La selva oscura. Dante secondo Gianni Vacchelli

 

 

 

 

Le opere d’arte nascono sempre da chi ha affrontato il pericolo, da chi è arrivato  in fondo ad un’esperienza, fino al punto che nessun umano può superare .

R.M. Rilke, Lettres (1900-1911)

Da cosa è nata la passione per Dante? È stata una scelta dettata da esigenze di ricerca o da ragioni personali?

Il poeta mi ha colpito sin da bambino. Non c’è un perché, una misteriosa chiamata verso questo autore. Parafrasando le sue parole io lo considero “il mio maestro, il mio autore” nella mia pratica narrativa critica e tramite lui ho imparato a rileggere il mondo con categorie da lui mutuate ed adattandole al nostro tempo.

Su Dante esiste una mole sterminata di studi critici.  Mi sembra che gli orientamenti più recenti mirino a recuperare la fisionomia “multiculturale” dell’opera dantesca in quanto capace di convogliare istanze classiche, medievali, scientifiche, teologiche e di  trasferirle a noi lettori moderni sotto forma di messaggio vivo e interlocutorio. Accanto ai rigorosi  studi di Sapegno  di Contini  e di Santagata che hanno fatto scuola mi sembra utile citare Marcello Carlini che ha sottolineato proprio questo aspetto nei suoi studi. Qual è il tuo pensiero in proposito e il tuo metodo di indagine?

Mi interessa questo approccio multiculturale che evidenzi. Mi preme liberare Dante dall’immagine di un monolitico autore medioevale. Dante ha uno sguardo più plurale e pluralista di quanto si possa immaginare. Non esiste una sola teologia in Dante ma tante teologie. Questa operazione che non è  frutto di eclettismo ma di indagine filosofica e ontologica di altissimo genio permetteva la convivenza di San Tommaso con il suo nemico Sigieri di Brabante, quando serviva.  Ne derivava un mosaico vertiginoso, fatto di spinte e controspinte,  ma perfettamente coerente.  Un altro aspetto dell’approccio multiculturale riguarda le influenze dell’Islam e dell’ ebraismo, i “cristianesimi e i paganesimi”.

 

E chiaramente anche l’influenza della mistica che mi  sembra importante rilevare nel bagaglio culturale del poeta.

Sì, qui arriviamo ad  un punto importante della mia lettura. Uno dei tentativi è stato quello di recuperare il misticismo. Ritengo che Dante sia non solo un grande teologo. É un filosofo di  tempra assoluta- il Convivio è il primo libro di filosofia italiana- . Credo che sia anche un mistico come potrebbe essere Giovanni della Croce o come Rumi nella cultura islamica. Mentre però per questa cultura la coincidenza tra l’essere poeta e mistico è quasi naturale, nella ricezione di Dante, specie accademica, l’aspetto del misticismo è stato un po’ occultato. Per cui ritengo importante recuperare la triade uomo-mistico-poeta: leggere Dante ricordando che c’è una vicenda umana più o meno rievocata, considerare il suo misticismo come frutto di un’esperienza vissuta e trasfigurata poi in linguaggio simbolico e codificato.  Se il teologo parla di Dio da teorico, il mistico ne parla perche lo ha “esperito” o l’ha  incontrato dentro di sé, nell’ altro, nell’ amore. La parola esperienza, peraltro, è una parola che ritorna spesso nella Commedia.

Vorrei chiederti del titolo del tuo lavoro, La selva oscura (Leima Press 2018) che mi sembra interessante perché richiama un’immagine ben precisa ma allo stesso tempo ricca di suggestioni polisemiche e aperture simboliche. La lettura allegorica più accreditata che poi è divenuta anche linterpetazione “vulgata” è quella del peccato che ottenebra l’uomo e devia dal percorso virtuoso. Potremmo considerarla l’allegoria madre della Commedia ma come mi pare suggerisci tu, anche molto altro.

Secondo me la selva oscura è una delle immagini più geniali della commedia. Come dici tu la vulgata esiste e ha anche una sua utilità.

Anche didattica, se vogliamo.

Certo, anche didattica. A volte ironizzo e dico Dante era bravo con le rime, pertanto se  avesse voluto usare la parola peccato l’avrebbe usata. Selva oscura invece è un’immagine complessa: è un bosco, sogno, incubo, superfiaba, onirica, reale?. A volte ho pensato selva oscura fosse l’esilio. Ma se avesse scelto questa parola il senso sarebbe stato limitato alla propria esperienza personale. La selva oscura per me, come scrivo nel mio libro, invece può essere una grande zona d’ombra della realtà personale, uno smarrimento un caos esistenziale, una depressione. Una volta una mia studentessa che vuole il caso si chiamasse Beatrice, mi scrisse in un tema: “Per  me la selva oscura è l’anoressia e Dante mi dà la speranza di poterne uscire” e questa cosa mi commosse. E’ chiaro che dante non pensasse all’anoressia ça va sans dire, ma per lei significò questo. Vale la pena di ricordare quei famosi versi “ma per trattare del bene ch’io vi trovai e delle altre cose che io vi ho scorte”  come primo cortocircuito di un sistema complesso.

Certo, sono espressioni della presenza divina in ogni dimensione, compresa quella del male. Versi ai quali potrebbero fare da pendant “vuolsi così colà ove si puote ciò che si vuole”. I dannati e i beati ne partecipano a livelli e significati profondamente diversi. Le dimensioni etiche si confrontano pur rimanendo confinate in un sistema perfetto che è retaggio del sistema morale di stampo aristotelico.

Questo piano è presente c’è anche un inferno etico.  E questa sfera etica emerge nel politico. Dante infatti non ragione secondo la morale borghese individualista e la scelta del male ha una ricaduta sul bene comune e per Dante questo è un orrore.  L’inferno del resto è una città rovesciata, un simbolo del male incarnato nel tempo e nella società. I peccati vanno rivisitati anche sotto questa lettura comprese le allegorie iniziali, compresa la lussuria. I peccati più gravi sono infatti legati alle dimensione della collettività e della politica.

Gianni Vacchelli

Ritornando alla didattica e ai modi di restituire la Commedia a chi la studia: questo testo, cosi ricco e stratificato, si realizza soprattutto  attraverso immagini. La potenza icastica delle descrizioni dell’Inferno è tale da potere parlare di un cromatismo dantesco perfettamente desumibile da riferimenti testuali. La Commedia potrebbe essere interamente dipinta, tante e tali le suggestioni visive ma anche olfattive, uditive. Si potrebbe mappare l’intero medioevo. L’ aggettivo “atra” ad esempio ricorre con grande frequenza ed è il tono principale, insieme al rosso, dei quadri e delle scene infernali. Dante come produttore di immagini è una strada interessante da percorrere, non credi?.

Sì. Ai miei studenti dico “inventore del cinema settecento anni prima”. Questa potenza dell’immaginazione che in Dante è immaginazione creatrice intesa anche come “sesto senso”. Dante non ha solo fantasia, immaginazione una cosa più profonda. Le immagini sono anche degli archetipi.

E pertanto trascendono l’epoca in cui sno state prodotte e si rivelano anche attuali, nella loro forza simbolica.

Certo, Dante è figlio del medioevo ma un’interpretazione filologica è limitante. Io sono filologo di formazione ma convinto che Dante trascenda continuamente il suo tempo.

Come è stata concepita questa opera di genio? A proposito del modus operandi e del farsi della poiesis, è indubbio che Dante abbia costruito un’architettura formale perfetta  basandosi anche sui modelli della letteratura allegorica,  e dei poemi didascalici. Ma vi sono delle zone inspiegabili talvolta, e delle immagini che sembrano attingere da regioni che trascendono la costruzione del verso e della rima. Talvolta ad esempio Dante sembra aprirsi a delle vere e proprie visioni che potremmo definire mistiche o anche solo immaginative. Mi ha anche sempre molto incuriosito lo stratagemma del deliquio, a fare da cerniera talvolta tra un canto ed un altro. Mi fa pensare a quelle sospensioni della coscienza che  talvolta emergono dalla scrittura più di rado nella poesia  religiosa e mistica ma anche nel romanzo moderno. Non solo come topos (da Lucrezio al “Somnium Scipionis”,  fino al deliquio di Myškin in  Dostoevskij) o  stratagemma retorico  ma come una possibilità di forzare la coscienza e aprire una breccia.

 

Dante secondo me è un esploratore degli stati di coscienza. Oltre allo stato di coscienza di veglia c’è lo stato di coscienza del sonno, del sonno profondo, esiste un’oniromanzia medioevale. C’è un antico codice che mostra Dante che dorme  e accanto appare la pagina della  Divina Commedia con lo stesso Dante all’interno della selva oscura. In modo moderno potremmo dire che l’emisfero destro e l’emisfero sinistro lavorano in accordo. Questo uomo sta nella visione e anche nell’inconscio. Ragione e visione; si pensa che la mistica sia irrazionalismo. Dante non rinnega la ragione ma ci sono cose alle quali essa non arriva.

Ecco, mi pare che siamo concordi nel dire che questa è una chiave di lettura della tua “selva oscura”. Come si accorda il tema politico, così pregnante nella Commedia, con tutte le sue urgenze e contingenze, con questa dimensione che hai ben delineato?

Come ho detto prima per me si tratta di mistica politica. A partire dalla stessa selva, questa metafora racchiude il momento storico in cui il papato i comuni, guelfi e ghibellini si consumavano in un disastro politico: è un momento di traviamento umano in cui le istituzioni barcollano. La chiesa è ad Avignone, Bonifacio VIII, il Guasco, insomma Dante sta dicendo: “Il mondo sta cadendo a pezzi”. La discesa nelle tenebre del tempo nasce dalla discesa in sé, un invito a fare un cammino interiore e a calarsi dentro il tempo. Alla fine di questo cammino lui denuncia: la lupa, il veltro e il messaggio politico che coinvolge interiorità e spazio politico.

Qual è la fisionomia di Dante politico alla luce della sua visione politica? 

Nonostante sia stato considerato un reazionario di destra, per me Dante, e uso un termine non dantesco, ha una teoria critica, cioè io lo considero un francofortese ante litteram. É  già Adorno e Horkheimer prima di loro; considera il passaggio di una civiltà che diventerà borghese e mercantile e che sarà basata su principio di quantificazione) e torniamo alla lupa, alla cupiditas, al peccato dell’accumulo che contamina tutti i livelli sociali.

Per concludere:  a proposito del tema del corpo. Il fatto che Dante compia questo cammino ultramondano con il suo corpo, in carne ed ossa, in un certo senso riporta al tuo concetto di mistica vissuta e non solo “immaginata”. in un certo senso questo fa da specchio per i personaggi che via via si interrogano sulla sua sostanza e di rimando sulla propria.

Il tema del corpo, particolarmente rilevante nel Purgatorio, è molto importante. Scherzando dico: questo è lo yoga dantesco. Il corpo è talvolta opaco, si trasforma, va lavorato. Anche il tema dell’amore ne è intriso. Ad esempio io contesto la lettura di Paolo e Francesca laddove si parla di un amore per eccesso e che Dante condanni in maniera bigotta questa dimensione erotica. Leggendo i testi, e i testi parlano chiaro, ad esempio nella Vita nuova, vi è l’immagine della donna che gli mangia il cuore. Lui la vede e trema, i tre centri pancia testa e cuore sono in subbuglio. Questo aspetto pertanto va tenuto in considerazione. Quando incontra Beatrice in Paradiso, canto XXX, dice : “Conosco i segni dell’antica fiamma”, e qui è Didone che parla, emblema di un amore erotico e passionale. La visione verticalizzata di Dante va rivisitata.

 

 

 

 

Cinzia Orabona e il suo “Prospero-progetto”, due chiacchiere, un the, un’intervista

Incontro Cinzia in un pomeriggio freddo di fine Gennaio. Mi accoglie cordialmente e mi offre dell’ottimo the. Il luogo, la libreria Enoteca Prospero, parla di sé e da sé: libri e vini fanno da cornice ad un ambiente di gusto retrò, di quell’informalità naturale e senza fronzoli, che accoglie senza ostentare. Materiali e luci calde, poltrone vellutate, odori di buon cibo, un interno di casa in cui la gente si riunisce per  onorare il i vino e la sacra lettura. Genuinità  e ritmo: sì, uno strano connubio all’apparenza,  ma che ho subito modo di verificare intrattenendomi con lei in una lunga chiacchierata.

Cinzia, tu nasci libraia?

No, la mia esperienza inizialmente diverge dall’ambiente editoriale. Ho lavorato in Seat pagine gialle  per un periodo. Ho conseguito poi  un Master in management dei beni culturali e attualmente mi occupo della rete musicale siciliana, nello specifico collaboro con l’orchestra sinfonica siciliana da sei anni organizzando il concorso nazionale dei giovani talenti.

Da dove e quando parte l’idea di occuparti di libri?

Curavo un blog e occupandomi di musica ho pensato di unire le due passioni. Poi è nato “Prospero”. Peraltro credo che oggi una libreria non debba limitarti alla sola proposta di vendita e promozione del libri, ma che sia utile offrire anche altre forme di intrattenimento dall’aperitivo al bicchiere di vino, alla musica.

La libreria è molto attiva anche dal punto di vista dell’organizzazione degli eventi, come ho visto. Sono iniziative eterogenee che comprendono anche un’interessante offerta musicale.

Sì, ho organizzato svariati eventi. Uno a cui tengo è quello dedicato alle guide turistiche, il martedi.

Di cosa si tratta? spiega nel dettaglio

 Metto a disposizione più dii cento testi in consultazione gratuita, senza obbligo di consumazione e fino alle 19:00, l’orario in cui inizia la serata

Passiamo alla scelta del nome: Prospero, il  principe mago della  celebre commedia shakespeariana, un personaggio tanto istrionico quanto misterioso; ha un significato particolare per te?

É un personaggio bellissimo ed è stato il primo a cui ho pensato;  io desideravo un nome italiano senza cedere alla moda  anglofona dei nomi da coffee bar, wine bar; mi sono confrontata con i miei soci e infine abbiamo optato per questo.

 

Di questo posto mi colpisce la collocazione dei libri: una libreria minimale dove i testi vengono suddivisi per “generi”, anche se forse la definizione classica di genere non è la più adatta.  Mi sembra che questi post it  sparsi lungo gli scaffali siano piuttosto degli indizi di una mappa che il lettore può costruirsi da sé e che tu stessa abbia costruito in base a delle suggestioni personali.

É uno schema mobile che cambio continuamente. Libri che si aggiungono, che cambiano disposizione, ho iniziato con quaranta editori, adesso sono a quota quarantasei e ne aspetto ancora altri. Sono tutti editori indipendenti con cui mi relaziono personalmente, tengo a dare visibilità a chi non ne ha ne ha nella grande distribuzione . Ho poi l’esclusiva per alcune case editrici che a Palermo non erano ancora arrivate come Effequ, Gorilla sapiens.

 Mi piace questa tua scelta, consapevole del fatto che ci sono dei gioielli che vengono fuori dalle piccole case editrici. Vuoi fare qualche altro esempio di casa editrice che hai in casa e o prossima ad arrivare? Continua a leggere

Ho messo in croce il “crociano”. Intervista al filosofo Francesco Postorino

Ciao Francesco, partiamo da te e dai tuoi studi: l’idealismo, Croce, de Ruggiero, Antoni, Calogero e Capitini. Come si  può confrontare oggi, un pensiero “essenzialista”, che usa un bagaglio concettuale e linguistico che ruota attorno a “idea” “spirito”, “assoluto” con un mondo figlio del decostruzionismo, del palcoscenico virtuale e dell’immagine satura e dittatoriale che ci serve per affrontare la paura dell’assenza, per  dirla con Baudrillard?

  A differenza di alcuni studiosi credo sia possibile azzardare un confronto. Dirò di più. Trovo un fil rouge che tende ad accostare due visioni del mondo opposte: l’idealismo del secolo scorso e i tempi strani di oggi. Non mi riferisco all’intera e variegata famiglia del neoidealismo italiano, ma soltanto allo storicismo immanentistico di Croce. Forse sarò il solo a pensarlo, eppure sono dell’avviso che la sua accanita celebrazione della storia, e in particolare l’idea che tutto sia rinchiuso nell’universo del qui, abbia provocato gravi effetti, molti dei quali si svelano dinanzi ai nostri occhi. Non voglio addossare stupide colpe alla nobile figura di Croce e non mi importa ripetere in proposito frasi da avvocato difensore o da sostituto procuratore; tuttavia, il suo registro speculativo non è immune da un vizio sempre più nitido, che dovrebbe a dir poco preoccupare quei pochi «pazzi» che ancora balbettano la dimensione spirituale dell’uomo.

Quale vizio?

  Il vizietto, appunto, dello storicismo assoluto. Molti mi accusano di essere un utopico, un sognatore e avversario della realtà. Per fortuna posso rifugiarmi in uomini di pensiero e indirizzi di studio che hanno saputo attribuire una sobria importanza alla realtà. Voglio essere più preciso. Quando pensiamo al de Ruggiero maturo – di cui ricordo la seconda edizione de Il ritorno alla ragione, a cura mia e di Francesco Mancuso (Rubbettino 2018)−, o al neogiusnaturalismo di Antoni, alla filosofia personalistica di Calogero, o ancora all’approccio religioso di Capitini, si può osservare una suggestiva tensione tra la storia e l’eterno. Con un occhio, infatti, questi filosofi penetravano nella dura realtà, ma con l’altro non perdevano di vista il vocabolario del Sollen, il profilo dell’essenza, il ‘tu devi’. Questa calda frattura tra il qui e l’altrove non è accettabile da chi, come Croce, non mette in discussione i pilastri dell’hegelismo. Non resta che riconoscere istituzionalmente quell’evento che permette un incontro (senza residui) tra fatti e valori. In questo itinerario, il valore cammina gravemente in simbiosi con ciò che chiamo la «prima vita», il «primo orizzonte», il «primo senso» consumato nello spettacolo variopinto del divenire. Croce insomma ha trovato la verità, ed è il continuo accadimento di una storia gettata.

Trovi quindi un sottile legame tra il suo storicismo assoluto, maturato tra otto-novecento, e ciò che si propone in questa epoca?

 Vorrei provare un ragionamento. Croce crede in dio. Solo che il suo dio non ha il volto di Gesù e neppure quello del tu o della comparsa scoperta a frugare nell’immondizia; ma assume le sembianze del divenire. Il dio di Croce rischia di annullarsi in una storia che non può essere frenata e neppure accarezzata dallo sguardo dell’incontrovertibile, da un autentico Assoluto che, in quanto tale, dovrebbe mantenere un briciolo di trascendenza al fine di non annegare nel Gott ist tot. Ecco perché vedo una piccolissima familiarità con il nichilismo di Nietzsche o con la peculiare ontologia di Heidegger. In entrambe le direzioni, infatti, si chiudono i ponti con l’immensamente altro e si premiano le sirene del nulla. Se lo storicismo crociano giocava in maniera controversa con l’essenza delle quattro categorie e dunque riconosceva, perlomeno sul piano formale, il valore dell’imperituro – le dimensioni dell’arte, della logica, dell’utile e della morale −, adesso è venuto meno anche questo limite. L’immanentismo crociano si traduce in una giostra cinica dove la scimmia di Nietzsche recita il Sì deresponsabilizzante in una «ruota ruotante da sola»; l’eternità spirituale del divenire viene presa in ostaggio dall’«ultimo uomo» che violenta le radici di dio. Il processo è inarrestabile. Così si giunge al virtuale che disorienta sia il reale sia il sovrasensibile. Vi è infatti una distanza siderale tra il cielo platonico dell’Iperuranio e i meccanismi perversi che attualmente abitano «un mondo dietro il mondo». Fin quando si rimane nello scenario della «prima vita», tutto vale il contrario di tutto. La nostra epoca è segnata da una involontaria alleanza tra gli ultimi epigoni di un puro storicismo e i raffinati intellettuali del nichilismo, il cui prodotto è la notte.

Continuando con il tema delle immagini e del loro rapporto con la parola; mi sembra che questo sia il banco di prova su cui si confrontano oggi le discipline umanistiche, il pensiero scientifico e filosofico. Nonostante il proliferare incontrastato di immagini, mi sembra che vi siano ancora delle zone inesplorate che ancora richiedano una analisi e una risposta forse psicologica prima che ancora filosofica. Ti cito tre immagini molto iconiche e rappresentative dei nostri tempi: 1) la celebre foto dell’“hooded man”, 2) l’uomo avvolto nelle fasce dopo la tragica vicenda dell’11 Settembre; 3) la salma del bambino siriano abbandonata sulla spiaggia, dopo l’esodo della popolazionein fuga dalla guerra. Credi che queste immagini ci espongano al disagio di non saper affrontare l’orrore o che vi sia la necessità di affrontare le conseguenze etiche prima che emotive delle immagini con cui ci relazioniamo? Manca, forse, una grammatica e una sintassi per dare un senso a tutto ciò? Continua a leggere