Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri

Leggendo questo romanzo strutturato in quadri, fotogrammi di vita, mi è balenato in mente un oggetto che tutti possediamo: un album di fotografia del passato, di quelli che ricevono la polvere durante gli anni e che ogni tanto vengono sfogliati con rammarico, malinconia, nostalgia. Per vedere le immagini, devi rimuovere la polvere.

 Rimuovere la polvere è un gesto che ritorna come un filo conduttore in questo romanzo a incastro, che ti conduce a interrogarti sul senso di questa azione.  Mi vine in mente Chiedi alla polvere  di John Fante, e anche io, leggendo, ho chiesto alla polvere cosa volesse dirmi. Forse la polvere non ha risposte ma ha il potere di innescare domande sul tempo, sul passato, sulle cose che passano e lasciano un segno indelebile. In questo modo si comporta la polvere del resto, è residuo quando si smette di vivere, è nuvola quando c’è un’immensa esplosione.

La polvere di Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri ( Edizioni Spartaco 2019) di Daniele Germani  si muove tra questi due estremi: fugacità e permanenza.  In mezzo, quell’accadimento che si chiama vita e che coinvolge un Pazzo, una donna stremata dalla vita e un uomo che vaga alla ricerca del senso. La pazzia, quella cosa che Foucault ha compreso essere un affare ben più complesso della deviazione dalla norma, è trattata con rispetto, con lucidità, ci ricorda che disciplinare la follia è rischioso.

Il Pazzo conduce il lettore in un tour orrifico, spalanca la porta dell’istituto psichiatrico, espone senza filtri le scene di  tortura dei malati  prima della legge Basaglia, gettati nella stanza fredda, tra gli escrementi, abbandonati nelle periferie dell’esistenza.  I pazzi sono fuori, recitava la scritta di un quadro di Bruno Caruso, amato artista siciliano, lo stesso pensiero del Pazzo che spesso ripete come un ritornello : “Chi sono i pazzi?”

La polvere del Pazzo, la polvere della donna e le povere dell’uomo sono il deposito di un’esistenza che vive sulla soglia: il Pazzo costruisce bombe per fare giustizia nel mondo, per detonare le follie dei normali.  Entra in campo un’altra pazzia, forse più corrosiva e ambigua, quella dei presunti sani. Lui sa com’è la vita prima di prima di essere “pazzo”.  Ci sputa in faccia la verità, senza fronzoli:

“Sono finito in Istituto per un motivo particolare. Io sono frocio, omosessuale, pervertito, chiamatemi come vi fa comodo, come vi viene meglio, come vi fa sentire meglio”

In questa storia si legge il dramma di una società che ha stigmatizzato, ostracizzato e ancora prima catalogato l’omosessualità come devianza da punire.  Si sente un’ eco pasoliniana, e più recentemente tondelliana, attraverso cui egli  ci conduce alla radice di questa impasse storica, sociale, antropologica. Ed è qui la storia di un’Italia retriva, e fortemente ancorata alle certezze piccolo borghesi.

“La società non aveva spazio per quelli come me. Per noi non c’erano più treni diretti ai campi di concentramento, ma auto della polizia che ci portavano dritti dritti ai trattamenti sanitari obbligatori […] grazie a questi trattamenti ci hanno spiegato che eravamo malati e che dovevamo essere curati e per un po’ ci abbiamo anche creduto e, in cuor nostro, abbiamo accettato che saremmo potuti guarire: «Tornerete a esser normali» ci dicevano.”

Poi c’è Lei, la donna, fragile, inconsistente come quei pulviscoli leggeri che si trovano negli oggetti di casa perché non hai avuto proprio il tempo per spolverare, perché il tempo fugge e ti divora, senza che tu te ne sia resa quasi conto. Lei ha una dalla  vita “ordinata” ha vissuto come si deve vivere, in quella medietà rassicurante  che ci fa dimenticare l’essenza. Come nel racconto di Joyce – Clay-  tradotto in Italia con Polvere,  questa donna fa i conti con la sua esistenza: tre figli, uno arrivato per sbaglio dopo una notte ubriaca, il lavoro, la fatica, la routine, i pacchi pesanti della spesa e all’improvviso una granello di polvere alzato dal vento che le entra nella testa e scava, scava:

“Cercò di ricordare quando era stata davvero  felice per l’ultima volta. La nascita dei suoi figli? Sì, ma. […]   il mondo si evolveva, lei restava ferma , immobile, fedele al suo personaggio così distante dq quello che immaginava che Satie scrivesse musiche per i giorni di pioggia. Era come il canarino che suo marito aveva comprato a uno dei suoi figli: le faceva pena vederlo in gabbia , per cui un giorno che era sola in casa gli aveva aperto la porticina e lo aveva liberato.”

La sua soglia è quella dell’incompiutezza, del richiamo assordante di una vita non vissuta pienamente,  di quella nota di Satie mai suonata  e dei sogni che spesso vengono sepolti sotto la polvere del dover essere, delle formule costruite dagli altri.  La nota stonata è la sua rovina e la sua salvezza: cercare l’accordo sul piano per cercare l’accordo col passato.

Poi c’è Lui, l’uomo qualunque che si risveglia grazie a un soffio di vento da un torpore che è durato tanto, troppo tempo. I figli, il caffelatte al mattino, la moglie che sembra una sconosciuta. Ingarbugliato tra le maglie della quotidianità, questo uomo è un nuovo pirandelliano che sta facendo i conti con la forma, sempre quella, che blocca e congela. La sua soglia è nel  cortocircuito tra due mondi in contiguità, quello della normalità asfissiante e quello della vera vita che palpita, da qualche parte, tra le onde del mare mai visto:

“Come faccio a eliminare la polvere e i brutti pensieri”? […] Si guardò allo specchio e si sorrise compiaciuto. Era stempiato e la giacca di panno gli cadeva sulle spalle come su quei manichini del grande magazzino. […] Aveva quarant’anni e non era mai stato al mare […]  perché ho fatto, perché non ho mai viaggiato fino a una spiaggia qualsiasi? E com’è fatta una cazzo di spiaggia? Di cosa odora? Ci saranno sassi o solo sabbia? Com’è la sabbia?  E silicio, sì, lo conosco alla perfezione. Dopo l’ossigeno, è per abbondanza l’elemento più presente del pianeta […]”

Bruno Caruso- Punizione-

Un romanzo scritto con uno stile maturo e consapevole, costruito con dei quadri autonomi che si incastrano perfettamente in sfalsamenti temporali, anticipazioni, riprese. Un tentativo ben riuscito di trattare la malattia mentale allargando il campo di azione e di osservazione che non è più solo quello del malato oggetto o del malato soggetto che si racconta – di quello la letteratura del Novecento è stata maestra – ma nella relazione tra questi e la società, le famiglie, gli affetti. Il puzzle è più ampio e articolato: si invocano le responsabilità di chi “non ha capito”, di chi non ha agito in coscienza, di chi ha ignorato.

Il grande tema della guarigione diviene così occasione di una riflessione sulle cure e sulle metodologie terapeutiche, spesso violente e invasive, e soprattutto su quel crinale che la scienza più avanzata non riuscirà mai del tutto a decifrare tra la consapevolezza di essere “malati” e l’inadeguatezza a comunicare il proprio malessere. Una scrittura che si spinge sulle soglie: la malattia dell’anima, spesso si annida nella presunta normalità, nelle vite che scorrono lente, nei bei progetti di vita.

Ed è pure un bel romanzo di odori e profumi, quello delle mandorle amare, che nei gialli preludeva all’assassinio, quello del gelsomino, associato alla perdita, al dissolvimento, e quelle polveri di vario ordine che accompagnano i gesti del nostro esistere e che sono brutti pensieri, ma forse necessari. Un libro da leggere, da cui farsi toccare.

La rivoluzione forse domani- Rosa Mangini-

 

 

di Ivana Rinaldi

La rivoluzione, forse domani, Divergenze 2019 è un libro prezioso per la cura con cui è stato stampato e per molti altri motivi. Il primo: il manoscritto autografo è stato ritrovato dall’editore in un mercato delle pulci in una cartelletta di antica fattura “acquistata per la bellezza dell’oggetto in sé. Aperta e esaminata sul treno mentre rientravo a Milano, ho fatto dietro front per chiedere al rigattiere dove avesse trovato l’oggetto”. (L’editoria non si arrende. Intervista a Pigola di “Divergenze”, Il viandante sul mare di nebbia, 14/11/2018). Avute le informazioni, Fabio Ivan Pigola, ha dato il via alle ricerche: storico, linguistiche e sociali da un lato, e quella più difficile, della biografia dell’autrice, che per molti aspetti rimane ancora un mistero. Questa prima casualità mi ha rimandato al ritrovamento di numerosi scritti di donne, ritrovati per caso su bancarelle sparse per il mondo, divenuti a loro volta libri unici. Il manoscritto vergato a china su fogli di protocollo, datati uno per uno, dal 7 al 16 febbraio 1941, era tra varie dozzine di fogli, rivelatesi prove scolastiche di studenti di ginnasio o di livello superiore, salvato dal tempo e dall’umidità, ci rivela che Rosa Mangini era un’insegnante. Nella cartelletta erano contenuti altri fogli sui erano svolti esercizi di italiano, greco, latino e inglese, la cui firma dopo ogni giudizio era Mangini R. a  fugare ogni dubbio che Rosa fosse un’insegnante, come ci dice Chiara Solerio nella prefazione. Tutte le prove nelle quali la data è leggibile, erano state svolte tra il 1901 e il 1903. Nella cartella, oltre il racconto pubblicato, vi era anche un romanzo andato perso per due terzi. Il mistero sull’autrice si svela attraverso molteplici indizi.

Rosa Mangini.

Rosa è una donna di grande cultura, nata in Prussia, figlia di emigrati della riviera ligure di Levante, che nel 1941 risiedeva tra Costa de’ Nobili e Zenevredo. Nove dei tredici capitoli sono stati scritti “alla Costa” probabilmente in “un luogo caldo e al chiuso, poichè si era a febbraio”. L’autrice conosceva bene i dintorni, il territorio, gli abitanti e i piccoli segreti, e ben sapeva anche dei luoghi limitrofi. Conosceva a fondo anche le realtà “al di là del Po”, quelle col fascino di paesi adagiati su colli ammorbiditi da profili memorabili, colorati da vigne e frutteti (Chiara Solerio).

Dunque Rosa era una donna colta e legata alla sua terra. In un’Italia popolata da donne ancora impegnate nel lavoro contadino, nelle risaie, o nelle manifatture della prima Italia industriale, l’autrice probabilmente nata in una famiglia benestante, ha il privilegio di studiare, conosce il francese tanto bene da interpretare le poesie dei surrealisti, oltre al tedesco, il latino e il greco. Il bagaglio culturale di Mangini si rivela nell’epigrafe dove cita Paul Eluard di La rose publique: “Les hereux dans ce monde font un bruit de fléau”, stampato in Francia nel 1934 e all’epoca sconosciuto in Italia- l’opera di Eluard verrà tradotta dopo molti anni in italiano – così da farci supporre che Rosa ha abitato in Francia, o che avesse rapporti con qualcuno d’Oltralpe. Ad ogni modo, Mangini aveva un’ottima conoscenza del francese e del tedesco: la cartella conteneva oltre al romanzo andato perduto, anche otto pagine in entrambe le lingue, perfettamente padroneggiate. Inoltre l’autrice era mancina, in un’epoca in cui il “difetto” veniva sempre corretto.

Il ritrovamento del manoscritto ha così del “miracoloso”, perché ci permette di riportare alla luce una delle tante figure, nel nostro caso una letterata dimenticata, e restituituirla al cantiere della memoria, particolarmente utile per ricostruire la II Guerra e la resistenza, l’esperienza che meglio riassume la connessione tra pubblico e privato: il conflitto non è solo un fatto di pertinenza dei soldati in divisa, ma è vissuto come rischio e destino comune. Al centro dello scritto, una storia che contribuisce a ricostruire il mosaico della grande Storia. Siamo tra Castel de’ Nobili e Zambredo, due borghi divisi da una fonte di barche tra i salici sul fiume Po, dove la guerra non è arrivata, ma vi sono i Tudesc che circolano,  si respira aria di fascismo con le camicie nere che frequentano le osterie, il conformismo dei più che sceglie il silenzio per paura delle ritorsioni e per “quieto vivere”. Ma c’è anche voglia di cambiamento, due anni prima della Resistenza si sente aria di dissenso, di libertà, di rivoluzione.

“Piegarsi ai fascisti? Mai.”

“Che ci facciamo qui, eh, giochiamo ai cospiratori? Dillo, è solo un gioco per voi? E’ stato solo un gioco?” . “La guerra non è mai un gioco, lo gelò Volpe – uno dei giovani protagonisti del racconto-  e allora io dico repubblica, Repubblica democratica d’Italia. Suona bene eh?”.

“Talmente bene che te la suoni da te”.

“ Io amo la mia terra, sono libero di fantasticare anch’essa libera!” .

“ Tutti quanti sogniamo, replicò Volpe, sogniamo quando abbiamo il pane, e quando ci manca”.

Il breve dialogo riportato è il sunto di ciò che anima alcuni giovani del paese: Michele, il protagonista, il Balussìn, Stalin, il musicista e il più giovane della combriccola, il Paolino “rosso di buccia e di polpa, il Clerici “ dal viso femmineo, anch’egli sedici anni dalla pelle di nebbia e i capelli color castagne, parentado con il podestà della Costa e coi Balossi”, famiglia nota del paese, infine il Volpe, “senatore acculturato del gruppo, iscritto al primo anno di Lettere e Filosofia”.

Tutti però portavano i palmi incalliti dalle vanghe e i travaséi. Al centro, la storia d’amore tra Michele e Melania, “accomunati da nulla”. Lui appartiene a una famiglia di viticoltori di là del Po, lei è figlia di una perpetua, ospite dei Balossi, la famiglia più numerosa di Costa de’ Nobili. A differenza del giovane , Melania è colta, brillante, autonoma nel pensiero, conosce Dante e la storia. Accanto ai due, ci sono le braccia dei contadini, le “gambe dei ragazzi sempre in movimento”, anziani che passano gli ultimi anni tra orti e osterie, pronti a dare le loro residue energie all comunità. Seppure in un’Italia stremata, i giovani credono che ci sia ancora lo spazio per un’evoluzione collettiva, per traguardi più civili, e soprattutto spazio per combattere il pensiero unico del fascismo, rappresentato nel racconto dalle camicie nere che circolano nel paese. La rappresentazione del fascismo è nitida, poiché Rosa Mangini lo conosce alla perfezione. Il malessere si esprime nell’ubriacone che “soffre di esistere” o nella donna che “ha male ai pensieri”. Ma la speranza è ancora viva nei giovani: “la poesia non basta leggerla, devi saperla vivere”, e non puoi che viverla nei sogni e nella realtà, per conquistare un mondo migliore. Per farlo, bisogna contrastare la propaganda fascista e beffare il nemico, con piccole storie di resistenza, ricorrendo alla propoganda clandestina, con l’aiuto di un tipografo complice di Pavia, tanto per far sapere al paese chi sono i fascisti, i traditori, coloro che vogliono vendere le terrre ai Tudesc. “ Stampa o no, la voce si era già sparpagliata da Pietra a Zavattarello e questo perché si vive più forte quando si tiene a vista il nemico, e i vinai non sono gente incline a distrarsi”. C’è desiderio di liberarsi dei fasci, dei tedeschi, del re, e soprattutto di “bella rivoluzione”.

“ E allora morte ai tedeschi e strappate le camicie nere, viva le rosse piuttosto a petto ignudo”.

“ E quella non è rivoluzione? ” Fece notare Stalin. “Macché, è filosofia”.

“ Filosofia?”.

“La nostra. Se domani scoppia la rivoluzione, pure tuo padre prende lo schioppo e tira a camerati.”

“ Se i tedeschi vincono ci mettono sotto, stiamo peggio di prima però viva i tedeschi”.

“E se arrivano i russi e ci mettono sotto, maledetti i tedeschi matti da legare, è tutta colpa vostra, ma viva i russi che ci hanno liberato, tanto noi stiamo peggio di prima”.

“Coi regimi”

“ Oh, forse l’hai capito. Solo con quelli. La rivoluzione col furcon e i travaséi non la fai se c’è il re”.

“Forse lo cacciamo, rinfocolò Stalin”.

“ Sì, forse domani”.

“ Domani no, ma…”.

“E neppure domani l’altro”.

Nel breve dialogo, vi è e il desiderio e il disincanto di questi giovani, che l’autrice ha saputo cogliere, per quello che potrebbe essere, ma non è. La loro forza va oltre la gioventù che per natura li porta al ribellismo, a quella carica rivoluzionaria che si esprime attraverso l’ironia, lo scherzo, lo sberleffo, armi che gli avversari non posseggono, “per loro resistere significa tornare a esistere (re-existere), riaffermare lo slancio vitale sopraffatto da chi domina, inquadra delimita, reprime, e infine conquista l’etica e l’ambiente (Marco Vagnozzi). Tra i protagonisti del racconto vi è infatti la terra:

“La terra è madre, toglie la fame e la sete:le cascine hanno le aie, le stalle, i granai; i palazzi di città non sanno dove mettere i polli, i conigli, i porcelli, dove piantare le zucche, i broccoli. Cosa mangia chi le abita?”.

“In campagna vi è chi rivolta la polenta sul fuoco “ guarda che fumella!” .

“Alla polenta si fa venire la schiena color dell’oro e righe scure di brucio, croccanti, dipende se la fai sulla piana della stufa o del trippiede”. Le città sono invece invase di automobili, fabbriche, edifici .

“E non è bello, replicava Melania al nonno?”.

“ E’ bello se andate a fare una gita, era bello per chi ci andava a lavorare. Ma oggi la città non va alla campagna per per lavorare la terrra, ma per fare le case, e i signori una casa ce l’hanno già, anche due, tre, quattro”.

Il racconto si snoda con la terra che fa da sfondo, sempre presente nella sua bellezza e nel suo legame con chi la abita, come nelle pagine più intense di Pavese. Nelle pagine del racconto, sottolinea Vagnozzi nella postfazione, troviamo così l’idea di un falso progresso che rischia di mangiarsi il mondo  quieto e equilibrato dei piccoli borghi, e rappresentato dal contrasto tra quel mondo e le aree urbane dominate dal cemento e dall’architettura fascista. Un tema che ritroveremo anche in Pasolini. Non si tratta di nostalgia del passato, ma della nostalgia di un luogo naturale, dove gli individui, uomini e donne, giovani e anziani, possano far germogliare e esprimere la loro sensibilità nella più intima comunità sociale.

La lingua di Rosa Mangini è ricca di espressioni popolari, vivaci, semplice, come i protagonisti, sfiora l’”alto” e il “basso” con leggerezza, disinvoltura e sapienza. Predilige il discorso diretto attraverso il quale  dà voce alle sue craeture letterarie e al contempo vivissime. Nelle descrizioni, l’autrice usa  una lingua che ha un  che di aulico senza mai essere retorica.

La rivoluzione forse domani, un bel libro da leggere.

 

Ivana Rinaldi

Laureata in storia, presso la facoltà di Scienze politiche all’Università di Camerino, insegna al Trinity College- Rome Campus.Si dedica da anni alla ricerca storica, con una particolare attenzione alla storia delle donne nell’Italia contemporanea, e ha pubblicato saggi su “Donne e fascismo” e “Donne e resistenza”. Ha collaborato e collabora, oltre che con Leggendaria, con varie riviste: Storia e problemi contemporanei, Società e storia, Differenza donna; LetterateMagazine, Gazzetta filosofica.

L’ultimo sesso al tempo della peste – AA.VV. a cura di Filippo Tuena –

 

La pandemia di Covid19 ha investito tutti come un’enorme nuvola tossica. Nostro malgrado ci siamo trovati ad abitare un tempo sospeso e incerto. Siamo stati ‒ e forse siamo ancora ‒ come comparse in un film di fantascienza senza ritmo, girato da un regista debuttante e finanziato da produttori a corto di liquidi. Poco ritmo, zero effetti speciali e soprattutto noia, tanta noia.In questo scenario apocalittico, causa la costante preoccupazione per il futuro, poche sono state le attività ricreative. In molti hanno cucinato e mangiato oltre misura.

Altri hanno recuperato letture fondamentali. Gli operosi hanno tinteggiato casa. I più fortunati, infine, hanno fatto sesso. Un sesso diverso, stavolta, perché adombrato o sublimato dalla possibilità che potesse essere l’ultimo.

“Il 24 febbraio 2020, due giorni dopo aver viaggiato su un treno da Roma a Milano che, solo per un caso, non era quello fermato alla Centrale perché trasportava attraverso l’Italia alcuni tra i primi casi di corona virus, mi sono svegliato all’alba. Mi succede spesso, non solo in tempi di pandemia. Verso le 6 ho scritto su Facebook un post in cui mi domandavo se non sarebbe stato interessante raccogliere racconti sul sesso in tempo di peste. Nel giro di due ore ho avuto più di settanta adesioni. A quel punto ho chiuso il post, in qualche modo operando anch’io una sorta di quarantena. Chi era dentro, era dentro; chi era fuori, era fuori”.

Dalla premessa del curatore Filippo Tuena nasce l’idea di questi racconti (più di 50 per altrettanti autori), ognuno dei quali risponde alla domanda: come è, o potrebbe essere, l’ultimo sesso prima della fine?

La pubblicazione, per ora, è prevista in solo formato digitale. L’e-book sarà disponibile sui maggiori store online a partire da sabato 13 giugno 2020.

I proventi dell’intero progetto editoriale saranno devoluti al Centro Senologico dell’ospedale “G. Bernabeo” di Ortona ‒ ASL Lanciano-Vasto-Chieti (Abruzzo)

L’ULTIMO SESSO AL TEMPO DELLA PESTE

AA.VV.

a cura di Filippo Tuena

 Prezzo: 3,99 euro

ISBN: 978-88-96176-80-1

NEO. EDIZIONI 2020

info@neoedizioni.it

Per acquistare l’e-book https://www.amazon.it/Lultimo-sesso-tempo-della-peste-ebook/dp/B089YW3LKY/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&dchild=1&keywords=l%27ultimo+sesso+al+tempo+della+peste&qid=1591900870&sr=8-1#reader_B089YW3LKY

Filippo Tuena è autore di saggi di storia dell’arte e di romanzi. Tra i suoi libri: Tutti i sognatori, Super Premio Grinzane-Cavour 2000; Le variazioni Reinach, Premio Bagutta 2006; Michelangelo. La grande ombra, 2008; Stranieri alla terra, 2012; Ultimo parallelo, 2013. Ha inoltre curato Robert F. Scott. I diari del Polo, 2009 e il fotografico Scott in Antartide, 2011.

Dieci di dieci: una breve rassegna sulla letteratura russa contemporanea

 

 

 

Nella sterminata produzione della narrativa russa contemporanea, non è stato facile fare una selezione e scegliere i dieci che personalmente mi sembrano i romanzi più interessanti. A rigor del vero, ci sono due imboscati, due testi di autori vissuti tra ottocento e novecento che ho citato perché sono degli importanti precursori di certi stilemi della letteratura più vicina a noi e importanti autori di snodo tra la letteratura russa più tradizionale e quella contemporanea. Per il momento mi limiterò a parlarvi dei primi 5 (i titoli si riferiscono ai romanzi editi in traduzione italiana) :

  1. MOSKA PETUVSKI’ di  Venedikt Erofeev
  2. MARANAGA di Vladimir Sorokin
  3. PALISSANDREIDE di Saša Sokolov
  4. PROPAGANDA MONUMENTALE di Vladimir Vojinovic
  5. IL BIGLIETTO STELLATO di Vasilij Aksënov

Va fatta una doverosa premessa: l’era postsovietica, da un punto di vista dell’estetica, è stata caratterizzata dall’eclettismo e dall’etichetta di postmodernismo. Tale tendenza si può sintetizzare nella volontà di utilizzare uno stile ibrido tra ironia, grottesco, apocalittico, visionario. Insomma, un impasto che è forse espressione di quel delicato passaggio tra due mondi in contrapposizione, di un passaggio traumatico ed epocale che ha segnato generazioni di artisti e scrittori.

 

Il primo libro, che consiglio vivamente è Moska – Petuškì di Venedikt Erofeev (Quodlibet 2014) un “poema in prosa” originale, visionario.

 Pubblicato per la prima volta in Israele nel 1973, e divulgato inizialmente come samizdat, il romanzo oggi è leggibile in italiano nella traduzione di Paolo Nori. La vicenda si svolge all’interno di un treno che percorre la tratta da Mosca a Petuskiì. Il protagonista Vanicka, in preda di fumi dell’alcool intraprende un percorso torbido, dove l’ubriachezza rappresenta sia una piaga sociale che un escamotage per rappresentare un mondo alla deriva, sopraffatto dall’ideologia del regime.  In questo viaggio fisico e visionario, Petuškì rappresenta l’utopia della citta perfetta, dove si vagheggia la resurrezione, desiderio inconscio e  inconsistente come un sogno di ubriaco.  Lo stile incarna la mistura tra tragico grottesco e comico tipica della corrente postmodernista russa anche se permane quel senso dicotomico tra male e bene che è un retaggio del romanzo tradizionale.

Altro rappresentante del postmodernismo più maturo che ha preso campo soprattutto dagli anni ‘90 in poi è Vladimir Sorokin. Continua a leggere

Come in un film- Régis de Sá Moreira-

É un po’ come in un film, quando una cosa incomincia in maniera catastrofica ma sospetti che poi succederà proprio l’opposto

                                                     R. De Sá Moreira.

 

Come in un film di Régis de Sá Moreira, pubblicato da NN edizioni  nel 2017 è già manifesto programmatico nel titolo: non si tratta di un esperimento di mixe-coding. Il romanzo e il film rimangono separati e arginati nei loro statuti. De Sá Moreira prende  in prestito la simultaneità del pensiero dei personaggi (in un film possiamo sapere il pensiero dei personaggi simultaneamente,- cosa che narratologicamente viene incorporata nella funzione del  narratore onnisciente classico-  e li squaderna in un fitto, serrato avvicendarsi di pensieri dialogati dove ogni possibile gerarchia viene superata e prendono parola gatti, personaggi secondari e terziari, comparse, registi e cantanti,etc.

Il risultato è pertanto un testo dialogico (con inserti didascalici) che compone una storia perorata da due personaggi principali (Lui, Lei) e da una serie di figure secondarie che spaziano dal gatto ad Harrison Ford alla commessa del supermercato in una babele di voci che narrano la vicenda dell’innamoramento, dello sposalizio e della crisi matrimoniale di un uomo e una donna.

Lui: e più avanziamo nella Senna più riduciamo il tempo che ci separa.

Lei: la Senna trasporta le nostre parole.

Lui: Accompagna i nostri passi.

Lei: Apre le nostre pance.

Lui: Quando la fame diventa troppa ci prendiamo delle crepe da asporto e continuiamo a parlare, camminando e mangiando.

Lei: Finché la canzone d’ammòre non finisce.

Lui: Il silenzio ci circonda.

Lei: Il freddo ci avvicina.

Lui: La notte ci avvolge.

Lei: Sento un braccio che mi cinge la vita.

Lui: E’ un po’ ingrassata.

Lei: Ho rimpiazzato la palestra con la meditazione

Lui: Sento una testa che si gira verso di me.

Lei: Ha qualche ruga in più attorno agli occhi.

Lui: Continuiamo a camminare.

Lei: Ho l’impressione di sentire Dio sopra di noi

Dio: Cucù…

 

I dialoghi sono ironici, talvolta sarcastici. Non una novità da strapparsi i capelli, pertanto, ma una scrittura originale che mi pare attinga dalla filmografia alleniana, segnatamente dal film Io e Annie in cui il regista incomincia a far parlare gli attori fuori campo, inserendo i sottotitoli dei pensieri dei rispettivi personaggi, fino al completo “estraniamento” in cui lo sguardo è completamente quello dell’osservatore esterno.

Il linguaggio esplicito, la battuta paradossale, il repentino cambio di punto di vista, certi viraggi verso il grottesco, sono tutti escamotage del repertorio citato. Al centro la coppia, il sesso, amori e disamori. Tradimento gelosia, sesso a tre, divorzi, ritorni di fiamma, romanticismo e cinismo.

La parola d’ordine è riportare l’osceno al vaglio del lettore ma senza urgenze liriche. Buttarlo lì, come due attori in presa diretta che si spogliano (fisicamente e virtualmente) e che a ci raccontano la loro esperienza senza quel bisogno cervellotico di ingerire nella mente altrui, suggerire gli sbagli e le falle, il non detto e  tutti i micro e macro tranelli linguistici e psicologici.

Tutto è gettato sulla carta  come lo pensano gli attori; nudo e crudo, come ogni osceno che si rispetti: litigi, amplessi, masturbazioni, squadernati nella piena luce del giorno: Continua a leggere

Kaiser di Marco Patrone

 

Partendo dai massimi sistemi, rinnegando la consuetudine di fare una carrellata sui dettagli, constato che questo romanzo si sviluppa tra le macro categorie del talento e del mestiere. Una storia di aut-aut. Una scelta di vita morale, se vogliamo, furbesca anche.  Prima di iniziare scegli o al limite tiri i dadi: sei per l’uno o per l’altro? Successivamente passi alla seconda domanda:  “Chi è Carlos  Kaiser Henrique?”  È un impasto. Un calciatore brasiliano. Uomo reale, fittizio, maschera allegorica. E il calcio? La cornice ideale del suo dispiegamento alla vita, celebrata dalla frase manifesto:  “Sembra una storia di calcio, ma per come la devi raccontare, per farla uscire dico, gli manca una cosa che le storie di calcio  hanno,devono avere. Devono avere un perdente”.

La contromisura alla consueta esaltazione della figura del calciatore, presente nei vari memoires e biografie prezzolate, nel romanzo di Marco  Patrone  Kaiser,  edito da Arkadia editore nel 2018,  assurge a presa di posizione: chi perde può anche vincere nel variegato mondo delle glorie sportive. Questo ad un primo livello. Si sa, infatti,che i libri di calcio non parlano mai realmente di calcio. “Lo sport è il formidabile tranello che mi consente  di fingere di parlare di altro”.

Fever Pitch di Hornby è un ottimo modello a riguardo. Anche Pindaro e Leopardi videro nello sport e nelle palle rotolanti i segni di una società modello per l’uno, da sgretolare per l’altro. Per il nostro Kaiser la partita si gioca sul filo della fiction, del racconto, della narrazione di un mito moderno che pare concordato tra le forze sociali (procuratori, allenatori, squadre, pubblicità, giornalisti) ma che effettivamente è poco più che una falsa copia di  un ideale.

Questa macchina del desiderio  serve al pubblico, ai sognatori indefessi della squadra del cuore, agli scommettitori, al più a tutto quell’indotto plaudente che vive  lavora nel non-luogo dello stadio in quella perpetua illusione che lo sportivo sia ancora il semi-dio, l’eroe pindarico che innesca il sogno collettivo. Peccato che questo sogno faccia acqua da tutte le parti: donne, malavita, malaffare sono gli ingredienti di questa ricetta mediatica.  Un american dream giocato al rovescio, dove più ci arrabatta per il successo, più si scende negli abissi della propria inettitudine, fino a toccare  i gangli vitali della costruzione del Kaiser show.

C’è un grande ma.  Il disvelatore del teatrino è un giornalista, ed è a lui e alle sue abilità costruttive se questo mito prende corpo, si abbassa a parodia, si interseca con la vita,  anche con la sua, di Dosto: “Quello è Kaiser, quello sono io e miei arrovellamenti” ; ne esce un quadro forse stereotipato del calciatore brasiliano, di origini povere,  non molto dotato che tuttavia è riuscito ad imporsi furbescamente come prodotto vincente:

 

“ Loro vedevano  una palla da calcio, e dietro c’era un sogno. Io vedevo una palla da calcio e dietro c’era una macchina, una donna, un divano in pelle, un portafogli pieno. Giornalista, insegnami una parola nuova. Utilitarista. Ecco, ecco, questa è difficile davvero.  Credimi, non sono mai stato un romantico del calcio. Per me si trattava di fargli la corte come farei con una donna. Ingannarlo? Diciamo ingannarlo. Ho preso quel che ho potuto e dato quel che potuto, che non era molto”

Un’immagine del calciatore Kaiser Henrique Riposo a cui è ispirato il romanzo

Dosto, il nomignolo appioppato dai colleghi, nota forse stonata,  un omaggio (oltraggioso o superironico?)  al grande scrittore russo, –   Fëdor rimaneggiava materiali giornalistici, la similitudine più banale che mi viene in mente-  è di fatto un giornalista che cerca di risalire la china e di fare lo scoop della vita. Insicuro e indolente, cerca sempre di dire meno di quello che vorrebbe ma che una certa goffaggine intrinseca gli fa infine rivelare.Detesta François, il collega francese che gli fornisce il materiale grezzo sulla vita del Kaiser, a malapena accetta le proprie performances scrittorie, collocate strategicamente nella comfort zone della cronaca sportiva, ma con le sue stoccate di penna apre di fatto una breccia, raccontandoci il tipico psicodramma di chi ha il fuoco della scrittura  nelle vene ma per un motivo o per un altro finisce per essere Bartleby.

Da questo nodo di intrecci e piani di realtà : gli appunti di François, l’autonarrazione ridanciana di Kaiser,  con il suo linguaggio “appiattito e standardizzato”, la riscrittura del giornalista Dosto viene fuori un impiastro di verità relative e eteronome. A ciascuno la propria, di potrebbe chiosare pirandellianamente. :

“Questa è la storia di Kaiser ma è anche un po’ una MIA storia, una confessione o forse un arrovellamento, perché ho parlato di Sportswrighter, di Nothingwriter, di Nothingwriter ma ho dimenticato di dire Egowriter. Per il compiacimento, per il parlarsi addosso.  […] ed è vero che c’è Kaiser, ma è chiara la difficoltà di lasciargli proprio tutta la scena.”

Ma qualcuno si ostina a cercare una verità.  Patrone dà il tocco di giallo, giusto una pennellata:  Kaiser l’attore, la falsa promessa, il mito costruito ha in serbo uno scandalo, una storia di violenza nei confronti di una donna.  Come in ogni biografia di rock star calcistica  la vittima sacrificale  distoglie la storia dal suo binario biografico e la conduce al centro della miseria umana. Non si saprà mai se lo sportivo è turpe e macchiato del crimine;  in fondo, sembra ripetersi in un mantra pungente Dosto il giornalista, tutto fa show,  la verità è multipla:

Si potrebbe diagnosticare a Kaiser un disturbo narcisistico della personalità; ma il problema è che parrebbe che non si sia inventato niente. O meglio, ha inventato se stesso come Kaiser, e tutti (o quasi, io cerco di resistere) gli hanno creduto.

Una scrittura ad incastro, che risulta interessante e ben orchestrata nel complesso, permette a Patrone di muoversi liberamente tra frammenti di verità, mondi disconnessi che si trovano a dialogare, possibilità e probabilità di esistenze multiple all’interno di uno stesso campo di forze . La partita in campo non ha ruoli né regole, tutto si muove sul crinale della verosimiglianza e dell’artificiosità, storia e storiografia di maschere giocanti la partita della vita. Da questa incertezza morbida, “trasforma la cronaca in sociologia e sei un giornalista finito”, che non delibera né tantomeno discetta di cause ed effetti, di scelte etiche e weltanshauung, deriva una interessante prosa mista, che si  muove tra piani paralleli, ora intersecanti.

Questa,  una soluzione che diluisce la noia delle digressioni calcistiche e cattura l’attenzione verso i dettagli, le sfumature di pensiero, le minuziose analisi del sé, a tratti parossistiche, che le voci narranti intrattengono con se stesse.

Marco Patrone

Al netto delle comparazioni, questa ultima fatica letteraria sembra fluire più rapidamente del precedente romanzo (Come in una ballata di Tom Petty).  Lì una maggiore immediatezza  e un ritmo pop e giovanilistico, qui uno scorcio sulle postverità mediatiche e non e in filigrana una riflessione meta letteraria sul  ruolo dello scrittore professionista .

Dove guadagna in struttura e maturità architettonica, perde in freschezza e vitalità. A dispetto del primo è comunque un lavoro nel complesso più  muscolare nello stile , con un periodare più fluido e senza interrogazioni retoriche,  pochi ma ben definiti personaggi.  Il nostro giornalista è, alla tirata dei conti, il figlio o il fratello maggiore dell’uomo di “Tom Petty”.  Ma probabilmente questa è la sintesi e i lavori di uno scrittore non andrebbero mai soppesati nella bilancia del migliore e del peggiore. È un lavoro che certamente si accoda ad un filone “pseudo calcistico” che accomuna  scrittori come Luca Pisapia con il suo Uccidi Paul Breitner , romanzo incentrato sulle implicazioni politiche del calcio edito da Alegre e   Dalla parte del bene di Martin Fahrner edito da Keller, interessante inrteccio di storia e vissuto personale ai tempi della Primavera di Praga.

Non chioso mai con “questo libro è consigliato”, ma per diverse ragioni, spero sufficientemente illustrate,  farò un’eccezione. Anche per i non amanti del calcio, aggiungo. Resistete alla tentazione di bucare il pallone.

 

L’elegia della città in salsa distopica: Brasilia di Franz Krauspenhaar

 

Brasilia, una  delle metropoli più vaste del mondo, vista dall’ alto somiglia ad un mega aeroplano. Questa originale morfologia reca il segno dell’ utopia modernista (e funzionalista) che Niemeyer e Costa, i grandi architetti che crearono la città, vollero imprimerle. Gli angoli e gli spigoli non esistono: solo forme sinuose, curve, morbidezze. Una visione figlia dell’umanesimo lecorbuseriano ha modellato di fatto, secondo una lettura a la Lefebvre, i tre livelli dell’organizzazione spaziale: lo spazio vissuto è quello che ci interessa maggiormente in questa disamina. Brasilia infatti è una città dove non la gente non brulica nelle strade, come accade di solito nelle metropoli del mondo.Gli spazi sono aperti, gli edifici sorretti da colonne.

A Brasilia si respira un sogno utopico: quello di condividere lo spazio senza inutili impedimenti. Creata per l’uomo, in realtà è una città costruita per le macchine. Gli uomini, in questo spazio irreale, si aggirano come  fantasmi. Un sogno infranto in uno scenario che evoca esso stesso il sogno.

©2010 Joana França

Questo perimetro urbano è il campo delle azioni e dei desideri dei personaggi del romanzo  di Franz Krauspenhaar, “Brasilia” (CASTELVECCHI 2018)  .Il titolo è un  elemento che lascia presupporre l’ambiente urbano  come scenario interiore delle vicende umane, secondo la nota omologia uomo/città, topos peraltro presente in  gran parte della letteratura moderna e postmoderna. Di fatto la struttura di ogni città quindi anche di  Brasilia, è visibile soltanto se vista dall’alto, quando ciò accade è un’esperienza di ampliamento  della conoscenza prima che estetica.

Quel desiderio di andare oltre che spinse Dalì a dipingere dall’alto Cristo, quasi a volere affermare “ io sono Dio, io sono il creatore”, è lo stesso che imprime il movimento al racconto di “Brasilia”. Non è un caso che al centro della vicenda vi sia il tentativo dicotomico di sostituirsi a Dio diventando Dio e  al contempo di ancorarsi alla fede, approcciata attraverso una conversione forzata, forse non del tutto autentica, incompleta e imperfetta ma sicuramente vissuta con un anelito spirituale. Senza anticipare, ecco come si presenta la città: Continua a leggere

Luca Ricci- I difetti fondamentali-

 

Leggere “ I difetti fondamentali” (Rizzoli 2017) di Luca Ricci è un’esperienza voyeuristica, letterariamente parlando. Entri dalla porta del retro, guardi i resti di una notte ubriaca, osservi di soppiatto e chiaramente dal buco della serratura il bagno appena usato e poi ti fiondi nel luogo sovrano dell’intimità, la cesta degli abiti sporchi, dove tutto è intriso di umori, odori, macchie, che a nessuno vorremmo mai mostrare.  La casa in questione è principalmente quella degli scrittori, o dello scrittore per meglio circoscrivere una tipologia.

Uno sguardo dal basso, istintuale e carnevalesco ci intrattiene in questi quadri di personalità, racchiusi dentro la cornice dei difetti fondamentali, cioè tic, manie ossessioni  e retrobottega delle ingegnose menti poetiche degli scrittori e di chi lavora a vario titolo all’interno del mondo editoriale: editori, agenti, librai, critici, bibliofili, correttori di bozze. E dallo sgabuzzino della torre d’avorio si accede in tutte le stanze nascoste, in letti disfatti di matrimoni insensati, in camere che evocano ricordi sgradevoli, (L’affittacamere) ; ci si imbatte nell’uomo alle prese con le miserie del suo passato, barricato in casa, che non vuole cedere alle blandizie del realismo (Il solitario)  o in scene da Trimalchione che invece sono soltanto la cerimonia di premiazione del prestigioso premio letterario, dove trucco e parrucco valgono più della quarte di copertina e i retro pensieri sono  più perversi di qualsiasi plot narrativo. (Lo stregato).

Tolti gli abiti dell’atto creativo, cosa rimane in definitiva della scrittura se non privarsi dell’intimo della retorica e presentarsi nuda e cruda agli occhi del lettore, come narrazione edulcorata di due elementi fondamentali? L’amore, nelle sue sfaccettature molteplici, e la morte, due poli in costante dialogo, spesso travestiti l’uno dell’altro.  La vita, in fondo, è ciò che accade mentre si sta scrivendo, lo scrittore è colui il quale si arrabatta per trovare la scintilla dentro l’ovvietà.

Ne vengono fuori dei ritratti tipologici che hanno come protagonista chi vede nella scrittura il suo completamento erotico/metafisico, raggiungimento di quella meta che dovrebbe finalmente consegnarlo alla memoria dei posteri. Peccato che ciò non accada quasi mai, come nel  caso del sempiterno aspirante scrittore che tortura l’editore con la sua questua petulante (Il rifiutato), amara vicenda di un uomo alle prese con le scadenze della vita e quelle imposte da  un editore cinico ma non del tutto.  O ancora nel racconto/metafora sull’arte dello scrivere – e sulle nevrosi inevitabili del creativo, – una sorta di petting eccitatorio che non trova mai esito nel risultato definitivo ( L’eccitato):

L’eccitazione si acutizza nelle difficoltà, cerca un impedimento qualsiasi per ritardare l’attimo in cui si trasformerà suo malgrado in piacere. L’eccitazione non vuole iniziare, si pasce nelle premesse, e trova volgare tutto quanto abbia un seguito, una realizzazione fisica piena. Preferisce crogiolarsi nell’idea”

Credo che il quid distintivo di ogni racconto sia  proprio quella concentrazione “retorica” di cui è composto che, a differenza del romanzo, non può disperdersi nei tropi e nelle dinamiche delle dilatazioni o restrizioni temporali, ma diventa l’essenza stessa del ductus narrativo; è lo stesso personaggio chiave ad essere uno strumento, a dettare il ritmo e le metafore, il senso e il suo dispiegamento. Le briciole di senso, quelli che in una lunga narrazione sarebbero gli scarti, insomma fanno la pagnotta e non viceversa. Così nel primo racconto ad esempio, il rothiano, il personaggio a cui è dedicato il racconto, tipico professore viveur che vive di glorie accademiche e conquiste erotiche, si scontra con la sua essenza tipologica cioè la menzogna che è la cifra di ogni rothiano che non sia Roth in persona; una macchietta, in definitiva, che viene svelato da un suo epigono mal riuscito, uno studente che tenta l’emulazione ma che è già una cellula impazzita del sistema perché ne ha capito i meccanismi interni:

Dicevo solenne: “Lo straniero di Camus è un libro nichilista, eccetto che per l’ultima frase, quella in cui il protagonista si apre alla dolce indifferenza del mondo”. Ma a quella ipotesi non seguiva alcuna presa di posizione o disamina supplementare. […] Quel silenzio cadeva solo su di me . Perché invece tra loro continuavano a parlare, a dibattere, ad animarsi. Le dinamiche della Cricca erano rimaste le stesse di prima, tranne che per un unico dettaglio: io non ne facevo  più parte.

D’altro canto c’è lo scrittore “morto” immerso ormai nella tanatosfera di glorie passate, o di sperati ricongiungimenti con il fulgido mondo editoriale, o nella volontà di volersi rivalere sulla giovane scrittrice inesperta, donna magari migliore di lui ma non abbastanza educata a credere in se stessa, come nel racconto del “pigmalione” Giorgio Gamba e di Olga Merlin, unica donna scrittrice nel libro, tragicamente destinata a foraggiare i piccioni dopo una vita passata ad inseguire un sogno fallace ad adorare lui “il critico letterario” un po’ macho un po’ maniaco, ma, in definitiva, insicuro. (La canonizzata):

Era una di quelle donne sole che danno da mangiare ai piccioni del parco, talmente abbrutita da risultare più vecchia della sua età, e comunque sempre sciatta, in disordine […] Tirava in aria le molliche come fossero coriandoli tristi, anche per ore anche per giorni. […] Difficile riconoscerla adesso, ma quella era Olga Merlin, la scrittrice. Per un certo lasso di tempo il suo nome aveva riempito le terze pagine dei quotidiani e scandito, come si suol dire, l’agenda mondana della cultura italiana.

 

Se potessimo utilizzare i racconti di Ricci come pezzi di puzzle potremmo sicuramente ricreare una sorta di scrittore/leviatano, un ritratto fatto di tutte le piccolezze e “coglionerie” (come più volte ribadito dall’autore) della vita quotidiana di chi crea mondi altri perché questo in fondo non gli è bastevole. E cosa c’è di più veritiero di un ritratto morale che contempli soprattutto i difetti anziché le trite virtù?: solitario, velleitario, invidioso folle, adultero.

Vizi morali ma anche letterari s’intende, perché il sarcasmo si snocciola anche su quella catena di montaggio  a cui ogni scrittore che possa definirsi tale deve necessariamente adattarsi: l’editore da inseguire, da corteggiare, il rutilante premio letterario, il libro da promuovere,  la gogna dei critici, e poi o la polvere o l’altare. Paesaggio, ritmo e sarcasmo impietoso nel ritratto dei tipi umani sono le caratteristiche peculiari: splendidi scorci romani incorniciano le vite affannate di chi vuole emergere e acquisire il patentino di operatore dell’editoria e nessuno, in questa scalata viene risparmiato dall’avidità, dalla meschinità, e dal narcisismo, principe dei difetti.

Ad un certo punto pare che vi si stia materializzando davanti: “il classico intellettuale engagé tutto pizzetto, pipa e servilismo nei confronti dei suoi totem culturali e protettori politici” ed è il punto di non ritorno, in cui capisci che sei ormai dentro al meccanismo malato anche tu che sei lettore e consumatore (più o meno consapevole) dei “prodotti” -leggi libri- propinati.

Stilisticamente, Ricci restituisce la sensazione dello “scrittore della porta accanto”,  tra i pochi che possa osare iuncturae ardite senza battere ciglio. (Lui, noi che leggiamo ne battiamo anche due),come una citazione colta associata ad un’immagine kitsch, o aperture liriche immediatamente arrestate sulle miserevoli scene delle debolezze dei sensi (prevalentemente erotiche) che costellano le vite di ogni personaggio.

Uno stile “piano” per usare un termine ormai in disuso, puntellato e ricercatezze che non esondano lasciando spazio alla storia di dipanarsi, e lasciando respirare noi lettori abituati alle piroette sintattiche degli sperimentatori o alle asciuttezze alla Carver fin troppo abusate (per rimanere in tema racconto).

Sul racconto che tanto si è detto e di cui Ricci in prima persona si è occupato anche da un punto divisa critico e metodologico, non aggiungo altro, se non che esso richiede, nella struttura, tanta perizia e studio.  Niente sbavature, orpelli o calembour. E in questo Ricci è un auriga che tiene a bada il senso globale, il messaggio, lo stile, il personaggio, facendone quell’entità monade che è un racconto comme il faut. In questo libro è presente anche questo tipo di riflessione, di racconto del racconto se vogliamo, che lo rende piacevolmente eccentrico rispetto alle consuete situazioni narrative.

Alla fine è lo “scrittore” di Ricci, senza la maschera, perché scrittore o lo sei o non lo sei. E se lo sei, sarai pieno di difetti e magari dormirai in quel letto bianco senza lenzuola e senza idee, quel letto di Virginia Woolf  ritratta da  Annie Leibovitz, dove a volte è necessario dormire.

 

La mia Dakar di Jean- Baptiste Leccia

Stato

La letteratura postcoloniale per sua natura non può essere stabile e sedentaria. É la letteratura dei migranti, della diaspora e dei cambiamenti instabili. Deve muoversi, aggirare gli ostacoli e proporsi alla gente. Muoversi nello spazio liscio degli “affetti”, come lo chiamaDeleuze. E se trovate i libri di MODU MODU, sappiate che essa è una realtà editoriale delle più squisitamente alternative che abbiate mai potuto conoscere. Perchè è prettamente nomade, non ha casa, sede, ma solo persone che si autoproducono e si gettano nella mischia delle folle urbane per fare conoscere piccoli gioielli come le poesie dei cantori africani o questo romanzo che ho comprato da un uomo di cui non ricordo il nome. Il suo titolo La mia Dakar di cui pubblico un estratto e di cui non vedo l’ora di parlare. A voi lascio una piccola raccomandazione, se vi viene incontro un ometto con tanti libri in spalla e in mano, accoglietelo e comprate i suoi libri.
 
“Lasciammo Settat l’indomani mattina di buon’ora per Marrakech. Ci sarei tornato soltanto trentacinque anni dopo, nel corso di un viaggio con i miei studenti della Scuola di Architettura di Marsiglia, e ci avrei trovato una città metamorfosata- intendo dire sfigurata- […] grandi spazi urbani hanno avuto il sopravvento sulle stradine commerciali e sulla piazza del mercato; non ci sono più nè la mia scuola nè i giardini pubblici e neppure la chiesa in cui sono stato battezzato a un anno meno diciassette giorni il 12 Giugno 1944, non c’è la merceria di madame Paillè; la mia casa natale e il “deposito” sono stati rasi al suolo.”

Y.A. Young adult a chi? – Il sogno di Anna-

Partiamo dalle definizioni, così per semplificare il discorso: Young adult, nuova etichetta sociologico-editoriale per definire quella fascia di lettori che si collocano tra l’età dell’ infanzia e quella adulta, in quel “in-between” dell’adolescenza, l’età di mezzo, la terra del né carne né pesce, dell’indefinitezza e dell’irrequietudine. Almeno, così ce lo prefiguravamo prima che la fucina anglosassone coniasse il neologismo young adult, cioè letteralmente giovane adulto, che ha sostituito il nostro vivace “adolescente” che con la sfumatura incoativa rendeva più efficacemente questa idea dell’eterno movimento dei giovani (quasi sempre mai) adulti. Lì invece a diciott’anni fuori di caso e pertanto young adult , giovani adulti e voraci lettori di libri a loro appositamente dedicati e confezionati.

Nati sulla scia del romanzo di formazione, di cui conservano solo un blando canovaccio, questi romanzi si articolano principalmente su tre tematiche:  sentimenti fortemente edulcorati, storie strappalacrime e amori contrastati. Le ambientazioni possono variare: da quella familiare a realtà distopiche o vampiresche al più rodato genere fantasy. Mi è sembrato interessante effettuare una sorta di ricerca sul campo e chiedere ai diretti interessati quali fossero le letture preferite e sondare le possibili motivazioni a monte di tale scelta.

 

Da docente sono stata enormemente facilitata e ho sottoposto i miei alunni ad un piccolo test: sono venuti fuori dei titoli, ricorrenti: Colpa delle stelle Di John Green (Rizzoli 2014)   e Io prima di te (e il seguito Io dopo di te) [ci chiediamo che fine abbia fatto “Io durante te”]  di Jojo Moyes,  (Mondadori 2016 ), che per taluni sfora nel genere chick-lit, ma a mio parere più centrato sul gusto adolescenziale.

Le reazioni a questo tipo di letture sono state piuttosto emotive, com’è forse giusto e come è legittimo scopo di questo tipo di prodotti letterari. Le trame spingono molto sulla lacrima indotta: due adolescenti malati di cancro che si affezionano l’un l’altro. Lui è terminale, alla fine muore. Una ventiseienne perde il lavoro e si trova a lavorare presso una famiglia per badare ad un ragazzo che si trova sulla sedia a rotelle in seguito ad un incidente. Lui è ricco e bello e lei un po’ sfigata. Tra i due, neanche a dirlo, nasce l’amore. Si affronterà anche l’argomento eutanasia.

Mi sembra che tutta questa emotività “facile” perché ottenuta toccando le corde dell’abbandono, della fine, ma sia ben chiaro, in una prospettiva orizzontale, sia in fin dei conti un escamotage per non entrare nel mondo degli adolescenti ma per cavalcarne le ondate emozionali. Il risultato credo si possa riassumere in un’ empatia di superficie o “acatartica”, se vogliamo citare (in senso oppositivo)  l’espressione aristotelica come  cartina di tornasole per la mimesi delle emozioni così tanto preponderante nello young adult. Questa bulimia emotiva determina, come per qualsiasi tipo di sovrabbondanza, un indebolimento gnoseologico ed esperienziale, o per lo meno un’esperienza di lettura che va nella direzione opposta di quella che dovrebbe fornire un genere appositamente pensato per gli adolescenti. Se pensiamo quanto la lettura abbia un’importanza formativa in questo periodo della vita in cui si formano le impalcature non solo emotive chiaramente ma, mi si passi il termine, ideologiche, culturali, di pensiero in definitiva, la scelta di un libro piuttosto che un altro non appare così innocua e scevra di conseguenze. In altre parole, non è fornendo una tragedia prêt-à porter che si fanno dei buoni prodotti letterari. Furbi, sì e anche in area di best- seller, ma questo è ben altro discorso.

Caso vuole che io ascolti un’ottima intervista di una scrittrice che ha dato proprio recentemente alla luce un romanzo young-adult : lei è Lucia Tilde Ingrosso e il romanzo porta il titolo: Il sogno di Anna (Feltrinelli 2016).  Non scorgo né vampiri né malati terminali, né tantomeno disastri millenaristici, per cui decido di leggerlo per sconfessare la mia avversità verso il genere.

Il romanzo è incentrato su un assioma fondamentale: che l’età dell’adolescenza riservi altro che non siano lamentele e crisi; ci si può anche dedicare ad un progetto, un’idea, a coltivare le proprie ambizioni e talenti. Tutto questo mantenendo gli anfibi, i primi amori e gli scorni con i genitori. La protagonista Anna è una ragazzina di Milano che  si barcamena tra  gli impegni scolastici, una famiglia incrinata da crisi genitoriali, il “moroso”  e  una passione che germina all’improvviso grazie ad un corso di giornalismo tenuto da un simpatico e brillante professore.

Da lì in poi è un susseguirsi di situazioni che in un certo senso mettono alla prova questa passione e le permettono di agire secondo i precetti del giornalismo d’inchiesta: una piccolo giallo di paese, una torbida storia di detto e non detto e il mistero di un concorso di canto truccato. Piccole prove per una piccola aspirante giornalista che come modello di riferimento si ritrova niente poco di meno che Anna Politovskaja, nota reporter  russa attiva nel campo dei diritti umani e per i suoi reportage sulla guerra Cecenia e brutalmente uccisa per le sue posizioni politicamente scomode. Il tutto, naturalmente espresso con un linguaggio aderente all’età dei personaggi , ma senza esagerare con espressioni gergali che in questo contesto narrativo, potrebbero risultare stucchevoli e fittizi.

Questo romanzo contiene molte cose interessanti: innanzitutto non si piangono lacrime facili (vedi sopra) e poi mi sembra che abbracci una visione “performativa” per citare un  termine che nella vulgata  abbraccia un vasto campo semantico e che mi sembra utile qui circoscrivere brevemente. Le teoria del performativo parte dalla teoria linguistica di (J. Austin ) e si è espanso anche a campi della filosofia, delle teorie culturaliste, etc. In breve esso descrive in termini linguistici la differenza tra tra la dimensione constativa (enuncio, constato  e descrivo un fatto)  tipica, se vogliamo dell’adolescenze e delle derive post adolescenziali e  quella performativa, cioè del coinvolgimento personale, della parola che si performa in atto,  si presume di una personalità più adulta. Mi pare interessante da utilizzare come punto di partenza per la decodifica di una soggettività che nel romanzo è ben delineata proprio nel personaggio di Anna; lei incarna questo passaggio dell’azione o agency come direbbero ancora gli inglesi. Tradotto i termini narrativi Anna realizza, sulla scia di un grande modello, la sua aspirazione mettendola in pratica. Performa i suoi desideri  nella realtà, inverandoli in azioni ben precise e sequenziali.

L’autrice di questo libro credo abbia abbracciato in pieno questo seconda prospettiva nel creare un giovane personaggio e i fatti che compongono il suo vissuto. Anna, adolescente come tante altre, decide di “abbracciare” un’idea, di cucirsela addosso e di diventare in un certo senso il modello  di adolescente impegnata  con comportamenti concreti e fattivi

Che cosa ho imparato

Se sei coinvolto, può essere difficile raccontare le cose. Un buon giornalista è colui che sa prendere le distanze . Non ci sono tragedie più importanti di altre , morti di serie A e di serie B. “Descrivi quello che vedi,metti insieme i fatti e analizzali” Anna Politovskaja.

La performatività non si esaurisce qui. Riguarda  anche l’intento di creare un metatesto sulla scrittura giornalistica ( l’autrice è anche giornalista, mi pare utile ricordarlo) che puntella ogni fine capitolo come se fosse un taccuino di appunti del giornalista che si forma e si esercita; e poi,dalle parole del professore di giornalismo che evidentemente si fa portavoce del suo punto di vista, quando impartisce dei veri e propri consigli pratici sulla realizzazione dell’articolo di giornale dalle tecniche di comunicazione allo stile. Se  a prima vista questo approccio può apparire come una semplice semplificazione, provate a spiegare ad un’adolescente, e qui entra in campo anche la didattica, a realizzare un testo giornalistico. Tirando le somme, ne viene fuori un bel decalogo semplificato di regole fondamentali:

E’ ora il momento di parlare di uno degli elementi più insidiosi del discorso: l’aggettivo. Come diceva lo scrittore americano Mark Twain: in caso di dubbio, togliere. Un altro scrittore francese dell’Ottocento, Charles Daudet, sosteneva che gli aggettivi devono essere amanti dei sostantivi, mai coniugi legittimi.

Anche nella conclusione, che non svelo, per lasciare al giovane lettore e non solo il piacere di scoprirlo, emerge il taglio originale, secco, asciutto e propositivo al tempo stesso.Se consiglio questo libro? Certamente, per i detrattori del genere che magari si sconfessano e per gli adolescenti in cerca di cose da performare, abbandonati i piagnistei.