La mia Dakar di Jean- Baptiste Leccia

La letteratura postcoloniale per sua natura non può essere stabile e sedentaria. É la letteratura dei migranti, della diaspora e dei cambiamenti instabili. Deve muoversi, aggirare gli ostacoli e proporsi alla gente. Muoversi nello spazio liscio degli “affetti”, come lo chiamaDeleuze. E se trovate i libri di MODU MODU, sappiate che essa è una realtà editoriale delle più squisitamente alternative che abbiate mai potuto conoscere. Perchè è prettamente nomade, non ha casa, sede, ma solo persone che si autoproducono e si gettano nella mischia delle folle urbane per fare conoscere piccoli gioielli come le poesie dei cantori africani o questo romanzo che ho comprato da un uomo di cui non ricordo il nome. Il suo titolo La mia Dakar di cui pubblico un estratto e di cui non vedo l’ora di parlare. A voi lascio una piccola raccomandazione, se vi viene incontro un ometto con tanti libri in spalla e in mano, accoglietelo e comprate i suoi libri.
 
“Lasciammo Settat l’indomani mattina di buon’ora per Marrakech. Ci sarei tornato soltanto trentacinque anni dopo, nel corso di un viaggio con i miei studenti della Scuola di Architettura di Marsiglia, e ci avrei trovato una città metamorfosata- intendo dire sfigurata- […] grandi spazi urbani hanno avuto il sopravvento sulle stradine commerciali e sulla piazza del mercato; non ci sono più nè la mia scuola nè i giardini pubblici e neppure la chiesa in cui sono stato battezzato a un anno meno diciassette giorni il 12 Giugno 1944, non c’è la merceria di madame Paillè; la mia casa natale e il “deposito” sono stati rasi al suolo.”

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