Solaris, isola e memoria : un’intervista di Ivana Margarese a Viola Di Grado

 

 

Comincia a piovere, prima piano, poi forte.Pioggia con tutto il suo odore di cose vissute, l’aria che diventa un gas letale di passato che ritorna, l’alba dei ricordi viventi.

Viola Di Grado, Settanta acrilico trenta lana

Un solco buio in mezzo all’iride, uno sciame nero che freme all’improvviso e poi si spegne. I luoghi, come le persone, o ti riempiono o ti svuotano. Quel posto toglie tutto,proprio tutto, ti lascia solo pezzi d’anima, avanzi di te stesso.

Viola Di Grado, Fuoco al cielo

 

Viola Di Grado- Foto di Nerina Toci-

 

 

Sei nata a Catania e immagino avrai vissuto in Sicilia durante infanzia e adolescenza. Vorrei sapere a questo proposito che significato ha per te essere isolana e perché hai sentito a un certo punto l’esigenza di vivere altrove.

 

Sì credo che nascere e crescere in un’isola ti ponga in una dimensione diversa, di isolamento appunto, di intensità data dal non-passaggio, dalla qualità di chiusura dell’isola. Me ne sono andata perché bisogna sempre andarsene da dove si è nati, poi si può tornare, ma solo dopo aver conosciuto il resto, altrimenti è come la fiaba taoista della rana nel pozzo che ride della tartaruga che le racconta l’oceano. Ho vissuto ogni anno in un luogo diverso. Ho girato il mondo prima per i miei studi e poi grazie ai miei libri. Ma per tutto il tempo, senza rendermene conto, cercavo nell’altrove elementi che appartenevano alla mia isola: la lava, che ho cercato e amato tanto in Islanda e in Nuova Zelanda, i vulcani…Non a caso i miei due luoghi del cuore sono l’Islanda e il Giappone, due isole, entrambe piene di vulcani. Esiste un collegamento profondo, intimo, tra le isole. Jules Verne nel suo viaggio al centro della terra scriveva che si entrava da un vulcano islandese e si usciva da Stromboli. Non potrei non essere nata in un’isola.

 

Ciò che mi colpisce particolarmente nella tua scrittura è l’intensità dello stile accompagnato dalla profondità dei contenuti spesso relativi a temi come isolamento, esclusione marginalità da cui tuttavia riesci a creare un mondo una prospettiva ricca di metafore e creazioni, un non del tutto reale a metà tra poesia e disillusione.

 

Sì, mi interessa molto la condizione di isolamento e di marginalità. La vita interiore risplende quando si esiste in solitudine. In genere mi interessa tutto ciò che non viene sufficientemente illuminato. Diffido di ciò che piace, delle mode…non è vero che ogni cosa è illuminata, molte cose esistono e si spengono al buio: in Fuoco al cielo ho voluto onorare una di queste esistenze, quella di Tamara, che si sprigionano nella solitudine assoluta. Nessuno conosceva la storia di Mayak. E nessuno, a maggior ragione, la storia minuscola di Tamara che adottò un bambino diverso dalle cose del mondo.

 

Spesso nei tuoi libri ritrovo un riferimento molto forte ai colori. Mi piacerebbe una tua riflessione in tal senso.

L’aspetto visivo della scrittura è per me fondamentale. La scrittura non deve essere soffocata dalle parole, al contrario le parole devono essere strumento semi-trasparente di una trasmissione di immagini. La realtà è fatta di immagini, la parola è meravigliosa ma deve sottomettere se stessa (la sua qualità di astrazione, di pensiero puro, cieco) alla realtà.

 

Un altro rimando costante è un rimando ai fiori: fiori che vengono strappati via o calpestati, fiori che vengono tolti dalle tombe per essere portati a casa perché non servono ai morti ma più ai vivi. Ecco come mai questa attenzione verso il mondo floreale?

I fiori mi interessano moltissimo, perché sono creature vive che vengono trattate come oggetti.

Leggere il tuo ultimo romanzo, Fuoco al cielo, mi ha fatto pensare alla filmografia di Andrej Tarkoskij e mi è venuto in mente questo dialogo presente in Solaris:

Kris Kelvin: Una domanda vuol dire sempre desiderio di conoscere, e per conservare le semplici verità umane, ci vogliono i misteri; il mistero della felicità, della morte, dell’amore.

Dottor Snaut: Forse hai ragione, ma cerca di non pensarci.

Kris Kelvin: Pensare a questo è come conoscere il giorno della propria morte. L’impossibilità di sapere questa data ci rende praticamente immortali.

Molti, leggendo Fuoco al cielo hanno pensato a Tarkoskij. Il dialogo che riporti risuona molto in me. Credo profondamente nel mistero. A un certo punto del mio romanzo, Vladimir dice qualcosa tipo “ma capire è il contrario di vivere.”

Un altro regista che mi è venuto in mente leggendo Fuoco al cielo è Lars Von Trier e in particolare Le onde del destino film bellissimo e doloroso in cui si racconta anche di un invischiamento amoroso che conduce alla perdita di sé. Jan il marito di Bess in una delle scene del film dice : Che enorme potere l’amore, vero? Se morirò sarà perché l’amore non ce l’ha fatta a tenermi in vita.

Le onde del destino è un altro film che è venuto in mente a molte persone leggendo Fuoco al cielo. Ne sono felice perché è un film che amo molto. E’ verissimo che ha molte cose in comune con Fuoco al cielo: in entrambi una donna forte e considerata pazza dai più sacrifica tutto per un amore assoluto e terribile, mistico, a cui si può arrivare solo attraverso la perdita di sé, e anche attraverso una comunicazione molto personale e molto dolente con Dio.

 

L’ultima domanda che voglio farti riguarda la speranza . Mi viene in mente quanto Bioy Casares fa dire al naufrago de L’invenzione di Morel a proposito del valore dello sperare: “Forse tutta quest’igiene di non sperare è un po’ ridicola. Non sperare dalla vita, per non rischiarla; considerarsi morto, per non morire. A un tratto tutto questo mi è sembrato un letargo spaventoso, allarmante; voglio che finisca. Mi pare che nei tuoi libri nonostante sofferenza , incomprensioni , solitudini non smetta mai di far capolino la speranza” .

Sì certo, i miei libri sono pieni di speranza disperata, di luce che emerge dal buio, di vita che nasce dal veleno, e di un amore splendido e terribile che divora tutto.

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