#fame 2- Knut Hamsun

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Questa è la storia travolgente di un giovane che sia aggira affamato per le strade di Christania. È un giornalista, aspirante scrittore, in perenne ricerca di una stabilità economica, o, meglio, del necessario per vivere. La sua spina nel fianco è la fame, una fame nera, crudele che gli infiamma lo stomaco e lo costringe a vagabondare come un matto alla ricerca di espedienti per racimolare qualche corona. Perennemente digiuno, soffre di allucinazioni, stati febbrili,  o si perde in fantasie corroboranti come quelle della sua amata Ylajali,,una principessa di un regno opulento e misterioso che lo coccola e lo trascina nel benessere.

 Tutto questo accade mentre girovaga tra le strade di questa città fredda, anzi gelata, che gli offre riparo per le sue notti improvvisate, per i suoi risvegli su giacigli di fortuna, sempre affamato come un cane rabbioso. Sognando cibi mai gustati e contratti editoriali mai firmati, questo giovane scrittore tocca il fondo dell’abiezione e dell’autoumiliazione, impegnando tutto ciò che possiede, persino il panciotto e i bottoni della giacca, in cambio di qualche boccone. Ma il destino sembra remargli costantemente contro: i suoi articoli vengono rifiutati, nessuno è disposto a prestargli un soldo, la fame lo attanaglia fino a farlo quasi morire. Di strada in strada, di vicolo in vicolo, di gente in gente, la vicenda di questo giovane dai nomi inventati si accavalla in un crescendo di situazioni paradossali e avvilenti. Fino a quando, in un tragico frangente, si ritrova in un angolo buio della città a rosicchiare come un animale un osso avvolto da brandelli di carne, dono di un macellaio.

La salvezza, apparente, gli viene da una ragazza che lo accoglie con cuna curiosità mista a paura, in casa. Lui confessa, le dice della sua fame, delle sue cicatrici dell’anima. Ma questo idillio svanisce nei vapori della sue fantasie da affamato cronico. Le ultime fatiche letterarie non gli danno la fama sperata.  E’ ormai solo questione di attendere l’ennesima disgrazia, il gioco sinistro del destino, forse quello esiziale. Ma è il mare gelato del Nord a dargli, forse, l’ultima occasione della vita. Un barcone russo, si trova ormeggiato nel porto, sembra quasi attenderlo. Chiede asilo, si offre come mozzo, tuttofare e parte per una nuova avventura. Il tempo di sognare la nuova vita e già le luci di Christania sono lontane.

Personaggio inquieto e meravigliosamente tratteggiato da Hamsun in questo romanzo, lo scrittore di Christania è figlio di tutti quei camminatori che a vario titolo animarono la vita della nascente moderna metropoli tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Ma la distanza tra questi e  “l’uomo della folla”, di Poe o il flâneur per eccellenza,quello di Baudelaire, è notevole. Distante anche dall’analisi di Benjamin, e dalla fantasmagoria della città mercificata. L’uomo di Christania è davvero singolare. La sua essenza appartiene a tutt’altra latitudine rispetto a quella della tradizione cui, bene o male, appartiene. È nordico nell’anima, nell’aspetto, nelle movenze. E per questo puo’ lambire lo spessore del folle camminatore della strade pietroburghesi, cioè il Raskol’nikov di Delitto e Castigo.

Parecchie le analogie: il travaglio interiore, gli stati febbrili,  la spasmodica voglia di emergere in società, la ristrettezza economica, il rapporto viscerale con la città. Ma li separa la coscienza, o meglio il salto di coscienza che il personaggio dostevskiano attua in nome di un titanismo rovinoso che gli fa rinnegare il mondo e compiere l’atto delittuoso.

Il giovane norvegese rimane  invece ancorato ad una morale cristallina, quasi kantiana del “dover essere”. Il senso di colpa lo attanaglia insieme a quello della fame, compagna perenne delle sue avventure, ogni qual volta sente di non avere meritato una ricompensa gratuita dalla vita. Se riceve una corona in elemosina, un prestito inaspettato, è il dramma: non può averli, sono il simbolo della sua abiezione. Ma il ritratto della fame è quanto di più crudo possa essere stato scritto sull’argomento:

Avevo una fame atroce. Avevo tanta fame che non sapevo dove battere la testa. Mi torcevo sulla panchina e premevo le ginocchia contro il petto. Quando fu buio mi trascinai fino al Municipio. Dio solo sa come vi potei giungere.  Là sedetti su una ringhiera della scalinata. Mi strappai  una tasca dalla giacca , me la ficcai in bocca  e mi misi a masticare, ma senza pensarci, aggrottando la fronte: i miei occhi guardavano nel vuoto senza vedere. Intorno c’erano alcuni ragazzi che giocavano. Li udivo come attraverso una nebbia, e cosi udivo i passanti. Ma non pensavo a nulla, non vedevo nulla, non udivo nulla.

È la fame la cifra di questo personaggio. Un flâneur, sì, ma affamato, perdente, un tipo sociale che emerge dalla folla non per isolarsi e osservare, ma che è costretto a girovagare per dare sfogo ai deliri del digiuno. La fame e il cibo, poco presente se non in quei pochi momenti di fortuna, sono i poli dialettici di un esistenza che a stento riesce ad imporsi nella realtà urbana in continua trasformazione, primo stadio di quella solitudine esistenziale che caratterizzerà i personaggi del  primo Novecento, dispersi nella massa brulicante o chiusi nella loro torre d’avorio. E la stessa città di Chrsitania cos’altro è, con i suoi rapaci speculatori, le affittuarie in nero, i carretti della roba pignorata agli insolventi, se non la tipica città già segnata dalle contraddizioni di un capitalismo in ascesa?

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 Ma il giovane resiste e contrasta. La forza di questo personaggio è la sua umanità comune, il suo dramma di rimanere un anonimo scribacchino con le suole delle scarpe scollate e in bocca un truciolo di legno per non sentire i morsi della fame. Un’ umanità della porta accanto, vicina a qualsiasi affamato della terra in una grande città, con gli amici che gli voltano le spalle e il datore di lavoro che non vuole più assumerlo. E se il “grande” Raskol’nikov ha ucciso una povera usuraia, lui rimane dentro di sé, nelle sue follie mentali, con i suoi funambolismi, ossessioni, pur di non commettere un atto che lo allontani dalla sua umanità semplice. Il suo castigo interiore è quello di tutti i poveri cristi del mondo che hanno la dignità di non rubare, di non svendersi e non macchiarsi pur di sopravvivere. Non abdicare al gesto animale, alla furia degli istinti, a costo di auto fustigarsi:

la coscienza di essere una persona onesta mi montava la testa e mi dava una sensazione beata: la sensazione di essere un uomo di carattere, un faro bianco e luminoso in mezzo a una marea spregevole di relitti umani.

Con una prosa velocissima e una capacità di far camminare il suo personaggio insieme alle sue parole, il libro di Knut Hamsun, che usci’ nel 1890, è forse il romanzo più originale sul crinale tra i due secoli. Un classico vero e cioè, “moderno”.

 Lo consiglio a chiunque voglia essere messo alla prova da un pugno nello stomaco costretto a condividere attimi di lotta per la fame, per il successo, e in definitiva per la vita.

Knut Hamsun-  Fame-  trad. italiana di  Ervino pocar –  1974 Adelphi edizioni- 

Gadda e la Filosofia del risotto

 

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Nella letteratura di ogni  tempo il binomio cibo/letteratura viene trattato secondo due modalità di rappresentazione: attraverso una descrizione mimetica o nella sua trasfigurazione retorica in simboli e metafore.

La letteratura italiana, moderna e contemporanea, è ricca di esempi di tal genere: Carlo Emilio Gadda (1893-1973), per citare uno tra gli autori più significativi fu un prodigo cultore del cibo al punto da discettare sulla perfetta cottura del risotto alla milanese. Croce e delizia di ogni chef che si rispetti, quella del risotto è un’arte raffinata cui il meticoloso scrittore non si seppe sottrarre. L’autore della Cognizione del dolore e di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana seppe trattare questa materia con estrema cura.

Il chicco di riso è presente in una riflessione filosofica già nelle Meditazioni Milanesi, dove l’autore considera il chicco come un individuo chiuso in sé, incomunicante, quasi una monade leibniziana. Effettivamente, il risotto è un piatto che si presta a tale riflessione, essendo composto da singoli chicchi che cercano una loro risoluzione nella mantecatura finale. Non ci sogneremmo mai di parlare di singoli spaghetti, dello spaghetto in quanto entità isolata, ma del risotto, possiamo considerarne il chicco come una parte del tutto (sineddoche) e parlare in abbondanza circa la forma, la consistenza la lavorazione, la sgranatura, etc. Insomma il chicco ha una sua personalità e non a caso Gadda lo scelse come metafora.

La filosofia del chicco di riso assurge alla fama proprio nella ricetta pubblicata per la rivista aziendale dell’ ENI nel 1959. Il titolo: Risotto patrio Recipe . Qui Gadda, abile manipolatore della scrittura e dei generi, gioca sul crinale, sapientemente dosato, del tecnicismo culinario e della sua  stessa parodia apparecchiando, è il caso di dire,  una sorta di fenomenologia del risotto: dalla scelta della  tipologie di riso, (Vialone) alle stoviglie da usare, i tempi e tecniche di cottura. Non manca di dispensare consigli sulle dosi, sull’uso di determinati ingredienti e sulle  loro proprietà nutritive:

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L’approntamento di un buon risotto alla milanese domanda riso di qualità, come il tipo Vialone, dal chicco grosso e relativamente più tozzo del chicco tipo Carolina, che ha forma allungata, quasi di fuso. Un riso non interamente «sbramato», cioè non interamente spogliato del pericarpo, incontra il favore degli intendenti piemontesi e lombardi, dei coltivatori diretti, per la loro privata cucina. Il chicco, a guardarlo bene, si palesa qua e là coperto dai residui sbrani d’una pellicola, il pericarpo, come da una lacera veste color noce o color cuoio, ma esilissima: cucinato a regola, dà luogo a risotti eccellenti, nutrienti, ricchi di quelle vitamine che rendono insigni i frumenti teneri, i semi, e le loro bucce velari. […]

Recipiente classico per la cottura del risotto alla milanese è la casseruola rotonda, e la ovale pure, di rame stagnato, con manico di ferro: la vecchia e pesante casseruola di cui da un certo momento in poi non si sono più avute notizie. […] Burro, quantum sufficit, non più, ve ne prego; non deve far bagna, o intingolo sozzo: deve untare ogni chicco, non annegarlo. Il riso ha da indurarsi, ho detto, sul fondo stagnato. Poi a poco a poco si rigonfia, e cuoce, per l’aggiungervi a mano a mano del brodo, in che vorrete esser cauti, e solerti: aggiungete un po’ per volta del brodo, a principiare da due mezze ramaiolate di quello attinto da una scodella «marginale», che avrete in pronto. In essa sarà stato disciolto lo zafferano in polvere, vivace, incomparabile stimolante del gastrico, venutoci dai pistilli disseccati e poi debitamente macinati del fiore. Per otto persone due cucchiaini da caffè. Il brodo zafferanato dovrà per tal modo aver attinto un color giallo mandarino: talché il risotto, a cottura perfetta, venti ventidue minuti, abbia a risultare giallo-arancio.

 

A questa dettagliatissima fase, ne consegue una concezione definitiva del risotto. Mi stai accanto ma senza partecipare del mio spazio (grandi consigli di prossemica):

Il risotto alla milanese non deve essere scotto, ohibò, no! solo un po’ più che al dente sul piatto: il chicco intriso ed enfiato de’ suddetti succhi, ma chicco individuo, non appiccicato ai compagni, non ammollato in una melma, in una bagna che riuscirebbe spiacevole.

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Il chicco rimane pertanto come metafora di un’individualità desolata e egocentrica. La mantecatura, come processo finale, non serve all’agglutinamento dei chicchi fratelli quanto alla scorporazione. Chicchi separati ed ognuno intriso dei succhi di cottura. Una chiusura in sé che richiama tematicamente quella dei “manichini ossibuchivori” della Cognizione, individui chiusi nella loro solitudine e tronfi di una patina di falsa convivialità in cui il cibo è divorato più che gustato.

 Sarei curiosa di sapere cosa farebbe o direbbe Gadda oggi di fronte ad un risotto dello chef stellato Carlo Cracco o al risotto “oro e zafferano” di Gualtiero Marchesi. Del primo controllerebbe se per caso non avesse scelto altro che un Vialone nano, spinto dagli ardori televisivi. Del risotto “oro e zafferano” di Marchesi apprezzerebbe forse la lucentezza,badando che ohibò essa non serva solo a coprirne la mancanza di sostanza!. Per il resto, suppongo, mangerebbe di gran gusto.

 

 

 

#fame 1 – Raoul Precht+Kafka

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La fame, una brutta storia. Fame è sempre sinonimo di privazione, astinenza. Solitamente si subisce, meno spesso la si ricerca. Vedere un uomo che sceglie di non mangiare fino a ridursi ad uno scheletro può generare sgomento, oppure un’attenzione morbosa. Questa è  in definitiva la scarna trama del racconto Un digiunatore di  Franz Kafka e del suo “controracconto” Kafka e il digiunatore attraverso cui Raoul Precht (Nutrimenti 2014) si appressa ad indagare le ragioni intime dell’uccisione del principio primo dell’essere umano: nutrirsi.

Partiamo da Precht e dalla sua originale rilettura del racconto kafkiano. Siamo nel 1922, Kafka è in un sanatorio viennese, ridotto allo stremo dalla tubercolosi. Sta male, si lambicca il cervello sul senso dei suoi ultimi giorni, riceve qualche visita. Ciò che caratterizza le sue giornate è un ” digiuno alimentare e comunicativo”. La crisi creativa anzi sembra essere di gran lunga il problema che più lo affligge. Nonostante le cure amorevoli di Dora, la moglie, egli non riesce a rassegnarsi all’idea che la vitalità intellettuale e fisica lo stiano abbandonando. Non riesce a scrivere né a mangiare. E ha dei pesanti rimorsi: quello di non avere abbastanza amato  Dora per come avrebbe meritato questa ventenne più matura della sua età, così vicina a lui, scheletro d’uomo prossimo alla fine.

Così nasce Il digiunatore, in questa atmosfera cupa e dolorosa, sfidando il successo del Castello, grande capolavoro che  rimane incompiuto.  Il racconto è incentrato sulla figura di un digiunatore “professionista”, una figura circense, da freak show che se ne sta in una gabbia ad esporre la sua figura macilenta. Lo spettacolo dura, naturalmente finché il corpo regge alla prolungata inedia e le forze non lo abbandonano. Ma chi è il digiunatore in gabbia? Una figura tanto affascinante quanto misteriosa che ci riporta l cuore di una curiosa passione kafkiana: quella per i digiunatori, appunto.

Nel racconto scopriamo che quest’uomo ha volontariamente scelto la strada del digiuno non perché odi il cibo o perché volesse diventare un fenomeno da baraccone. Prima di esalare il suo ultimo respiro, scomparendo tra la paglia del giaciglio in cui dormiva ci lascia con  delle parole – testamento tipicamente kafkiane:

” non sono mai riuscito a trovare il cibo che mi piacesse. Se l’avessi trovato, credimi, avrei fatto meno storie e mi sarei abbuffato proprio come te e e tutti gli altri”

Questa chiosa che lascia interdetti, è in realtà la chiave di volta dell’architettura del racconto e dell’intero universo kafkiano, se si vuole.  Il digiunatore non  è  un anoressico ma  un ortoressico, per usare una metafora clinica;  uno che cerca ossessivamente il giusto cibo, il cibo ideale.  La  ricerca di una perfezione patologica è alla base di tutta la sua attività; come Precht giustamente sottolinea nel suo controracconto e nel suo saggio in calce, è legata, oltre che all’interesse verso i digiunatori sempre più protagonisti degli spettacoli circensi d’ Europa, alla figura del padre, da cui si sentì sempre intimamente minacciato, specialmente a tavola. (non fu del resto il padre a conficcare una mela nella corazza di Gregor/insetto ne La metamorfosi?)

La quadratura del cerchio: fame sta a scrittura, come digiuno  sta a perfezione;  questi sono i termini di un’equazione perfetta che  sintetizza, come solo i racconti dei grandi scrittori possono fare, i grandi temi affrontati nei romanzi. Non è difficile scorgere in filigrana infatti il tema kafkiano della disintegrazione identitaria,(sono il protagonista o la vittima del mio digiuno?), della fame  implicata nell’idea della creazione (quando creo non scrivo e viceversa).

Cibo e scrittura, emergono in definitiva come elementi polarizzati,  a suggerire una sorta di intima autopunizione, un’ ascesi necessaria al raggiungimento di quella perfezione cui si accennava prima.  Ma come per tutti gli ortoressici, il buon cibo è quasi sempre una chimera.

Ricettari letterari

La cena di Trimalchione, tratta dal Satirycon di Petronio, il Gargantua e Pantagruel di Rabelais, banchetti bulimici del I° secolo d.C e della prima modernità, sono due tra gli esempi più attraenti del binomio tra letteratura e cibo.  Attraenti perché  il cibo viene portato alla sua estrema rappresentazione, presentato e servito in maniera opulenta. Questa ostentazione ha un preciso significato: è veicolo dell’affermazione del potere del parvenue nel primo caso e come espressione di un naturalismo gioioso e spregiudicato, nel secondo. Le rappresentazioni del cibo nella letteratura sono sterminate: descrizioni vere e proprie di ricette, piatti realizzati con minuziosa cura, passioni culinarie dei protagonisti dei romanzi.

(NON SOLO) RICETTARI. LETTERATURA GASTRONOMICA 

La produzione di ricette in veste letteraria costituisce un genere a sé stante, la letteratura gastronomica: non semplici ricette ma veri e propri tesori della cultura materiale, linguistica, letteraria. L’opera antesignana del ricettario moderno, è  quella di  Pellegrino Artusi (1820-1911), appassionato di gastronomia e autore de La scienza in cucina e l’arte di  mangiare bene 

La ricezione di questo manuale  fu piuttosto controversa ma un’ampia compagine di intellettuali ne intravide le interessanti potenzialità letterarie e linguistiche. Tra i sostenitori più accesi , Prezzolini e Camporesi che ne lodarono la capacità di innovare, attraverso un linguaggio specialistico come quello della cucina,  la lingua ottocentesca. I gallicismi e i francesismi usati dagli chef  d’oltralpe furono, per esempio, sostituiti da termini italiani, talvolta regionali. Tra i più interessanti,  entrati a far parte del vocabolario  e giunti fino a noi, segnalo:

 

 

Odori o mazzetto guarnito: erbaggi odorosi come carota, sedano, prezzemolo, basilico, ecc. Il mazzetto si lega come un filo […] Zucchero vanigliato: zucchero biondo a cui è stato l’odore della vaniglia […] Lardo: strutto di maiale che serve a vari usi ma più che altro per friggere. (A Napoli nzogna).

Oltre a diventare un modello gastronomico e linguistico per i futuri foodieteller, quest’opera ha avuto il merito di stabilire le linee base per una moderna “dietetica” intendendo con il mangiare bene non soltanto una scienza della buona condotta alimentare ma  anche una gestione globale della vita privata e dell’economia domestica.Il buon cibo non è solo nutrimento ma richiama il “gusto”, concetto di chiara derivazione estetica ma qui ampliato alle molteplici sensazioni sensoriali che un buon piatto può suscitare:

Perché quel che sodisfa ( sic)  gli altri sensi, pittura, musica, ecc., si dice arte, si ritiene cosa nobile, ed  ignobile invece ciò che sodisfa il gusto? Perché chi gode vedendo un bel quadro o sentendo una bella sinfonia è reputato superiore a chi gode mangiando un’eccellente vivanda?  Ci sono dunque tali ineguaglianze anche tra i sensi che chi lavora ha una camicia e chi non lavora ne ha due?

 

Nella prefazione alla terza edizione, Artusi coglie il nesso tra il cibo e il desiderio sessuale  anticipando uno dei leitmotiv di certa letteratura, prevalentemente sudamericana, che fa l’occhiolino all’eros in cucina:

Due sono le funzioni principali della vita: la nutrizione e la propagazione della specie; coloro quindi che rivolgendo la mente a questi due bisogni dell’esistenza , li studiano e suggeriscono norme onde vengano soddisfatti nel miglior modo possibile, per rendere meno triste la vita stessa, e per giovare all’umanità, sia lecito sapere che questa, non apprezzando le loro fatiche, sia almeno prodiga di un benigno compatimento.

 

RECETA PASIONARIA

  • Da menzionare, tra i ricettari di fine Ottocento,  un esempio che mi è particolarmente caro: il Ricettario di Juana  Manuela Gorriti  (1818- 1892) dal titolo Cocina Eclectica  ( in italiano nella traduzione di Edoardo Balletta, Cucina eclettica, l’America latina a tavola nell’800, Roma, Nova Delphi 2013) Continua a leggere