Y.A. Young adult a chi? – Il sogno di Anna-

Partiamo dalle definizioni, così per semplificare il discorso: Young adult, nuova etichetta sociologico-editoriale per definire quella fascia di lettori che si collocano tra l’età dell’ infanzia e quella adulta, in quel “in-between” dell’adolescenza, l’età di mezzo, la terra del né carne né pesce, dell’indefinitezza e dell’irrequietudine. Almeno, così ce lo prefiguravamo prima che la fucina anglosassone coniasse il neologismo young adult, cioè letteralmente giovane adulto, che ha sostituito il nostro vivace “adolescente” che con la sfumatura incoativa rendeva più efficacemente questa idea dell’eterno movimento dei giovani (quasi sempre mai) adulti. Lì invece a diciott’anni fuori di caso e pertanto young adult , giovani adulti e voraci lettori di libri a loro appositamente dedicati e confezionati.

Nati sulla scia del romanzo di formazione, di cui conservano solo un blando canovaccio, questi romanzi si articolano principalmente su tre tematiche:  sentimenti fortemente edulcorati, storie strappalacrime e amori contrastati. Le ambientazioni possono variare: da quella familiare a realtà distopiche o vampiresche al più rodato genere fantasy. Mi è sembrato interessante effettuare una sorta di ricerca sul campo e chiedere ai diretti interessati quali fossero le letture preferite e sondare le possibili motivazioni a monte di tale scelta.

 

Da docente sono stata enormemente facilitata e ho sottoposto i miei alunni ad un piccolo test: sono venuti fuori dei titoli, ricorrenti: Colpa delle stelle Di John Green (Rizzoli 2014)   e Io prima di te (e il seguito Io dopo di te) [ci chiediamo che fine abbia fatto “Io durante te”]  di Jojo Moyes,  (Mondadori 2016 ), che per taluni sfora nel genere chick-lit, ma a mio parere più centrato sul gusto adolescenziale.

Le reazioni a questo tipo di letture sono state piuttosto emotive, com’è forse giusto e come è legittimo scopo di questo tipo di prodotti letterari. Le trame spingono molto sulla lacrima indotta: due adolescenti malati di cancro che si affezionano l’un l’altro. Lui è terminale, alla fine muore. Una ventiseienne perde il lavoro e si trova a lavorare presso una famiglia per badare ad un ragazzo che si trova sulla sedia a rotelle in seguito ad un incidente. Lui è ricco e bello e lei un po’ sfigata. Tra i due, neanche a dirlo, nasce l’amore. Si affronterà anche l’argomento eutanasia.

Mi sembra che tutta questa emotività “facile” perché ottenuta toccando le corde dell’abbandono, della fine, ma sia ben chiaro, in una prospettiva orizzontale, sia in fin dei conti un escamotage per non entrare nel mondo degli adolescenti ma per cavalcarne le ondate emozionali. Il risultato credo si possa riassumere in un’ empatia di superficie o “acatartica”, se vogliamo citare (in senso oppositivo)  l’espressione aristotelica come  cartina di tornasole per la mimesi delle emozioni così tanto preponderante nello young adult. Questa bulimia emotiva determina, come per qualsiasi tipo di sovrabbondanza, un indebolimento gnoseologico ed esperienziale, o per lo meno un’esperienza di lettura che va nella direzione opposta di quella che dovrebbe fornire un genere appositamente pensato per gli adolescenti. Se pensiamo quanto la lettura abbia un’importanza formativa in questo periodo della vita in cui si formano le impalcature non solo emotive chiaramente ma, mi si passi il termine, ideologiche, culturali, di pensiero in definitiva, la scelta di un libro piuttosto che un altro non appare così innocua e scevra di conseguenze. In altre parole, non è fornendo una tragedia prêt-à porter che si fanno dei buoni prodotti letterari. Furbi, sì e anche in area di best- seller, ma questo è ben altro discorso.

Caso vuole che io ascolti un’ottima intervista di una scrittrice che ha dato proprio recentemente alla luce un romanzo young-adult : lei è Lucia Tilde Ingrosso e il romanzo porta il titolo: Il sogno di Anna (Feltrinelli 2016).  Non scorgo né vampiri né malati terminali, né tantomeno disastri millenaristici, per cui decido di leggerlo per sconfessare la mia avversità verso il genere.

Il romanzo è incentrato su un assioma fondamentale: che l’età dell’adolescenza riservi altro che non siano lamentele e crisi; ci si può anche dedicare ad un progetto, un’idea, a coltivare le proprie ambizioni e talenti. Tutto questo mantenendo gli anfibi, i primi amori e gli scorni con i genitori. La protagonista Anna è una ragazzina di Milano che  si barcamena tra  gli impegni scolastici, una famiglia incrinata da crisi genitoriali, il “moroso”  e  una passione che germina all’improvviso grazie ad un corso di giornalismo tenuto da un simpatico e brillante professore.

Da lì in poi è un susseguirsi di situazioni che in un certo senso mettono alla prova questa passione e le permettono di agire secondo i precetti del giornalismo d’inchiesta: una piccolo giallo di paese, una torbida storia di detto e non detto e il mistero di un concorso di canto truccato. Piccole prove per una piccola aspirante giornalista che come modello di riferimento si ritrova niente poco di meno che Anna Politovskaja, nota reporter  russa attiva nel campo dei diritti umani e per i suoi reportage sulla guerra Cecenia e brutalmente uccisa per le sue posizioni politicamente scomode. Il tutto, naturalmente espresso con un linguaggio aderente all’età dei personaggi , ma senza esagerare con espressioni gergali che in questo contesto narrativo, potrebbero risultare stucchevoli e fittizi.

Questo romanzo contiene molte cose interessanti: innanzitutto non si piangono lacrime facili (vedi sopra) e poi mi sembra che abbracci una visione “performativa” per citare un  termine che nella vulgata  abbraccia un vasto campo semantico e che mi sembra utile qui circoscrivere brevemente. Le teoria del performativo parte dalla teoria linguistica di (J. Austin ) e si è espanso anche a campi della filosofia, delle teorie culturaliste, etc. In breve esso descrive in termini linguistici la differenza tra tra la dimensione constativa (enuncio, constato  e descrivo un fatto)  tipica, se vogliamo dell’adolescenze e delle derive post adolescenziali e  quella performativa, cioè del coinvolgimento personale, della parola che si performa in atto,  si presume di una personalità più adulta. Mi pare interessante da utilizzare come punto di partenza per la decodifica di una soggettività che nel romanzo è ben delineata proprio nel personaggio di Anna; lei incarna questo passaggio dell’azione o agency come direbbero ancora gli inglesi. Tradotto i termini narrativi Anna realizza, sulla scia di un grande modello, la sua aspirazione mettendola in pratica. Performa i suoi desideri  nella realtà, inverandoli in azioni ben precise e sequenziali.

L’autrice di questo libro credo abbia abbracciato in pieno questo seconda prospettiva nel creare un giovane personaggio e i fatti che compongono il suo vissuto. Anna, adolescente come tante altre, decide di “abbracciare” un’idea, di cucirsela addosso e di diventare in un certo senso il modello  di adolescente impegnata  con comportamenti concreti e fattivi

Che cosa ho imparato

Se sei coinvolto, può essere difficile raccontare le cose. Un buon giornalista è colui che sa prendere le distanze . Non ci sono tragedie più importanti di altre , morti di serie A e di serie B. “Descrivi quello che vedi,metti insieme i fatti e analizzali” Anna Politovskaja.

La performatività non si esaurisce qui. Riguarda  anche l’intento di creare un metatesto sulla scrittura giornalistica ( l’autrice è anche giornalista, mi pare utile ricordarlo) che puntella ogni fine capitolo come se fosse un taccuino di appunti del giornalista che si forma e si esercita; e poi,dalle parole del professore di giornalismo che evidentemente si fa portavoce del suo punto di vista, quando impartisce dei veri e propri consigli pratici sulla realizzazione dell’articolo di giornale dalle tecniche di comunicazione allo stile. Se  a prima vista questo approccio può apparire come una semplice semplificazione, provate a spiegare ad un’adolescente, e qui entra in campo anche la didattica, a realizzare un testo giornalistico. Tirando le somme, ne viene fuori un bel decalogo semplificato di regole fondamentali:

E’ ora il momento di parlare di uno degli elementi più insidiosi del discorso: l’aggettivo. Come diceva lo scrittore americano Mark Twain: in caso di dubbio, togliere. Un altro scrittore francese dell’Ottocento, Charles Daudet, sosteneva che gli aggettivi devono essere amanti dei sostantivi, mai coniugi legittimi.

Anche nella conclusione, che non svelo, per lasciare al giovane lettore e non solo il piacere di scoprirlo, emerge il taglio originale, secco, asciutto e propositivo al tempo stesso.Se consiglio questo libro? Certamente, per i detrattori del genere che magari si sconfessano e per gli adolescenti in cerca di cose da performare, abbandonati i piagnistei.

 

Il 2017 porta bene

Stato

Il 2017 inizia con un omaggio molto gradito da parte della casa editrice Corrimano Edizioni, il romanzo La tua presenza è come una città di Ruska Jorjoliani.

Sono curiosa di entrare dentro questa storia, che so già essere densa di riferimenti alla storia dell’ ex-Unione sovietica, un passato non tanto remoto ma i cui strascichi emotivi e culturali sono giunti fino ai nostri giorni, in varie forme.

A presto 

Sgambettando tra il tragico e il grottesco- Figlie sagge- di Angela Carter-

Avete presente la Londra rutilante, ipermoderna della city, le case da riviste patinate di  Kensington e del West end? Ecco, dimenticatela, e immergetevi nella  storia della Londra sghemba e visionaria che ha dato i natali alle sorelle Chance, protagoniste del romanzo Figlie sagge, di Angela Carter,  edito da Fazi Editore nell’appena trascorso 2016 e che tanto ci ha rallegrato.

Angela Carter

“Siamo nate dall’altra parte del Tamigi, quella sbagliata” esordiscono le due spassose protagoniste,  quella parte che ha ispirato gran parte dei migliori scrittori  londinesi dell’ultimo trentennio dalla Carter, appunto, a Iain Sinclair, fino a Will Self e J.G. Ballard, testimoni, ognuno con il proprio prisma culturale, di una Londra multiculturale, meticcia, tanto invisa ai thatcheriani quanto amata dagli irriducibili cockneys; una fetta di Londra che presenta anche tratti inquietanti, con le sue zone residenziali abitate dai nuovi ricchi e aree di degrado e abbandono.

Originarie della “sponda bastarda”quella del Sud, che  le ha viste nascere, crescere, invecchiare Dora e Nora Chance, due settantentacinquenni arzille che, confesso, ho visualizzato come due gemelle Kessler ma molto più disinibite e beone, si vedono recapitare improvvisamente un invito che mette a rischio per qualche secondo le loro coronarie: Sir Melchior Hazard, loro padre naturale, festeggia cent’anni; ebbene, la genetica è dalla sua parte più di quanto nessuno avrebbe mai sperato. Quale miglior modo  di celebrare questo evento invitando le figliuole dimenticate in  vita e recuperate nell’ultimo atto teatrale della vita? Da shakespeariano D.O.C. quale è, Melchior non poteva certo farsi mancare questo ultimo coup de théâtre.

Neanche a dirlo, le due accettano. La macchina del piacere incomincia a riattivarsi: esci un trench di volpe argentata, una doppia passata di mascara,cipria, un Rubini nella neve di Revlon,improbabili guêpière di seta e via, le sorelle Chance sono pronte per l’ennesima avventura della loro vita. Di una vita pazzesca, naïf, fricchettona fino al midollo: figlie di una stella del teatro e capostipite di una della famiglie di teatranti più in vista del primo Novecento, Dora e Nora vengono recuperate nella prima infanzia dal fratello gemello di Melchior, Peregrine, zio Perry d’ora in poi, che le alleva, le riempie di oggetti costosi e cerca di avviarle alla carriera che più a loro si addice: quella di ballerine di avanspettacolo. Consumatesi al ritmo di lustrini e champagne, corteggiate e amate da una quantità spropositata di uomini queste due donne rappresentano l’inno più spregiudicato ad una femminilità autentica e priva di stereotipi e tabù. Orfane di madre, tenutaria di una locanda fatiscente di Brixton, furono iniziate ai segreti della vita dalla “nonna” (in realtà una conoscenza del nonno che ebbe il buon cuore di adottarle) nudista vegetariana, perfetta rappresentante del femminismo d’antan. Nora e Dora crescono in ardore e bellezza e  fanno dell’ironia tagliente la loro arma di difesa, riuscendo anche ad esorcizzare il grande assente, il padre che non le e ha mai accettate o per lo meno a collocarlo dove va collocato, cioè in un angolo della memoria che il recente invito ha portato pericolosamente alla ribalta. Nel loro mondo, gli uomini” vanno e vengono”, come figuranti di una commedia umana che non si arresta neanche dopo la chiusura del sipario. E le donne si aiutano reciprocamente a resistere ai colpi del destino tutte, tranne due, Saskia e Imogen le rivali delle gemelle Chance, le figlie fortunate, riconosciute legittimamente da Melchior, con le quali si instaura sin da subito “il più cordiale odio reciproco”.

Cosa rimane di questa commedia dolce-amara? A tratti un doloroso nulla, visto che il succo di ogni commedia è sempre un abbandono o un tradimento. E questo avvicendarsi bulimico di divertissement e godimento dell’attimo fuggente ad ogni costo rischia di appesantire la trama. Ma le Chance la sanno lunga e in qualche frangente ci lasciano aforismi in grado di guidarci per un’intera vita: Continua a leggere

La vegetariana – di Han Kang

In primo piano

 

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Il romanzo della scrittrice sud-coreana Han Kang, La vegetariana, (Adelphi 2016), apparso per la prima volta nel 2007, vincitore del (meritatissimo) premio Man Booker International  Prize 2016, è da poco sugli scaffali delle librerie italiane

Misteriosa e selvatica è l’atmosfera che pervade ogni pagina di questo atipico romanzo, complice una scrittura compita e potente al tempo stesso, come i movimenti della danza butoh, fatti di forze trattenute e di esplosioni suggerite.  Protagonista è Yang-hye la tipica “acqua cheta”, piatta, dozzinale, al limite della sciatteria.  Almeno, tale ci appare nella impietosa descrizione che ne fa il marito agli esordi: donna devota al focolare, ai rituali di una vita di coppia priva di passioni,accondiscendente ed umile negli atteggiamenti, nell’abbigliamento, a parte un particolare scabroso: l’abitudine di non portare il reggiseno, unico elemento di “disturbo” di questo quadro familiare.

Ma, come ogni acqua cheta che si rispetti, Yang-hye nasconde un abisso, un sottosuolo interiore che emerge gradualmente sconvolgendo le vite di tre famiglie e la loro routine piccolo-borghese. Tutto ha inizio quando la donna decide di diventare vegetariana. É il primo stadio di una trasformazione fisica e interiore che a prima vista appare come una scelta dietetica, una moda, un diversivo salutista. In realtà, la scelta di Yeong-hye nasconde un intento ancora più drastico: diventare una pianta.

La storia di questa donna si può sintetizzare in questo processo di vegetalizzazione che coinvolgerà i familiari e coloro che appartengono alla sfera dei suoi affetti, costretti  a prendere atto di questa metamorfosi autoimposta. Da una parte, la sorella In-Hye, addolorata e impotente; dall’altra, chi la prenderà come una novità che risveglia istinti sopiti, come suo cognato, un artista in declino che ritrova nell’anima “floreale” della nuova Yeong-hye, una sensualità prorompente e inevitabile. “Sarà pazza? Malata? ” Si chiedono i familiari imperterriti. Tutti hanno un’ipotesi, una diagnosi e una cura. Ad ogni modo questa metamorfosi è il sintomo di un trauma sublimato, antiche violenze paterne che devono essere “espulse” insieme al sangue e alla carne. La psiche di Yeong-hye si trova esattamente in quel confine periclitante tra ragione e pulsione, tra reale e onirico. Le visioni che determinano la scelta vegetariana, sono popolate da corpi dilaniati, scenette truculente, sventramenti: “ho fatto un sogno” […] ho del sangue in bocca[…] mi sono ficcata in bocca quella massa cruda e rossa, l’ho sentita premere contro le gengive e il palato.” Ecco l’inizio della fine

La rinuncia della “carne” corrisponde ad un rifiuto della violenza e ad un rafforzamento dell’identità di Yeong-hye. Dicendo no alla carne, si impone come presenza che rifiuta. Questo, anzitutto sconvolge l’esistenza del gretto marito, abituato al rituale della donna servile e obbediente, e poi quella del padre, perfetta incarnazione del padre padrone uso alla violenza e alla sopraffazione. Saranno loro le prime vittime di questa “donna in rivolta” che usa il cibo come strumento di emancipazione e di manipolazione del proprio corpo. Sempre più magra ed emaciata, comincia via via ad assumere sembianze non umane: la “vegetalizzazione” è quasi completa.

Il percorso di liberazione parte dalle sovrastrutture – essere madre, donna, culturalmente connotata, socialmente accettabile-. Poi passa al corpo, non più carne, non più sangue, non più “persona”, ma soltanto pianta bisognosa di acqua e ossigeno. Il desiderio, quello di ancorarsi al bosco, alla natura, alle foglie lambite dai raggi del sole, è più violento di quanto possa sembrare. Con la sua prepotente vitalità, desidera ardentemente piantare le sue radici alla terra, diventare simbolo forte di una essenza imperturbabile, più forte dello stesso istinto di sopravvivenza. Un femminino che riemerge dalle maglie di una cultura patriarcale:

In quale altra dimensione può essere passata l’anima di Yeong-hye, dopo essersi scrollata di dosso la sua carne come un serpente che cambia la pelle? Aveva scambiato il pavimento di cemento dell’ospedale per la soffice terra dei boschi?  il suo corpo si era trasformato in un tronco robusto, con bianche radici che le spuntavano dalle mani e si ancoravano al suolo nero? Le sue gambe si erano allungate in alto, verso il cielo, mentre le braccia spingevano fino al nucleo stesso della Terra, con la schiena rigida e tesa a sostenere quella duplice crescita?

La donna- albero, è diventata un essere ad una dimensione esente da ogni responsabilità, da ogni peccato. In questo processo di “scarnificazione”, sono i “carnivori”, ad essere costretti a ripensarsi: gli sguardi maschili su di lei, quelli che l’hanno narrata nel romanzo, di colpo scompaiono, sopraffatti e storditi. Non potendo più esercitare il loro controllo, si ritrovano come anime marce, che non hanno saputo o voluto intravedere l’abisso tanto speciale di questa donna, non hanno ceduto, come dice il marito “alla tentazione di guardarsi dentro”.  Di fronte ad un albero, le vuote maschere dei suoi “cari” sono costretti a prendere atto di un mistero che sanno soltanto definire “follia”. Di fronte ad una albero, invece,  ci si dovrebbe invece inchinare, o pregare, o meditare.

Nuove letture

Stato

Ho scelto due nuove letture da recensire, una per la rubrica cibo e e letteratura, l’altra per slowbook: Figlie sagge di Angela Carter (Fazi 2016) e La vegetariana di Han Kang (Adelphi 2016). Le ho scelte per motivi diversi anche se ritengo che entrambi i romanzi facciano parte di un sentire comune: sono scritti da donne e sono romanzi potenti, per motivi estremamente diversi. Provengono da regioni del mondo e da latitudini culturali opposte. Per questo, sarà un piacere viaggiare con loro.

img_20161017_132124 A presto

#fame 2- Knut Hamsun

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Questa è la storia travolgente di un giovane che sia aggira affamato per le strade di Christania. È un giornalista, aspirante scrittore, in perenne ricerca di una stabilità economica, o, meglio, del necessario per vivere. La sua spina nel fianco è la fame, una fame nera, crudele che gli infiamma lo stomaco e lo costringe a vagabondare come un matto alla ricerca di espedienti per racimolare qualche corona. Perennemente digiuno, soffre di allucinazioni, stati febbrili,  o si perde in fantasie corroboranti come quelle della sua amata Ylajali,,una principessa di un regno opulento e misterioso che lo coccola e lo trascina nel benessere.

 Tutto questo accade mentre girovaga tra le strade di questa città fredda, anzi gelata, che gli offre riparo per le sue notti improvvisate, per i suoi risvegli su giacigli di fortuna, sempre affamato come un cane rabbioso. Sognando cibi mai gustati e contratti editoriali mai firmati, questo giovane scrittore tocca il fondo dell’abiezione e dell’autoumiliazione, impegnando tutto ciò che possiede, persino il panciotto e i bottoni della giacca, in cambio di qualche boccone. Ma il destino sembra remargli costantemente contro: i suoi articoli vengono rifiutati, nessuno è disposto a prestargli un soldo, la fame lo attanaglia fino a farlo quasi morire. Di strada in strada, di vicolo in vicolo, di gente in gente, la vicenda di questo giovane dai nomi inventati si accavalla in un crescendo di situazioni paradossali e avvilenti. Fino a quando, in un tragico frangente, si ritrova in un angolo buio della città a rosicchiare come un animale un osso avvolto da brandelli di carne, dono di un macellaio.

La salvezza, apparente, gli viene da una ragazza che lo accoglie con cuna curiosità mista a paura, in casa. Lui confessa, le dice della sua fame, delle sue cicatrici dell’anima. Ma questo idillio svanisce nei vapori della sue fantasie da affamato cronico. Le ultime fatiche letterarie non gli danno la fama sperata.  E’ ormai solo questione di attendere l’ennesima disgrazia, il gioco sinistro del destino, forse quello esiziale. Ma è il mare gelato del Nord a dargli, forse, l’ultima occasione della vita. Un barcone russo, si trova ormeggiato nel porto, sembra quasi attenderlo. Chiede asilo, si offre come mozzo, tuttofare e parte per una nuova avventura. Il tempo di sognare la nuova vita e già le luci di Christania sono lontane.

Personaggio inquieto e meravigliosamente tratteggiato da Hamsun in questo romanzo, lo scrittore di Christania è figlio di tutti quei camminatori che a vario titolo animarono la vita della nascente moderna metropoli tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Ma la distanza tra questi e  “l’uomo della folla”, di Poe o il flâneur per eccellenza,quello di Baudelaire, è notevole. Distante anche dall’analisi di Benjamin, e dalla fantasmagoria della città mercificata. L’uomo di Christania è davvero singolare. La sua essenza appartiene a tutt’altra latitudine rispetto a quella della tradizione cui, bene o male, appartiene. È nordico nell’anima, nell’aspetto, nelle movenze. E per questo puo’ lambire lo spessore del folle camminatore della strade pietroburghesi, cioè il Raskol’nikov di Delitto e Castigo.

Parecchie le analogie: il travaglio interiore, gli stati febbrili,  la spasmodica voglia di emergere in società, la ristrettezza economica, il rapporto viscerale con la città. Ma li separa la coscienza, o meglio il salto di coscienza che il personaggio dostevskiano attua in nome di un titanismo rovinoso che gli fa rinnegare il mondo e compiere l’atto delittuoso.

Il giovane norvegese rimane  invece ancorato ad una morale cristallina, quasi kantiana del “dover essere”. Il senso di colpa lo attanaglia insieme a quello della fame, compagna perenne delle sue avventure, ogni qual volta sente di non avere meritato una ricompensa gratuita dalla vita. Se riceve una corona in elemosina, un prestito inaspettato, è il dramma: non può averli, sono il simbolo della sua abiezione. Ma il ritratto della fame è quanto di più crudo possa essere stato scritto sull’argomento:

Avevo una fame atroce. Avevo tanta fame che non sapevo dove battere la testa. Mi torcevo sulla panchina e premevo le ginocchia contro il petto. Quando fu buio mi trascinai fino al Municipio. Dio solo sa come vi potei giungere.  Là sedetti su una ringhiera della scalinata. Mi strappai  una tasca dalla giacca , me la ficcai in bocca  e mi misi a masticare, ma senza pensarci, aggrottando la fronte: i miei occhi guardavano nel vuoto senza vedere. Intorno c’erano alcuni ragazzi che giocavano. Li udivo come attraverso una nebbia, e cosi udivo i passanti. Ma non pensavo a nulla, non vedevo nulla, non udivo nulla.

È la fame la cifra di questo personaggio. Un flâneur, sì, ma affamato, perdente, un tipo sociale che emerge dalla folla non per isolarsi e osservare, ma che è costretto a girovagare per dare sfogo ai deliri del digiuno. La fame e il cibo, poco presente se non in quei pochi momenti di fortuna, sono i poli dialettici di un esistenza che a stento riesce ad imporsi nella realtà urbana in continua trasformazione, primo stadio di quella solitudine esistenziale che caratterizzerà i personaggi del  primo Novecento, dispersi nella massa brulicante o chiusi nella loro torre d’avorio. E la stessa città di Chrsitania cos’altro è, con i suoi rapaci speculatori, le affittuarie in nero, i carretti della roba pignorata agli insolventi, se non la tipica città già segnata dalle contraddizioni di un capitalismo in ascesa?

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 Ma il giovane resiste e contrasta. La forza di questo personaggio è la sua umanità comune, il suo dramma di rimanere un anonimo scribacchino con le suole delle scarpe scollate e in bocca un truciolo di legno per non sentire i morsi della fame. Un’ umanità della porta accanto, vicina a qualsiasi affamato della terra in una grande città, con gli amici che gli voltano le spalle e il datore di lavoro che non vuole più assumerlo. E se il “grande” Raskol’nikov ha ucciso una povera usuraia, lui rimane dentro di sé, nelle sue follie mentali, con i suoi funambolismi, ossessioni, pur di non commettere un atto che lo allontani dalla sua umanità semplice. Il suo castigo interiore è quello di tutti i poveri cristi del mondo che hanno la dignità di non rubare, di non svendersi e non macchiarsi pur di sopravvivere. Non abdicare al gesto animale, alla furia degli istinti, a costo di auto fustigarsi:

la coscienza di essere una persona onesta mi montava la testa e mi dava una sensazione beata: la sensazione di essere un uomo di carattere, un faro bianco e luminoso in mezzo a una marea spregevole di relitti umani.

Con una prosa velocissima e una capacità di far camminare il suo personaggio insieme alle sue parole, il libro di Knut Hamsun, che usci’ nel 1890, è forse il romanzo più originale sul crinale tra i due secoli. Un classico vero e cioè, “moderno”.

 Lo consiglio a chiunque voglia essere messo alla prova da un pugno nello stomaco costretto a condividere attimi di lotta per la fame, per il successo, e in definitiva per la vita.

Knut Hamsun-  Fame-  trad. italiana di  Ervino pocar –  1974 Adelphi edizioni-