello che immaginava che Satie scrivesse musiche per i giorni di pioggia. Era come il canarino che suo marito aveva comprato a uno dei suoi figli: le faceva pena vederlo in gabbia , per cui un giorno che era sola in casa gli aveva aperto la porticina e lo aveva liberato.”

La sua soglia è quella dell’incompiutezza, del richiamo assordante di una vita non vissuta pienamente,  di quella nota di Satie mai suonata  e dei sogni che spesso vengono sepolti sotto la polvere del dover essere, delle formule costruite dagli altri.  La nota stonata è la sua rovina e la sua salvezza: cercare l’accordo sul piano per cercare l’accordo col passato.

Poi c’è Lui, l’uomo qualunque che si risveglia grazie a un soffio di vento da un torpore che è durato tanto, troppo tempo. I figli, il caffelatte al mattino, la moglie che sembra una sconosciuta. Ingarbugliato tra le maglie della quotidianità, questo uomo è un nuovo pirandelliano che sta facendo i conti con la forma, sempre quella, che blocca e congela. La sua soglia è nel  cortocircuito tra due mondi in contiguità, quello della normalità asfissiante e quello della vera vita che palpita, da qualche parte, tra le onde del mare mai visto:

“Come faccio a eliminare la polvere e i brutti pensieri”? […] Si guardò allo specchio e si sorrise compiaciuto. Era stempiato e la giacca di panno gli cadeva sulle spalle come su quei manichini del grande magazzino. […] Aveva quarant’anni e non era mai stato al mare […]  perché ho fatto, perché non ho mai viaggiato fino a una spiaggia qualsiasi? E com’è fatta una cazzo di spiaggia? Di cosa odora? Ci saranno sassi o solo sabbia? Com’è la sabbia?  E silicio, sì, lo conosco alla perfezione. Dopo l’ossigeno, è per abbondanza l’elemento più presente del pianeta […]”

Bruno Caruso- Punizione-

Un romanzo scritto con uno stile maturo e consapevole, costruito con dei quadri autonomi che si incastrano perfettamente in sfalsamenti temporali, anticipazioni, riprese. Un tentativo ben riuscito di trattare la malattia mentale allargando il campo di azione e di osservazione che non è più solo quello del malato oggetto o del malato soggetto che si racconta – di quello la letteratura del Novecento è stata maestra – ma nella relazione tra questi e la società, le famiglie, gli affetti. Il puzzle è più ampio e articolato: si invocano le responsabilità di chi “non ha capito”, di chi non ha agito in coscienza, di chi ha ignorato.

Il grande tema della guarigione diviene così occasione di una riflessione sulle cure e sulle metodologie terapeutiche, spesso violente e invasive, e soprattutto su quel crinale che la scienza più avanzata non riuscirà mai del tutto a decifrare tra la consapevolezza di essere “malati” e l’inadeguatezza a comunicare il proprio malessere. Una scrittura che si spinge sulle soglie: la malattia dell’anima, spesso si annida nella presunta normalità, nelle vite che scorrono lente, nei bei progetti di vita.

Ed è pure un bel romanzo di odori e profumi, quello delle mandorle amare, che nei gialli preludeva all’assassinio, quello del gelsomino, associato alla perdita, al dissolvimento, e quelle polveri di vario ordine che accompagnano i gesti del nostro esistere e che sono brutti pensieri, ma forse necessari. Un libro da leggere, da cui farsi toccare.

La rivoluzione forse domani- Rosa Mangini-

 

 

di Ivana Rinaldi

La rivoluzione, forse domani, Divergenze 2019 è un libro prezioso per la cura con cui è stato stampato e per molti altri motivi. Il primo: il manoscritto autografo è stato ritrovato dall’editore in un mercato delle pulci in una cartelletta di antica fattura “acquistata per la bellezza dell’oggetto in sé. Aperta e esaminata sul treno mentre rientravo a Milano, ho fatto dietro front per chiedere al rigattiere dove avesse trovato l’oggetto”. (L’editoria non si arrende. Intervista a Pigola di “Divergenze”, Il viandante sul mare di nebbia, 14/11/2018). Avute le informazioni, Fabio Ivan Pigola, ha dato il via alle ricerche: storico, linguistiche e sociali da un lato, e quella più difficile, della biografia dell’autrice, che per molti aspetti rimane ancora un mistero. Questa prima casualità mi ha rimandato al ritrovamento di numerosi scritti di donne, ritrovati per caso su bancarelle sparse per il mondo, divenuti a loro volta libri unici. Il manoscritto vergato a china su fogli di protocollo, datati uno per uno, dal 7 al 16 febbraio 1941, era tra varie dozzine di fogli, rivelatesi prove scolastiche di studenti di ginnasio o di livello superiore, salvato dal tempo e dall’umidità, ci rivela che Rosa Mangini era un’insegnante. Nella cartelletta erano contenuti altri fogli sui erano svolti esercizi di italiano, greco, latino e inglese, la cui firma dopo ogni giudizio era Mangini R. a  fugare ogni dubbio che Rosa fosse un’insegnante, come ci dice Chiara Solerio nella prefazione. Tutte le prove nelle quali la data è leggibile, erano state svolte tra il 1901 e il 1903. Nella cartella, oltre il racconto pubblicato, vi era anche un romanzo andato perso per due terzi. Il mistero sull’autrice si svela attraverso molteplici indizi.

Rosa Mangini.

Rosa è una donna di grande cultura, nata in Prussia, figlia di emigrati della riviera ligure di Levante, che nel 1941 risiedeva tra Costa de’ Nobili e Zenevredo. Nove dei tredici capitoli sono stati scritti “alla Costa” probabilmente in “un luogo caldo e al chiuso, poichè si era a febbraio”. L’autrice conosceva bene i dintorni, il territorio, gli abitanti e i piccoli segreti, e ben sapeva anche dei luoghi limitrofi. Conosceva a fondo anche le realtà “al di là del Po”, quelle col fascino di paesi adagiati su colli ammorbiditi da profili memorabili, colorati da vigne e frutteti (Chiara Solerio).

Dunque Rosa era una donna colta e legata alla sua terra. In un’Italia popolata da donne ancora impegnate nel lavoro contadino, nelle risaie, o nelle manifatture della prima Italia industriale, l’autrice probabilmente nata in una famiglia benestante, ha il privilegio di studiare, conosce il francese tanto bene da interpretare le poesie dei surrealisti, oltre al tedesco, il latino e il greco. Il bagaglio culturale di Mangini si rivela nell’epigrafe dove cita Paul Eluard di La rose publique: “Les hereux dans ce monde font un bruit de fléau”, stampato in Francia nel 1934 e all’epoca sconosciuto in Italia- l’opera di Eluard verrà tradotta dopo molti anni in italiano – così da farci supporre che Rosa ha abitato in Francia, o che avesse rapporti con qualcuno d’Oltralpe. Ad ogni modo, Mangini aveva un’ottima conoscenza del francese e del tedesco: la cartella conteneva oltre al romanzo andato perduto, anche otto pagine in entrambe le lingue, perfettamente padroneggiate. Inoltre l’autrice era mancina, in un’epoca in cui il “difetto” veniva sempre corretto.

Il ritrovamento del manoscritto ha così del “miracoloso”, perché ci permette di riportare alla luce una delle tante figure, nel nostro caso una letterata dimenticata, e restituituirla al cantiere della memoria, particolarmente utile per ricostruire la II Guerra e la resistenza, l’esperienza che meglio riassume la connessione tra pubblico e privato: il conflitto non è solo un fatto di pertinenza dei soldati in divisa, ma è vissuto come rischio e destino comune. Al centro dello scritto, una storia che contribuisce a ricostruire il mosaico della grande Storia. Siamo tra Castel de’ Nobili e Zambredo, due borghi divisi da una fonte di barche tra i salici sul fiume Po, dove la guerra non è arrivata, ma vi sono i Tudesc che circolano,  si respira aria di fascismo con le camicie nere che frequentano le osterie, il conformismo dei più che sceglie il silenzio per paura delle ritorsioni e per “quieto vivere”. Ma c’è anche voglia di cambiamento, due anni prima della Resistenza si sente aria di dissenso, di libertà, di rivoluzione.

“Piegarsi ai fascisti? Mai.”

“Che ci facciamo qui, eh, giochiamo ai cospiratori? Dillo, è solo un gioco per voi? E’ stato solo un gioco?” . “La guerra non è mai un gioco, lo gelò Volpe – uno dei giovani protagonisti del racconto-  e allora io dico repubblica, Repubblica democratica d’Italia. Suona bene eh?”.

“Talmente bene che te la suoni da te”.

“ Io amo la mia terra, sono libero di fantasticare anch’essa libera!” .

“ Tutti quanti sogniamo, replicò Volpe, sogniamo quando abbiamo il pane, e quando ci manca”.

Il breve dialogo riportato è il sunto di ciò che anima alcuni giovani del paese: Michele, il protagonista, il Balussìn, Stalin, il musicista e il più giovane della combriccola, il Paolino “rosso di buccia e di polpa, il Clerici “ dal viso femmineo, anch’egli sedici anni dalla pelle di nebbia e i capelli color castagne, parentado con il podestà della Costa e coi Balossi”, famiglia nota del paese, infine il Volpe, “senatore acculturato del gruppo, iscritto al primo anno di Lettere e Filosofia”.

Tutti però portavano i palmi incalliti dalle vanghe e i travaséi. Al centro, la storia d’amore tra Michele e Melania, “accomunati da nulla”. Lui appartiene a una famiglia di viticoltori di là del Po, lei è figlia di una perpetua, ospite dei Balossi, la famiglia più numerosa di Costa de’ Nobili. A differenza del giovane , Melania è colta, brillante, autonoma nel pensiero, conosce Dante e la storia. Accanto ai due, ci sono le braccia dei contadini, le “gambe dei ragazzi sempre in movimento”, anziani che passano gli ultimi anni tra orti e osterie, pronti a dare le loro residue energie all comunità. Seppure in un’Italia stremata, i giovani credono che ci sia ancora lo spazio per un’evoluzione collettiva, per traguardi più civili, e soprattutto spazio per combattere il pensiero unico del fascismo, rappresentato nel racconto dalle camicie nere che circolano nel paese. La rappresentazione del fascismo è nitida, poiché Rosa Mangini lo conosce alla perfezione. Il malessere si esprime nell’ubriacone che “soffre di esistere” o nella donna che “ha male ai pensieri”. Ma la speranza è ancora viva nei giovani: “la poesia non basta leggerla, devi saperla vivere”, e non puoi che viverla nei sogni e nella realtà, per conquistare un mondo migliore. Per farlo, bisogna contrastare la propaganda fascista e beffare il nemico, con piccole storie di resistenza, ricorrendo alla propoganda clandestina, con l’aiuto di un tipografo complice di Pavia, tanto per far sapere al paese chi sono i fascisti, i traditori, coloro che vogliono vendere le terrre ai Tudesc. “ Stampa o no, la voce si era già sparpagliata da Pietra a Zavattarello e questo perché si vive più forte quando si tiene a vista il nemico, e i vinai non sono gente incline a distrarsi”. C’è desiderio di liberarsi dei fasci, dei tedeschi, del re, e soprattutto di “bella rivoluzione”.

“ E allora morte ai tedeschi e strappate le camicie nere, viva le rosse piuttosto a petto ignudo”.

“ E quella non è rivoluzione? ” Fece notare Stalin. “Macché, è filosofia”.

“ Filosofia?”.

“La nostra. Se domani scoppia la rivoluzione, pure tuo padre prende lo schioppo e tira a camerati.”

“ Se i tedeschi vincono ci mettono sotto, stiamo peggio di prima però viva i tedeschi”.

“E se arrivano i russi e ci mettono sotto, maledetti i tedeschi matti da legare, è tutta colpa vostra, ma viva i russi che ci hanno liberato, tanto noi stiamo peggio di prima”.

“Coi regimi”

“ Oh, forse l’hai capito. Solo con quelli. La rivoluzione col furcon e i travaséi non la fai se c’è il re”.

“Forse lo cacciamo, rinfocolò Stalin”.

“ Sì, forse domani”.

“ Domani no, ma…”.

“E neppure domani l’altro”.

Nel breve dialogo, vi è e il desiderio e il disincanto di questi giovani, che l’autrice ha saputo cogliere, per quello che potrebbe essere, ma non è. La loro forza va oltre la gioventù che per natura li porta al ribellismo, a quella carica rivoluzionaria che si esprime attraverso l’ironia, lo scherzo, lo sberleffo, armi che gli avversari non posseggono, “per loro resistere significa tornare a esistere (re-existere), riaffermare lo slancio vitale sopraffatto da chi domina, inquadra delimita, reprime, e infine conquista l’etica e l’ambiente (Marco Vagnozzi). Tra i protagonisti del racconto vi è infatti la terra:

“La terra è madre, toglie la fame e la sete:le cascine hanno le aie, le stalle, i granai; i palazzi di città non sanno dove mettere i polli, i conigli, i porcelli, dove piantare le zucche, i broccoli. Cosa mangia chi le abita?”.

“In campagna vi è chi rivolta la polenta sul fuoco “ guarda che fumella!” .

“Alla polenta si fa venire la schiena color dell’oro e righe scure di brucio, croccanti, dipende se la fai sulla piana della stufa o del trippiede”. Le città sono invece invase di automobili, fabbriche, edifici .

“E non è bello, replicava Melania al nonno?”.

“ E’ bello se andate a fare una gita, era bello per chi ci andava a lavorare. Ma oggi la città non va alla campagna per per lavorare la terrra, ma per fare le case, e i signori una casa ce l’hanno già, anche due, tre, quattro”.

Il racconto si snoda con la terra che fa da sfondo, sempre presente nella sua bellezza e nel suo legame con chi la abita, come nelle pagine più intense di Pavese. Nelle pagine del racconto, sottolinea Vagnozzi nella postfazione, troviamo così l’idea di un falso progresso che rischia di mangiarsi il mondo  quieto e equilibrato dei piccoli borghi, e rappresentato dal contrasto tra quel mondo e le aree urbane dominate dal cemento e dall’architettura fascista. Un tema che ritroveremo anche in Pasolini. Non si tratta di nostalgia del passato, ma della nostalgia di un luogo naturale, dove gli individui, uomini e donne, giovani e anziani, possano far germogliare e esprimere la loro sensibilità nella più intima comunità sociale.

La lingua di Rosa Mangini è ricca di espressioni popolari, vivaci, semplice, come i protagonisti, sfiora l’”alto” e il “basso” con leggerezza, disinvoltura e sapienza. Predilige il discorso diretto attraverso il quale  dà voce alle sue craeture letterarie e al contempo vivissime. Nelle descrizioni, l’autrice usa  una lingua che ha un  che di aulico senza mai essere retorica.

La rivoluzione forse domani, un bel libro da leggere.

 

Ivana Rinaldi

Laureata in storia, presso la facoltà di Scienze politiche all’Università di Camerino, insegna al Trinity College- Rome Campus.Si dedica da anni alla ricerca storica, con una particolare attenzione alla storia delle donne nell’Italia contemporanea, e ha pubblicato saggi su “Donne e fascismo” e “Donne e resistenza”. Ha collaborato e collabora, oltre che con Leggendaria, con varie riviste: Storia e problemi contemporanei, Società e storia, Differenza donna; LetterateMagazine, Gazzetta filosofica.

Caravaggio contemporaneo: la finzione della luce nei tableaux vivants

 di Floriana Giallombardo

Quanto un medium può spingersi nell’altro? Inutile aspettare la risposta: andate a vedere la mostra sul Caravaggio contemporaneo a Siracusa, che inaugura venerdì 26 giugno alla chiesa di Santa Lucia alla Badia. Nulla rende meglio del vestibolo settecentesco del convento per ospitare i tableaux vivants di Toni Mazzarella. L’ambientazione in penombra delle gigantografie caravaggesche, ispirate ai quadri del maestro e dei suoi seguaci siciliani, spinge al massimo i limiti della fotografia, che gioca magistralmente con l’illusionismo pittorico. Nulla a che fare con le estroversioni kitsch di Cindy Sherman: qui tutto riconduce a quello che definirei una rigorosa ricerca ottica e compositiva.

Rigore nella ricerca luministica, innanzitutto impressionante l’esattezza delle linee luminose ottenuta nella finzione dell’allestimento scenico, che ricalca fedelmente le composizioni dei maestri: Caravaggio, ma anche Ludovico Carracci, Carlo Saraceni, Mario Minniti, J. De Ribera, P. P. Rubens. Si badi, nessuna intenzione di celare la finzione, che emerge senza mezzi termini dalla coiffure contemporanee dei ragazzi, dal lumeggiare delle quinte di tessuto dietro i figuranti, da qualche dettaglio di costume.

Con non chalance dicevo, esattamente come una scenografia teatrale contemporanea non intacca il senso esistenziale di una rappresentazione di Macbeth. Qual è l’oggetto della ricerca? Direi l’umano, la corporeità drammaticamente svelata dalla luce (come nell’omaggio alla crocifissione di Rubens) ma soprattutto il senso di disvelamento dei meccanismi della visione. Molto si è scritto sullo strumento analitico della camera ottica che consentiva a Caravaggio, come agli esponenti della cultura visuale olandese, di ottenere una resa cruda e senza compromessi della realtà visiva, trasposta direttamente nei loro quadri. Una rivoluzione tecnica, si badi, che veniva gestita con la sapienza della composizione classica e con un uso espressivo, metafisico della luce.

Quasi come una dimostrazione ‘e contrario’, la fotografia digitale contemporanea, in questi tableaux vivants, prende coscienza delle scelte culturali alla base dei quadri più fotografici della storia dell’arte. Una tensione conoscitiva che s’intuisce nel processo di ricostruzione – che non può non immaginarsi ispirato all’antecedente pasoliniano de ‘La Ricotta’ – e che si ritrova perfettamente nella resa delle opere.

Morte della vergine

Longhiano del resto è anche il curatore, Michele Romano, che impersona un severo San Girolamo contemporaneo intento sullo schermo. Come se non bastasse, il divertissement diventa serissimo nel momento in cui, nella medesima sede espositiva, si accede al cospetto dell’autentico capolavoro caravaggesco del Seppellimento di Santa Lucia, dipinto per la città nel 1608 e oggetto di un recente (e non finito) contenzioso per il suo trasferimento temporaneo al MART di Rovereto, che implicherebbe una non opportuna movimentazione dell’opera, caratterizzata, come tutte quelle dipinte durante la fuga di Caravaggio in Sicilia, da una tecnica esecutiva furiosa e una pellicola pittorica sottile e delicatissima.

Seppellimento di S.Lucia (particolare)

 Link:

Info su inaugurazione della mostra, foto di San Girolamo contemporaneo.
https://caravaggionews.com/2020/06/14/caravaggio-siracusa-i-tableaux-vivants-di-toni-mazzarella/

Info sulla querelle non finita sulla movimentazione del Caravaggio aretuseo
https://www.wltv.it/caso-caravaggio-funzionari-dellistituto-centrale-di-restauro-a-siracusa/

Floriana Giallombardo è laureata in storia dell’arte a Palermo ed è dottore di ricerca in studi culturali europei. Si è occupata di iconologia, storia della scienza e storia culturale con particolare riguardo allo studio della comunità scientifica siciliana del Seicento. Fra 2016 e 2018 è stata borsista presso istituti di ricerca europei quali l’accademia nazionale di scienze tedesca Leopoldina, lo Scaliger Institute di Leida, Naturalis Museum di Leida, il Warburg Institute di Londra. Ha partecipato a conferenze internazionali e pubblicato vari articoli su riviste scientifiche e atti di convegno. Dal 2018 presta servizio come funzionario presso il Ministero per i Beni e le attività Culturali.https://beniculturali.academia.edu/FlorianaGiallombardo

L’ultimo sesso al tempo della peste – AA.VV. a cura di Filippo Tuena –

 

La pandemia di Covid19 ha investito tutti come un’enorme nuvola tossica. Nostro malgrado ci siamo trovati ad abitare un tempo sospeso e incerto. Siamo stati ‒ e forse siamo ancora ‒ come comparse in un film di fantascienza senza ritmo, girato da un regista debuttante e finanziato da produttori a corto di liquidi. Poco ritmo, zero effetti speciali e soprattutto noia, tanta noia.In questo scenario apocalittico, causa la costante preoccupazione per il futuro, poche sono state le attività ricreative. In molti hanno cucinato e mangiato oltre misura.

Altri hanno recuperato letture fondamentali. Gli operosi hanno tinteggiato casa. I più fortunati, infine, hanno fatto sesso. Un sesso diverso, stavolta, perché adombrato o sublimato dalla possibilità che potesse essere l’ultimo.

“Il 24 febbraio 2020, due giorni dopo aver viaggiato su un treno da Roma a Milano che, solo per un caso, non era quello fermato alla Centrale perché trasportava attraverso l’Italia alcuni tra i primi casi di corona virus, mi sono svegliato all’alba. Mi succede spesso, non solo in tempi di pandemia. Verso le 6 ho scritto su Facebook un post in cui mi domandavo se non sarebbe stato interessante raccogliere racconti sul sesso in tempo di peste. Nel giro di due ore ho avuto più di settanta adesioni. A quel punto ho chiuso il post, in qualche modo operando anch’io una sorta di quarantena. Chi era dentro, era dentro; chi era fuori, era fuori”.

Dalla premessa del curatore Filippo Tuena nasce l’idea di questi racconti (più di 50 per altrettanti autori), ognuno dei quali risponde alla domanda: come è, o potrebbe essere, l’ultimo sesso prima della fine?

La pubblicazione, per ora, è prevista in solo formato digitale. L’e-book sarà disponibile sui maggiori store online a partire da sabato 13 giugno 2020.

I proventi dell’intero progetto editoriale saranno devoluti al Centro Senologico dell’ospedale “G. Bernabeo” di Ortona ‒ ASL Lanciano-Vasto-Chieti (Abruzzo)

L’ULTIMO SESSO AL TEMPO DELLA PESTE

AA.VV.

a cura di Filippo Tuena

 Prezzo: 3,99 euro

ISBN: 978-88-96176-80-1

NEO. EDIZIONI 2020

info@neoedizioni.it

Per acquistare l’e-book https://www.amazon.it/Lultimo-sesso-tempo-della-peste-ebook/dp/B089YW3LKY/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&dchild=1&keywords=l%27ultimo+sesso+al+tempo+della+peste&qid=1591900870&sr=8-1#reader_B089YW3LKY

Filippo Tuena è autore di saggi di storia dell’arte e di romanzi. Tra i suoi libri: Tutti i sognatori, Super Premio Grinzane-Cavour 2000; Le variazioni Reinach, Premio Bagutta 2006; Michelangelo. La grande ombra, 2008; Stranieri alla terra, 2012; Ultimo parallelo, 2013. Ha inoltre curato Robert F. Scott. I diari del Polo, 2009 e il fotografico Scott in Antartide, 2011.

Vi racconto di Lemma Press

 

Mi sono imbattuta nel mondo della casa editrice  Lemma press un paio di anni fa e ho subito avuto la sensazione di entrare in un luogo votato alla bellezza. Te ne accorgi dai titoli, dallo stile, dall’approccio essenziale, professionale. Ne ho avuto conferma dal suo ideatore, Nicola Baudo con il quale ho avuto piacere di chiacchierare qualche giorno fa.

L’idea di fondo di Lemma nasce da una scintilla “filosofica”: una parola kantiana che indica la conclusione di un ragionamento e l’inizio di un altro. Da questa suggestione filosofica nasce l’idea del processo, della partenza e della ripartenza,  all’insegna della rigenerazione; un messaggio che mai come oggi appare attuale e fecondo.  L’ideatore è infatti filosofo, ha vissuto tra la Francia e l’Italia e ha avviato l’avventura con Lemma Press nel 2015.

Il Fondatore di Lemma Press, Nicola Baudo

Ed è proprio da Platone che partiamo per ricostruire il “concept” della casa editrice e della sua offerta culturale:  la semplicità e accessibilità delle opere platoniche, a fronte della densità filosofica del contenuto  – e vengono fuori quelle straordianrie pagine del Simposio – come chiavi di lettura del progetto.  I classici sono opere senza tempo che riescono a sopravvivere alle mode, alle tendenze letteraie e  a rivolgere sempre una parola al presente. Gli autori di Lemma press sono infatti autori classici o che posseggono l’ossatura dei classici.

Creare libri di qualità ma dialoganti con un pubblico ampio e diversificato è l’obiettivo della casa: le collane sono state pensate come contenitori piuttosto che secondo un criterio tematico. I generi in catalogo comprendono sia romanzi che saggistica, racconti brevi, opere teatrali, tutti stampati in carta ecologica di altissima qualità.

 

 

Tra i numerosi titoli si ha l’imbarazzo della scelta, ma mi piace segnalare  Cioran di Bernd Mattheus, un ritratto inedito del grande scrittore, Strannik di Macjei Belawskij  che indaga il percorso spriturale dello strannik protagonista dei Racconti di un pellegrino russo,  La selva oscura di Gianni Vacchelli,  che ho avuto il piacere di intervistare, (La selva oscura. Dante secondo Gianni Vacchelli)  autore di un saggio che fa emergere nuove e interessanti prospettive  ermeneutiche  della Divina Commedia o il prezioso  Il sipario era alzato, testimonianze di vario genere, dalle lettere agli appunti, raccolte per la prima volta in unico volume che disvela la profonda impronta della vita di palcoscenico sull’immaginario di Charles Baudelaire.

Un saggio di cui mi sono perdutamente innamorata e che per me rappresenta il fiore all’occhiello del catalogo è Calligrafie di Konstantin Baršt, un’opera unica nella storia dell’editoria: i taccuini di Dostoevskij, in parte inediti assoluti, riprodotti per la prima volta in dimensioni originali e con totale fedeltà cromatica. Oltre 200 illustrazioni, 150 manoscritti dell’autore ricoperti da ritratti, architetture “gotiche”, arabeschi e prove calligrafiche, presentati da Konstantin Baršt, il loro più autorevole studioso. Basterebbe questo testo, che per russisti e slavisti costituisce una perla assoluta e che grazie a Lemma press è oggi possibile leggere in italiano, a fare di questo catalogo uno scrigno di preziosità assolute.

 

 

 

Il libro “in sospeso”

A proposito di un libro concepito durante la quarantena, che sta per uscire e che ha dovuto adattarsi alle misure restrittive, Nicola Baudo mi parla di un testo davvero “gustoso” : DICIOTTO ORE CON UN MOCCIOSO di Talbot Baines Reed a cura di John Meddemmen, due racconti di un autore inglese vissuto in epoca vittoriana.  Essi rientrano nel novero della letteratura per l’infanzia, ma senza possedere l’ impacatura moralistica rigida tipica di quell’epoca: il resoconto di un viaggio di un adolescente in treno con tutti gli imprevsiti del caso e il taccuino di viaggio di una scalata di montagna, una sorta di ‘pillola’ del grande romanzo di formazione. L’aspetto interessante è che la narrazione si svolge in prima persona e ciò conferisce un ritmo e una freschezza che sono determinanti nel restituire la visione dei protagonisti, i ragazzi alle prese con le avventure della vita, i dubbi, gli sbagli, le scelte. Lo stile, squisitamente british rende queste letture davvero appetibili e adatte a un pubblico variegato. Il libro è di prossima pubblicazione. Di seguito un estratto:

Mi rende troppo nostalgico ricordare cose come Qui nella grotta amena o Zefiri gentili, soffiate, soffiate. Mi viene in mente che, da quando sono arrivato qui, il vento è calato. Peccato! Mi teneva compagnia quando lo sentivo tutt’intorno. Ora c’è un tale silenzio che ti fa rabbrividire. In effetti, si dice che le cime delle montagne siano frequentate da spiriti. Lo Scarfell Pike lo è di sicuro e lo spettro sono io.

 

Bovarismi contemporanei (effetti collaterali della rilettura di Flaubert)

Digressione

Siamo tutti dentro, bambini adulti, animali, oggetti. Compressi in questa cosa mostruosa e poetica che si chiama casa. Viaggiano in rete satire sul matrimonio, discorsi che ribaltano la dimensione idilliaca in una perversa e tortuosa prigionia a due, dove le idiosincrasie si esasperano e si reclama uno spazio proprio.
Sarà questo il banco di prova di ogni solida unione contratta secondo i crismi? (a ciascuno il proprio rituale). Finchè Covid non vi separi, chioserebbe il buontempone di turno.


Con un volo di fantasia (che in questi giorni galoppa come i selvaggi cavalli delle steppe asiatiche) ho pensato all’eroina più rappresentativa della crisi matrimoniale: Emma Bovary, anzi Emma Roualt in Bovary , se permettete.
Ma non l’ho pensata come ce la tratteggia quel genio di Flaubert, fedifraga in libertà, l’ho immaginata chiusa in quarantena con suo marito Charles o se preferite più prosaicamente, CARLO. Beh, allora mi sono resa conto, con chiarezza, che lo scrittore avevano già iniziato a creare questi cortocircuiti matrimoniali senza fare ricorso all’immaginario di claustrofobia che in questi due mesi ha caratterizzato tutte le narrazioni del quotidiano.


Non servivano dei decreti, un periodo di isolamento prescrittivo. Perché il dramma della rottura dell’ idillio familiare, vera spina nel fianco del romanzo borghese e realista, si era già consumato all’interno della casa e delle sue abitudini ossessive, negli oggetti dell’altro, nei gesti ripetuti, ordinari, nei rumori molesti. E’ durante la cena, tipico rituale di condivisione matrimoniale che Emma incomincia a destestare il marito:

𝑀𝑎 𝑒𝑟𝑎 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎𝑡𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑎𝑙𝑙’𝑜𝑟𝑎 𝑑𝑒𝑖 𝑝𝑎𝑠𝑡𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑒𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑛𝑒 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑣𝑎 𝑝𝑖𝑢̀, 𝑖𝑛 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑡𝑎𝑛𝑧𝑢𝑐𝑐𝑖𝑎 𝑎 𝑝𝑖𝑎𝑛𝑡𝑒𝑟𝑟𝑒𝑛𝑜, 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑠𝑡𝑢𝑓𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑓𝑎𝑐𝑒𝑣𝑎 𝑓𝑢𝑚𝑜, 𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑖𝑔𝑜𝑙𝑎𝑣𝑎, 𝑖 𝑚𝑢𝑟𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑢𝑑𝑎𝑣𝑎𝑛𝑜, 𝑙𝑒 𝑚𝑎𝑡𝑡𝑜𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑢𝑚𝑖𝑑𝑒; 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑙’𝑎𝑚𝑎𝑟𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑙𝑒 𝑠𝑒𝑚𝑏𝑟𝑎𝑣𝑎 𝑠𝑐𝑜𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎𝑡𝑜 𝑛𝑒𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑝𝑖𝑎𝑡𝑡𝑜, 𝑒 𝑖𝑛𝑠𝑖𝑒𝑚𝑒 𝑐𝑜𝑙 𝑓𝑢𝑚𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑙𝑒𝑠𝑠𝑜, 𝑠𝑎𝑙𝑖𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑎𝑙 𝑓𝑜𝑛𝑑𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑎𝑛𝑖𝑚𝑜 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑒 𝑣𝑎𝑚𝑝𝑎𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝑠𝑓𝑖𝑛𝑖𝑡𝑒𝑧𝑧𝑎. 𝐶𝑎𝑟𝑙𝑜 𝑒𝑟𝑎 𝑙𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑔𝑖𝑎𝑟𝑒 ; 𝑙𝑒𝑖 𝑠𝑔𝑟𝑎𝑛𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖𝑎𝑣𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑐𝑐𝑖𝑜𝑙𝑎, 𝑜𝑝𝑝𝑢𝑟𝑒 𝑎𝑝𝑝𝑜𝑔𝑔𝑖𝑣𝑎 𝑖 𝑔𝑜𝑚𝑖𝑡𝑖, 𝑠𝑖 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑡𝑖𝑣𝑎 𝑎 𝑡𝑟𝑎𝑐𝑐𝑎𝑖𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑝𝑢𝑛𝑡𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑐𝑜𝑙𝑡𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑟𝑖𝑔ℎ𝑒 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑒𝑙𝑎 𝑖𝑛𝑐𝑒𝑟𝑎𝑡𝑎.

Ora, ditemi voi, se tutto l’amaro che c’era in quel piatto non è la quintessenza dell’inizio della fine, il brodo del matrimonio bollito, la scodella dell’ultima cena. Lo è, definitivamente, un piccolo accenno della valanga che si sta per abbattere sui coniugi Bovary.

Ora, se il vostro/a compagno/a di vita sgranocchia nocciole, guarda svogliato la tela incerata mentre compila una adeguata autocertificazione, fateci caso. Buona fase 2

La pelle vede, la pelle sente. A pelle scoperta di Francesca Piovesan

 

 

Pelle Bianca come la cera
Pelle Nera come la sera
Pelle Arancione come il sole. […]

La pelle Gianni Rodari –

Quando ho letto le prime pagine dei racconti di Francesca Piovesan, A pelle scoperta, mi è venuta in mente questa poesia di Gianni Rodari. Una poesia sincera e delicata come tutte le opere di questo autore. Un’anafora, tre colori, tre sensazioni, tre rime in assonanza. Le poesie di Rodari puoi raccontarle ai bambini, agli adulti, puoi conservarle per quando il tempo sarà troppo lontano, perché riproducono i suoni della vita semplice, difficilissima da raccontare senza che tutto si sfilacci sotto il peso dell’ovvietà.

Tale è il mondo dei racconti di questa autrice, classe 1982, che pubblica da esordiente con Arkadia editore nella collana di narrativa  Sidekar.

Un esordio che cita la pelle va letto con un certo riguardo.  La pelle è il primo organo di percezione, il primo contatto col mondo. La questione di pelle attiene a un determinato ordine esperienziale, è anzitutto autentica, vibratile, immediata.  Non c’è un solo orpello nelle vite degli uomini e donne ritratti dall’autrice nei racconti: li incontri al supermercato, al bar, negli autogrill, in qualche angolo di spiaggia o rannicchiati in un angolo della casa a combattere il buio e i fantasmi.

Ogni istante narrato è un fotogramma di vita, uno scatto fotografico in cui ciò che è accaduto ha lasciato un segno sulla pelle. La sensibilità della Piovesan è paragonabile a quella di una fotografa: precisa, dettagliata ma anche consapevole che quell’atto di registrazione ha pur sempre il limite di essere un medium, un mezzo artificiale. Non c’è pertanto pretesa assoluta di oggettività, e non credo che sia questa la cifra, tanto più che gli oggetti sono parte di quel vissuto interiore di cui sembrano “correlativi oggettivi”; dal nulla prendono vita, impregnati di odori e suoni che compongono il quadro in una perfetta armonia tra soggetto osservante e oggetto percepito.

La paura del buio, nel racconto Un lungo respiro  è la metafora di una trasformazione in atto. Invece di farne un dramma psicologico, Piovesan fa in modo che il sentimento scaturisca dalle cose stesse, come sottosposte ad un’azione medianica:

[…] e poi quei rumori oramai non li sentiva quasi più, aveva imparato la lingua della sua casa, l’ascoltava e l’accoglieva: il crepitio delle persiane di plastica nelle notti d’estate, quando gli oggetti riprendono la loro forma dopo la violenza del sole, i piatti degli avanzi che vibravano in frigorifero, le zampe dei pipistrelli che attraversavano le grondaie.

Altrove la forza della scrittura della Piovesan consiste nell’ essere estremamente sensuale, nel  possedere il ritmo agile delle pennellate a tocchi, di impressione:

Non aveva mentito su nulla, non aveva tralasciato nulla, nemmeno il peso del corpo di sua madre che riempiva e tendeva la tela, il vestito a fiori piccoli blu che saliva lungo le cosce, i rilessi bianchi nei capelli scuri. Aveva dipinto il verde forte e scuro dell’edera che si intrecciava al reticolato che aveva costruito suo padre due anni prima e aveva dipinto la donna di suo padre, sua madre, nella maniera più erotica e vera possibile

In questo passaggio il dato cromatico si assesta sulle frequenze emotive anzi le anticipa. In altri casi abbiamo una vera e propria sinestesia, con una partecipazione panica all’azione, dove ogni particolare, (il pixel) pur mantenendosi come tocco a sé stante, si completa nel quadro di insieme:

Yalki e Yari aspettavano sdraiati appena oltre la porta del negozio, probabilmente distinguevano le ore annusando il sole, leccando il pavimento a granelli rossi e neri o guardando i movimenti di Serena, il braccio che si alzava per mostrare una sottoveste, i capelli che venivano raccolti in uno chignon basso e scomposto, le ciocche che le scivolavano lungo il collo umido

In altri ancora, è un colore intriso nel corpo e nella pelle a raccontare la storia intima, fatta di chiaroscuri: Continua a leggere

Vi racconto di Tempesta Editore e del suo libro “in sospeso”

 

 

Tempesta Editore nasce da un‘idea di Chiara Cazzato nel 2011. Inizialmente pensavo a qualcosa di protoromantico o shakespeariano, ma da una simpatica chiacchierata con l’editora o “lady Tora” Chiara, ho appreso che l’origine del nome risale alla dea Tempesta, invocata dai romani per sedare le tempeste. Ma qui si tratta di crearle le tempeste e le piccole rivoluzioni editoriali. Ascoltando la storia di Chiara e della sua casa, si respira passione, dedizione e il desiderio di prendere una posizione all’interno di argomenti delicati come i diritti civili, il ruolo delle donne, della disparità di genere etc.  Un progetto ambizioso e un cammino talvolta in salita come per tutte le case editrici indipendenti, ma che ha portato a risultati ragguardevoli: Chiara mi “apre” le porte della sua casa, e vedo cose che non immaginavo, a prescindere da quelle che già conoscevo e che reputavo interessanti. Tempesta Editore ha un catalogo di tutto rispetto e una sezione dedicata alla saggistica di critica religiosa di altissima qualità e ampia scelta. (Da saggista non nascondo di avere avuto un sussulto di gioia).

Tra i titoli: Roberto Quarta,  Eretici indecenti, uno studio sul tema dell’inquisizione che mette in comparazione le figure di Caravaggio, Pasolini, Bruno,  e Maledetta Eva di Eraldo Giulianelli su tema della misoginia religiosa.

 

Di qualità anche la sezione di narrativa che comprende, tra i molti, autori come Romeo Vernazza, Clara Cerri, Paolo Vanacore, e un misterioso autore che si firma G che ha scritto un romanzo  su un tema molto controverso, l’eutanasia.

Altra sezione molto curata è quella dedicata alla fotografia: tra i pregevoli lavori segnalo quello di un mio conterraneo, Luciano del Castillo che ha dedicato a Cuba la sua raccolta fotografica, nel volume Poesia Escondida

 

Il Libro in sospeso

Ho chiesto a Chiara di parlarmi di un libro che è uscito durante il periodo della quarantena e del momentaneo blocco della macchina editoriale:

Il libro è Bambine in guerra, a cura di Luana Valle e Luca Dore,  una sorta di reportage che raccoglie le voci di donne che ai tempi della Seconda guerra mondiale furono bambine e che regalano delle testimonianze preziose, le ultime probabilmente che potremo sentire dalla voce dei testimoni diretti di questa pagina di storia.  Dice Luana Valle nella prefazione:

Presto non ci saranno più testimoni diretti, non ci sarà più nessuno a raccontare e proprio per questo motivo ho voluto scriverle queste storie, per non dimenticare, per mantenere vivi questi ricordi e accesa la memoria. Perché ho raccolto solo storie di donne? Perché penso che ce ne sia più bisogno. Storici e storiografi sono sempre stati uomini, almeno fino a pochi anni fa, e di ragazzi e uomini si è scritto molto, soldati e partigiani hanno riempito le pagine di molti libri, le bambine no. Diciamo che questo libro tratta un altro punto di vista. E poi a me piace la storia dal basso, piace sapere come viveva la gente comune, come si tirava avanti durante il conflitto, come ci si procurava il cibo, come era la vita di tutti i giorni, come se la cavavano le donne, che fino a quel momento avevano fatto solo le madri e le mogli, diventate improvvisamente capifamiglia mentre i mariti erano al fronte.

Un libro decisamente intenso e che va menzionato non solo per il suo valore documentario ma perché ci parla delle microstorie, vicende del quotidiano che un certo tipo di storiografia – che ha un suo storico fondatore in Ginzburg –  ha sempre valorizzato e che ultimamente stanno trovando anche spazio nelle realtà editoriali indipendenti. Un libro che ha anche notevoli potenzialità didattiche, che affiancato al classico manuale potrebbe essere un valido compendio per studiare la storia da una differente angolazione. Lo consiglio caldamente.