Vi racconto di Lemma Press

 

Mi sono imbattuta nel mondo della casa editrice  Lemma press un paio di anni fa e ho subito avuto la sensazione di entrare in un luogo votato alla bellezza. Te ne accorgi dai titoli, dallo stile, dall’approccio essenziale, professionale. Ne ho avuto conferma dal suo ideatore, Nicola Baudo con il quale ho avuto piacere di chiacchierare qualche giorno fa.

L’idea di fondo di Lemma nasce da una scintilla “filosofica”: una parola kantiana che indica la conclusione di un ragionamento e l’inizio di un altro. Da questa suggestione filosofica nasce l’idea del processo, della partenza e della ripartenza,  all’insegna della rigenerazione; un messaggio che mai come oggi appare attuale e fecondo.  L’ideatore è infatti filosofo, ha vissuto tra la Francia e l’Italia e ha avviato l’avventura con Lemma Press nel 2015.

Il Fondatore di Lemma Press, Nicola Baudo

Ed è proprio da Platone che partiamo per ricostruire il “concept” della casa editrice e della sua offerta culturale:  la semplicità e accessibilità delle opere platoniche, a fronte della densità filosofica del contenuto  – e vengono fuori quelle straordianrie pagine del Simposio – come chiavi di lettura del progetto.  I classici sono opere senza tempo che riescono a sopravvivere alle mode, alle tendenze letteraie e  a rivolgere sempre una parola al presente. Gli autori di Lemma press sono infatti autori classici o che posseggono l’ossatura dei classici.

Creare libri di qualità ma dialoganti con un pubblico ampio e diversificato è l’obiettivo della casa: le collane sono state pensate come contenitori piuttosto che secondo un criterio tematico. I generi in catalogo comprendono sia romanzi che saggistica, racconti brevi, opere teatrali, tutti stampati in carta ecologica di altissima qualità.

 

 

Tra i numerosi titoli si ha l’imbarazzo della scelta, ma mi piace segnalare  Cioran di Bernd Mattheus, un ritratto inedito del grande scrittore, Strannik di Macjei Belawskij  che indaga il percorso spriturale dello strannik protagonista dei Racconti di un pellegrino russo,  La selva oscura di Gianni Vacchelli,  che ho avuto il piacere di intervistare, (La selva oscura. Dante secondo Gianni Vacchelli)  autore di un saggio che fa emergere nuove e interessanti prospettive  ermeneutiche  della Divina Commedia o il prezioso  Il sipario era alzato, testimonianze di vario genere, dalle lettere agli appunti, raccolte per la prima volta in unico volume che disvela la profonda impronta della vita di palcoscenico sull’immaginario di Charles Baudelaire.

Un saggio di cui mi sono perdutamente innamorata e che per me rappresenta il fiore all’occhiello del catalogo è Calligrafie di Konstantin Baršt, un’opera unica nella storia dell’editoria: i taccuini di Dostoevskij, in parte inediti assoluti, riprodotti per la prima volta in dimensioni originali e con totale fedeltà cromatica. Oltre 200 illustrazioni, 150 manoscritti dell’autore ricoperti da ritratti, architetture “gotiche”, arabeschi e prove calligrafiche, presentati da Konstantin Baršt, il loro più autorevole studioso. Basterebbe questo testo, che per russisti e slavisti costituisce una perla assoluta e che grazie a Lemma press è oggi possibile leggere in italiano, a fare di questo catalogo uno scrigno di preziosità assolute.

 

 

 

Il libro “in sospeso”

A proposito di un libro concepito durante la quarantena, che sta per uscire e che ha dovuto adattarsi alle misure restrittive, Nicola Baudo mi parla di un testo davvero “gustoso” : DICIOTTO ORE CON UN MOCCIOSO di Talbot Baines Reed a cura di John Meddemmen, due racconti di un autore inglese vissuto in epoca vittoriana.  Essi rientrano nel novero della letteratura per l’infanzia, ma senza possedere l’ impacatura moralistica rigida tipica di quell’epoca: il resoconto di un viaggio di un adolescente in treno con tutti gli imprevsiti del caso e il taccuino di viaggio di una scalata di montagna, una sorta di ‘pillola’ del grande romanzo di formazione. L’aspetto interessante è che la narrazione si svolge in prima persona e ciò conferisce un ritmo e una freschezza che sono determinanti nel restituire la visione dei protagonisti, i ragazzi alle prese con le avventure della vita, i dubbi, gli sbagli, le scelte. Lo stile, squisitamente british rende queste letture davvero appetibili e adatte a un pubblico variegato. Il libro è di prossima pubblicazione. Di seguito un estratto:

Mi rende troppo nostalgico ricordare cose come Qui nella grotta amena o Zefiri gentili, soffiate, soffiate. Mi viene in mente che, da quando sono arrivato qui, il vento è calato. Peccato! Mi teneva compagnia quando lo sentivo tutt’intorno. Ora c’è un tale silenzio che ti fa rabbrividire. In effetti, si dice che le cime delle montagne siano frequentate da spiriti. Lo Scarfell Pike lo è di sicuro e lo spettro sono io.

 

Bovarismi contemporanei (effetti collaterali della rilettura di Flaubert)

DIstrazione

Siamo tutti dentro, bambini adulti, animali, oggetti. Compressi in questa cosa mostruosa e poetica che si chiama casa. Viaggiano in rete satire sul matrimonio, discorsi che ribaltano la dimensione idilliaca in una perversa e tortuosa prigionia a due, dove le idiosincrasie si esasperano e si reclama uno spazio proprio.
Sarà questo il banco di prova di ogni solida unione contratta secondo i crismi? (a ciascuno il proprio rituale). Finchè Covid non vi separi, chioserebbe il buontempone di turno.


Con un volo di fantasia (che in questi giorni galoppa come i selvaggi cavalli delle steppe asiatiche) ho pensato all’eroina più rappresentativa della crisi matrimoniale: Emma Bovary, anzi Emma Roualt in Bovary , se permettete.
Ma non l’ho pensata come ce la tratteggia quel genio di Flaubert, fedifraga in libertà, l’ho immaginata chiusa in quarantena con suo marito Charles o se preferite più prosaicamente, CARLO. Beh, allora mi sono resa conto, con chiarezza, che lo scrittore avevano già iniziato a creare questi cortocircuiti matrimoniali senza fare ricorso all’immaginario di claustrofobia che in questi due mesi ha caratterizzato tutte le narrazioni del quotidiano.


Non servivano dei decreti, un periodo di isolamento prescrittivo. Perché il dramma della rottura dell’ idillio familiare, vera spina nel fianco del romanzo borghese e realista, si era già consumato all’interno della casa e delle sue abitudini ossessive, negli oggetti dell’altro, nei gesti ripetuti, ordinari, nei rumori molesti. E’ durante la cena, tipico rituale di condivisione matrimoniale che Emma incomincia a destestare il marito:

𝑀𝑎 𝑒𝑟𝑎 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎𝑡𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑎𝑙𝑙’𝑜𝑟𝑎 𝑑𝑒𝑖 𝑝𝑎𝑠𝑡𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑒𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑛𝑒 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑣𝑎 𝑝𝑖𝑢̀, 𝑖𝑛 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑡𝑎𝑛𝑧𝑢𝑐𝑐𝑖𝑎 𝑎 𝑝𝑖𝑎𝑛𝑡𝑒𝑟𝑟𝑒𝑛𝑜, 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑠𝑡𝑢𝑓𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑓𝑎𝑐𝑒𝑣𝑎 𝑓𝑢𝑚𝑜, 𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑖𝑔𝑜𝑙𝑎𝑣𝑎, 𝑖 𝑚𝑢𝑟𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑢𝑑𝑎𝑣𝑎𝑛𝑜, 𝑙𝑒 𝑚𝑎𝑡𝑡𝑜𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑢𝑚𝑖𝑑𝑒; 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑙’𝑎𝑚𝑎𝑟𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑙𝑒 𝑠𝑒𝑚𝑏𝑟𝑎𝑣𝑎 𝑠𝑐𝑜𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎𝑡𝑜 𝑛𝑒𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑝𝑖𝑎𝑡𝑡𝑜, 𝑒 𝑖𝑛𝑠𝑖𝑒𝑚𝑒 𝑐𝑜𝑙 𝑓𝑢𝑚𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑙𝑒𝑠𝑠𝑜, 𝑠𝑎𝑙𝑖𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑎𝑙 𝑓𝑜𝑛𝑑𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑎𝑛𝑖𝑚𝑜 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑒 𝑣𝑎𝑚𝑝𝑎𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝑠𝑓𝑖𝑛𝑖𝑡𝑒𝑧𝑧𝑎. 𝐶𝑎𝑟𝑙𝑜 𝑒𝑟𝑎 𝑙𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑔𝑖𝑎𝑟𝑒 ; 𝑙𝑒𝑖 𝑠𝑔𝑟𝑎𝑛𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖𝑎𝑣𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑐𝑐𝑖𝑜𝑙𝑎, 𝑜𝑝𝑝𝑢𝑟𝑒 𝑎𝑝𝑝𝑜𝑔𝑔𝑖𝑣𝑎 𝑖 𝑔𝑜𝑚𝑖𝑡𝑖, 𝑠𝑖 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑡𝑖𝑣𝑎 𝑎 𝑡𝑟𝑎𝑐𝑐𝑎𝑖𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑝𝑢𝑛𝑡𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑐𝑜𝑙𝑡𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑟𝑖𝑔ℎ𝑒 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑒𝑙𝑎 𝑖𝑛𝑐𝑒𝑟𝑎𝑡𝑎.

Ora, ditemi voi, se tutto l’amaro che c’era in quel piatto non è la quintessenza dell’inizio della fine, il brodo del matrimonio bollito, la scodella dell’ultima cena. Lo è, definitivamente, un piccolo accenno della valanga che si sta per abbattere sui coniugi Bovary.

Ora, se il vostro/a compagno/a di vita sgranocchia nocciole, guarda svogliato la tela incerata mentre compila una adeguata autocertificazione, fateci caso. Buona fase 2

La pelle vede, la pelle sente. A pelle scoperta di Francesca Piovesan

 

 

Pelle Bianca come la cera
Pelle Nera come la sera
Pelle Arancione come il sole. […]

La pelle Gianni Rodari –

Quando ho letto le prime pagine dei racconti di Francesca Piovesan, A pelle scoperta, mi è venuta in mente questa poesia di Gianni Rodari. Una poesia sincera e delicata come tutte le opere di questo autore. Un’anafora, tre colori, tre sensazioni, tre rime in assonanza. Le poesie di Rodari puoi raccontarle ai bambini, agli adulti, puoi conservarle per quando il tempo sarà troppo lontano, perché riproducono i suoni della vita semplice, difficilissima da raccontare senza che tutto si sfilacci sotto il peso dell’ovvietà.

Tale è il mondo dei racconti di questa autrice, classe 1982, che pubblica da esordiente con Arkadia editore nella collana di narrativa  Sidekar.

Un esordio che cita la pelle va letto con un certo riguardo.  La pelle è il primo organo di percezione, il primo contatto col mondo. La questione di pelle attiene a un determinato ordine esperienziale, è anzitutto autentica, vibratile, immediata.  Non c’è un solo orpello nelle vite degli uomini e donne ritratti dall’autrice nei racconti: li incontri al supermercato, al bar, negli autogrill, in qualche angolo di spiaggia o rannicchiati in un angolo della casa a combattere il buio e i fantasmi.

Ogni istante narrato è un fotogramma di vita, uno scatto fotografico in cui ciò che è accaduto ha lasciato un segno sulla pelle. La sensibilità della Piovesan è paragonabile a quella di una fotografa: precisa, dettagliata ma anche consapevole che quell’atto di registrazione ha pur sempre il limite di essere un medium, un mezzo artificiale. Non c’è pertanto pretesa assoluta di oggettività, e non credo che sia questa la cifra, tanto più che gli oggetti sono parte di quel vissuto interiore di cui sembrano “correlativi oggettivi”; dal nulla prendono vita, impregnati di odori e suoni che compongono il quadro in una perfetta armonia tra soggetto osservante e oggetto percepito.

La paura del buio, nel racconto Un lungo respiro  è la metafora di una trasformazione in atto. Invece di farne un dramma psicologico, Piovesan fa in modo che il sentimento scaturisca dalle cose stesse, come sottosposte ad un’azione medianica:

[…] e poi quei rumori oramai non li sentiva quasi più, aveva imparato la lingua della sua casa, l’ascoltava e l’accoglieva: il crepitio delle persiane di plastica nelle notti d’estate, quando gli oggetti riprendono la loro forma dopo la violenza del sole, i piatti degli avanzi che vibravano in frigorifero, le zampe dei pipistrelli che attraversavano le grondaie.

Altrove la forza della scrittura della Piovesan consiste nell’ essere estremamente sensuale, nel  possedere il ritmo agile delle pennellate a tocchi, di impressione:

Non aveva mentito su nulla, non aveva tralasciato nulla, nemmeno il peso del corpo di sua madre che riempiva e tendeva la tela, il vestito a fiori piccoli blu che saliva lungo le cosce, i rilessi bianchi nei capelli scuri. Aveva dipinto il verde forte e scuro dell’edera che si intrecciava al reticolato che aveva costruito suo padre due anni prima e aveva dipinto la donna di suo padre, sua madre, nella maniera più erotica e vera possibile

In questo passaggio il dato cromatico si assesta sulle frequenze emotive anzi le anticipa. In altri casi abbiamo una vera e propria sinestesia, con una partecipazione panica all’azione, dove ogni particolare, (il pixel) pur mantenendosi come tocco a sé stante, si completa nel quadro di insieme:

Yalki e Yari aspettavano sdraiati appena oltre la porta del negozio, probabilmente distinguevano le ore annusando il sole, leccando il pavimento a granelli rossi e neri o guardando i movimenti di Serena, il braccio che si alzava per mostrare una sottoveste, i capelli che venivano raccolti in uno chignon basso e scomposto, le ciocche che le scivolavano lungo il collo umido

In altri ancora, è un colore intriso nel corpo e nella pelle a raccontare la storia intima, fatta di chiaroscuri: Continua a leggere

Vi racconto di Tempesta Editore e del suo libro “in sospeso”

 

 

Tempesta Editore nasce da un‘idea di Chiara Cazzato nel 2011. Inizialmente pensavo a qualcosa di protoromantico o shakespeariano, ma da una simpatica chiacchierata con l’editora o “lady Tora” Chiara, ho appreso che l’origine del nome risale alla dea Tempesta, invocata dai romani per sedare le tempeste. Ma qui si tratta di crearle le tempeste e le piccole rivoluzioni editoriali. Ascoltando la storia di Chiara e della sua casa, si respira passione, dedizione e il desiderio di prendere una posizione all’interno di argomenti delicati come i diritti civili, il ruolo delle donne, della disparità di genere etc.  Un progetto ambizioso e un cammino talvolta in salita come per tutte le case editrici indipendenti, ma che ha portato a risultati ragguardevoli: Chiara mi “apre” le porte della sua casa, e vedo cose che non immaginavo, a prescindere da quelle che già conoscevo e che reputavo interessanti. Tempesta Editore ha un catalogo di tutto rispetto e una sezione dedicata alla saggistica di critica religiosa di altissima qualità e ampia scelta. (Da saggista non nascondo di avere avuto un sussulto di gioia).

Tra i titoli: Roberto Quarta,  Eretici indecenti, uno studio sul tema dell’inquisizione che mette in comparazione le figure di Caravaggio, Pasolini, Bruno,  e Maledetta Eva di Eraldo Giulianelli su tema della misoginia religiosa.

 

Di qualità anche la sezione di narrativa che comprende, tra i molti, autori come Romeo Vernazza, Clara Cerri, Paolo Vanacore, e un misterioso autore che si firma G che ha scritto un romanzo  su un tema molto controverso, l’eutanasia.

Altra sezione molto curata è quella dedicata alla fotografia: tra i pregevoli lavori segnalo quello di un mio conterraneo, Luciano del Castillo che ha dedicato a Cuba la sua raccolta fotografica, nel volume Poesia Escondida

 

Il Libro in sospeso

Ho chiesto a Chiara di parlarmi di un libro che è uscito durante il periodo della quarantena e del momentaneo blocco della macchina editoriale:

Il libro è Bambine in guerra, a cura di Luana Valle e Luca Dore,  una sorta di reportage che raccoglie le voci di donne che ai tempi della Seconda guerra mondiale furono bambine e che regalano delle testimonianze preziose, le ultime probabilmente che potremo sentire dalla voce dei testimoni diretti di questa pagina di storia.  Dice Luana Valle nella prefazione:

Presto non ci saranno più testimoni diretti, non ci sarà più nessuno a raccontare e proprio per questo motivo ho voluto scriverle queste storie, per non dimenticare, per mantenere vivi questi ricordi e accesa la memoria. Perché ho raccolto solo storie di donne? Perché penso che ce ne sia più bisogno. Storici e storiografi sono sempre stati uomini, almeno fino a pochi anni fa, e di ragazzi e uomini si è scritto molto, soldati e partigiani hanno riempito le pagine di molti libri, le bambine no. Diciamo che questo libro tratta un altro punto di vista. E poi a me piace la storia dal basso, piace sapere come viveva la gente comune, come si tirava avanti durante il conflitto, come ci si procurava il cibo, come era la vita di tutti i giorni, come se la cavavano le donne, che fino a quel momento avevano fatto solo le madri e le mogli, diventate improvvisamente capifamiglia mentre i mariti erano al fronte.

Un libro decisamente intenso e che va menzionato non solo per il suo valore documentario ma perché ci parla delle microstorie, vicende del quotidiano che un certo tipo di storiografia – che ha un suo storico fondatore in Ginzburg –  ha sempre valorizzato e che ultimamente stanno trovando anche spazio nelle realtà editoriali indipendenti. Un libro che ha anche notevoli potenzialità didattiche, che affiancato al classico manuale potrebbe essere un valido compendio per studiare la storia da una differente angolazione. Lo consiglio caldamente.

 

 

 

 

Dieci di dieci: una breve rassegna sulla letteratura russa contemporanea

 

 

 

Nella sterminata produzione della narrativa russa contemporanea, non è stato facile fare una selezione e scegliere i dieci che personalmente mi sembrano i romanzi più interessanti. A rigor del vero, ci sono due imboscati, due testi di autori vissuti tra ottocento e novecento che ho citato perché sono degli importanti precursori di certi stilemi della letteratura più vicina a noi e importanti autori di snodo tra la letteratura russa più tradizionale e quella contemporanea. Per il momento mi limiterò a parlarvi dei primi 5 (i titoli si riferiscono ai romanzi editi in traduzione italiana) :

  1. MOSKA PETUVSKI’ di  Venedikt Erofeev
  2. MARANAGA di Vladimir Sorokin
  3. PALISSANDREIDE di Saša Sokolov
  4. PROPAGANDA MONUMENTALE di Vladimir Vojinovic
  5. IL BIGLIETTO STELLATO di Vasilij Aksënov

Va fatta una doverosa premessa: l’era postsovietica, da un punto di vista dell’estetica, è stata caratterizzata dall’eclettismo e dall’etichetta di postmodernismo. Tale tendenza si può sintetizzare nella volontà di utilizzare uno stile ibrido tra ironia, grottesco, apocalittico, visionario. Insomma, un impasto che è forse espressione di quel delicato passaggio tra due mondi in contrapposizione, di un passaggio traumatico ed epocale che ha segnato generazioni di artisti e scrittori.

 

Il primo libro, che consiglio vivamente è Moska – Petuškì di Venedikt Erofeev (Quodlibet 2014) un “poema in prosa” originale, visionario.

 Pubblicato per la prima volta in Israele nel 1973, e divulgato inizialmente come samizdat, il romanzo oggi è leggibile in italiano nella traduzione di Paolo Nori. La vicenda si svolge all’interno di un treno che percorre la tratta da Mosca a Petuskiì. Il protagonista Vanicka, in preda di fumi dell’alcool intraprende un percorso torbido, dove l’ubriachezza rappresenta sia una piaga sociale che un escamotage per rappresentare un mondo alla deriva, sopraffatto dall’ideologia del regime.  In questo viaggio fisico e visionario, Petuškì rappresenta l’utopia della citta perfetta, dove si vagheggia la resurrezione, desiderio inconscio e  inconsistente come un sogno di ubriaco.  Lo stile incarna la mistura tra tragico grottesco e comico tipica della corrente postmodernista russa anche se permane quel senso dicotomico tra male e bene che è un retaggio del romanzo tradizionale.

Altro rappresentante del postmodernismo più maturo che ha preso campo soprattutto dagli anni ‘90 in poi è Vladimir Sorokin. Continua a leggere

Premio Strega 2020

 

 

Sono cinquantaquattro i libri proposti dagli Amici della domenica per la LXXIV edizione del Premio Strega, il riconoscimento letterario promosso da Fondazione Maria e Goffredo Bellonci e Liquore Strega con il contributo di Camera di Commercio di Roma, in collaborazione con Bper Banca, sponsor tecnico Ibs.it.

Spetta ora al Comitato direttivo del premio – composto da Pietro Abate, Valeria Della Valle, Giuseppe D’Avino, Ernesto Ferrero, Alberto Foschini, Paolo Giordano, Helena Janeczek, Melania G. Mazzucco, Gabriele Pedullà, Stefano Petrocchi, Marino Sinibaldi e Giovanni Solimine – scegliere i dodici titoli che si disputeranno l’edizione 2020, sia tenendo conto delle proposte degli Amici, sia sulla base di valutazioni proprie che potranno eventualmente integrare la lista iniziale.

I dodici candidati saranno annunciati domenica 15 marzo, alle ore 12.30, nell’incontro che avrà luogo nella Sala Ospiti dell’Auditorium Parco della Musica, durante Libri come. Festa del Libro e della Lettura, a Roma.

Interverranno Giuseppe D’Avino, Presidente di Strega Alberti Benevento, Valeria Della Valle, Presidente del Comitato scientifico della Fondazione Bellonci, Melania G. Mazzucco, Presidente del Comitato direttivo del Premio Strega e Giovanni Solimine, Presidente della Fondazione Bellonci. Coordinerà l’incontro Stefano Petrocchi, Direttore della Fondazione Bellonci.

I libri candidati saranno letti e votati da una giuria composta dai 400 Amici della domenica, ai quali si aggiungono 200 voti espressi da studiosi, traduttori e intellettuali italiani e stranieri selezionati da 20 Istituti italiani di cultura all’estero, 40 lettori forti selezionati da 20 librerie indipendenti distribuite in tutta Italia, 20 voti collettivi espressi da scuole, università e 15 circoli di lettura presso le Biblioteche di Roma, per un totale di 660 aventi diritto.

I finalisti saranno annunciati martedì 9 giugno al termine della prima votazione. La proclamazione del vincitore avverrà giovedì 2 luglio 2020.

 

L’elenco dei cinquantaquattro libri segnalati: Continua a leggere

Chi guarda chi? Una piccola riflessione su “Las meninas” di Velasquez

velasquez

Uno dei quadri più importanti e ricchi di implicazioni e simbolismo della storia dell’arte moderna, è Las meniñas di Velasquez, del 1656.
 
Seguendo una linea che a me piace chiamare, della “perspicuità”, la pittura olandese del 600 è sempre stata accostata al realismo dettagliato e vivido, basti pensare a Vermeer, Van Dyck, alle loro luci precise, diurne. Vedere meglio, ma vedere anche oltre, i quadri di questi pittori ci catapultano non solo nel doppio della realtà come la vediamo, restituendo una copia che fa a gara con il reale, ma ci rendono pienamente partecipi dell’esperienza visiva, dell’esperienza della rappresentazione e della composizione dell’opera d’arte. Con Velasquez e Las meniñas questo processo giunge al culmine: siamo parte del quado che ritrae le giovani eredi del trono di Spagna. Come riesce a fare ciò ce lo spiega bene Foucault in una celebre lettura acuta del quadro.
Anzitutto ci invita a guardare agli attori che campeggiano in prima linea nel quadro: al centro è l’infanta Margherita, erede al trono di Spagna. Il palcoscenico sembrerebbe suo, ma è soltanto una fugace impressione. A lato le comprimarie della piccola, col loro seguito di pose e un cane che dorme beato.
A lato il pittore, che guarda. Chi per l’esattezza? Il re Filippo IV e la regina che si specchiano e si mostrano a dal riflesso? In questo momento, dice Foucault, egli esce dal quadro e dialoga con noi spettatori che lo guardiamo. Si apre il primo squarcio tra visibile e invisibile. Siamo già parte della rappresentazione del quadro. E anche il pittore, figura solitamente anonima una presenza assente per così dire, trova il suo spazio e la sua parola. Ma aggiunge, siamo veduti o in atto di vedere, soggetti o oggetti della rappresentazione? La presenza del cortigiano Josè Nieto, sullo sfondo mi sembra essere il vero punto di fuga della composizione. Nella rappresentazione del potere, e nel gioco degli sguardi multipli, Velasquez sembra darci la possibilità di uscire da questa parata. Mi sembra suggerire, “se volete uscire ecco pure la porta, se rimanete qui, viceversa, sappiate che il potere ha sempre lo sguardo altrui come alimento e mai potrà essere diversamente. Noi spettatori alimentiamo la corte e i suoi rituali. E lo specchio, vero protagonista e strumento della duplicazione semantica, è quasi dimenticato in un angolo. Come nell’altro celebre e magnifico quadro dei coniugi Arnolfini di Jan Van Eyck,  sicuro modello del Velasquez.
 
Vale la pena ricordare la citazione sotto forma di ecfrasi inventata che fa Sciascia nel finale del romanzo Il contesto del 1971. Rogas , il commissario e Amar vengono trovati uccisi in due sale adiacenti della Galleria Nazionale, l’uno sotto «il quadro della Madonna della Catena di ignoto fiorentino del quattrocento», l’altro «sotto il famoso ritratto di Lazaro Cardenas del Velasques» In realtà questi quadri non esistono e il nome di Lazaro è quello di un rivoluzionario messicano. Ma il riferimento al pittore dei re è emblematico: prefigura la morte degli ideali in nome della rivoluzione che poi diventa immobilismo. E aggiungo, nel contesto, “Il travestimento comico di un’opera seria”, la grande riflessione sul potere si dipana nei mille rivoli della pusillanimità e dell’omertà, delle minacce velate, delle finte risate, delle smorfie consapevoli, in in tutta quella fisiognomica dello sguardo che tanto ricorda l’arte di Vealsquez.  E poi, come non ricordare Innocenzio X di Francis Bacon? Ma qui si apre un altro denso capitolo. Alla prossima.
 
#pilloledarte

Cristina Caloni- La mia stagione è il buio-

 

ll romanzo di esordio di Cristina Caloni La mia stagione è il buio, (Castelvecchi 2017) è una creatura eccentrica e a me piacciono le creature così fatte. Sfugge a definizioni di genere, sebbene di primo acchito la fisionomia più calzante sia quella del romanzo del doppio, doppelgänger. Tuttavia gli eccentrici rifuggono dalle categorie, si sa. E in questo romanzo si affastellano influenze e ispirazioni che attingono da più di un genere letterario.

Se dovessi immaginare uno scenario cromatico per esprimere compiutamente l’atmosfera generale, questo sarebbe la penombra che di fatto non è un colore, ma uno stato di luce impastata con il nero. Del resto, il buio totale non è  visibile,  è solo  sottrazione di luce, e i pittori hanno sempre aggiunto qualche nota d’oro per rendere il buio visibile.

Allo stesso modo il buio di Caloni è uno stato psichico, che si conosce perché ricreato artificialmente attraverso parole, suggestioni musicali, frammenti di film, visioni efferate, lascive, tormenti interiori.

 

Un’altra atmosfera, trasversale ma non secondaria, ricorda la sensualità morbosa dei preraffaelliti, con quel sottofondo acre di gigli putrescenti, visi angelici e inquietanti come quello del protagonista Giuliano, Julian Tartari musicista dal passato glorioso, crooner jazzista frequentatore assiduo di un locale di nome Margot, in cui all’insegna della triade sesso droga e musica trascorre i migliori anni della sua vita.

L’esordio  è smaccatamente pirandelliano:  si parte dall’epitaffio in morte di Julian raccontato da Julian stesso: Continua a leggere

Solaris, isola e memoria : un’intervista di Ivana Margarese a Viola Di Grado

 

 

Comincia a piovere, prima piano, poi forte.Pioggia con tutto il suo odore di cose vissute, l’aria che diventa un gas letale di passato che ritorna, l’alba dei ricordi viventi.

Viola Di Grado, Settanta acrilico trenta lana

Un solco buio in mezzo all’iride, uno sciame nero che freme all’improvviso e poi si spegne. I luoghi, come le persone, o ti riempiono o ti svuotano. Quel posto toglie tutto,proprio tutto, ti lascia solo pezzi d’anima, avanzi di te stesso.

Viola Di Grado, Fuoco al cielo

 

Viola Di Grado- Foto di Nerina Toci-

 

 

Sei nata a Catania e immagino avrai vissuto in Sicilia durante infanzia e adolescenza. Vorrei sapere a questo proposito che significato ha per te essere isolana e perché hai sentito a un certo punto l’esigenza di vivere altrove.

 

Sì credo che nascere e crescere in un’isola ti ponga in una dimensione diversa, di isolamento appunto, di intensità data dal non-passaggio, dalla qualità di chiusura dell’isola. Me ne sono andata perché bisogna sempre andarsene da dove si è nati, poi si può tornare, ma solo dopo aver conosciuto il resto, altrimenti è come la fiaba taoista della rana nel pozzo che ride della tartaruga che le racconta l’oceano. Ho vissuto ogni anno in un luogo diverso. Ho girato il mondo prima per i miei studi e poi grazie ai miei libri. Ma per tutto il tempo, senza rendermene conto, cercavo nell’altrove elementi che appartenevano alla mia isola: la lava, che ho cercato e amato tanto in Islanda e in Nuova Zelanda, i vulcani…Non a caso i miei due luoghi del cuore sono l’Islanda e il Giappone, due isole, entrambe piene di vulcani. Esiste un collegamento profondo, intimo, tra le isole. Jules Verne nel suo viaggio al centro della terra scriveva che si entrava da un vulcano islandese e si usciva da Stromboli. Non potrei non essere nata in un’isola.

 

Ciò che mi colpisce particolarmente nella tua scrittura è l’intensità dello stile accompagnato dalla profondità dei contenuti spesso relativi a temi come isolamento, esclusione marginalità da cui tuttavia riesci a creare un mondo una prospettiva ricca di metafore e creazioni, un non del tutto reale a metà tra poesia e disillusione.

 

Sì, mi interessa molto la condizione di isolamento e di marginalità. La vita interiore risplende quando si esiste in solitudine. In genere mi interessa tutto ciò che non viene sufficientemente illuminato. Diffido di ciò che piace, delle mode…non è vero che ogni cosa è illuminata, molte cose esistono e si spengono al buio: in Fuoco al cielo ho voluto onorare una di queste esistenze, quella di Tamara, che si sprigionano nella solitudine assoluta. Nessuno conosceva la storia di Mayak. E nessuno, a maggior ragione, la storia minuscola di Tamara che adottò un bambino diverso dalle cose del mondo.

 

Spesso nei tuoi libri ritrovo un riferimento molto forte ai colori. Mi piacerebbe una tua riflessione in tal senso.

L’aspetto visivo della scrittura è per me fondamentale. La scrittura non deve essere soffocata dalle parole, al contrario le parole devono essere strumento semi-trasparente di una trasmissione di immagini. La realtà è fatta di immagini, la parola è meravigliosa ma deve sottomettere se stessa (la sua qualità di astrazione, di pensiero puro, cieco) alla realtà.

 

Un altro rimando costante è un rimando ai fiori: fiori che vengono strappati via o calpestati, fiori che vengono tolti dalle tombe per essere portati a casa perché non servono ai morti ma più ai vivi. Ecco come mai questa attenzione verso il mondo floreale?

I fiori mi interessano moltissimo, perché sono creature vive che vengono trattate come oggetti.

Leggere il tuo ultimo romanzo, Fuoco al cielo, mi ha fatto pensare alla filmografia di Andrej Tarkoskij e mi è venuto in mente questo dialogo presente in Solaris:

Kris Kelvin: Una domanda vuol dire sempre desiderio di conoscere, e per conservare le semplici verità umane, ci vogliono i misteri; il mistero della felicità, della morte, dell’amore.

Dottor Snaut: Forse hai ragione, ma cerca di non pensarci.

Kris Kelvin: Pensare a questo è come conoscere il giorno della propria morte. L’impossibilità di sapere questa data ci rende praticamente immortali.

Molti, leggendo Fuoco al cielo hanno pensato a Tarkoskij. Il dialogo che riporti risuona molto in me. Credo profondamente nel mistero. A un certo punto del mio romanzo, Vladimir dice qualcosa tipo “ma capire è il contrario di vivere.”

Un altro regista che mi è venuto in mente leggendo Fuoco al cielo è Lars Von Trier e in particolare Le onde del destino film bellissimo e doloroso in cui si racconta anche di un invischiamento amoroso che conduce alla perdita di sé. Jan il marito di Bess in una delle scene del film dice : Che enorme potere l’amore, vero? Se morirò sarà perché l’amore non ce l’ha fatta a tenermi in vita.

Le onde del destino è un altro film che è venuto in mente a molte persone leggendo Fuoco al cielo. Ne sono felice perché è un film che amo molto. E’ verissimo che ha molte cose in comune con Fuoco al cielo: in entrambi una donna forte e considerata pazza dai più sacrifica tutto per un amore assoluto e terribile, mistico, a cui si può arrivare solo attraverso la perdita di sé, e anche attraverso una comunicazione molto personale e molto dolente con Dio.

 

L’ultima domanda che voglio farti riguarda la speranza . Mi viene in mente quanto Bioy Casares fa dire al naufrago de L’invenzione di Morel a proposito del valore dello sperare: “Forse tutta quest’igiene di non sperare è un po’ ridicola. Non sperare dalla vita, per non rischiarla; considerarsi morto, per non morire. A un tratto tutto questo mi è sembrato un letargo spaventoso, allarmante; voglio che finisca. Mi pare che nei tuoi libri nonostante sofferenza , incomprensioni , solitudini non smetta mai di far capolino la speranza” .

Sì certo, i miei libri sono pieni di speranza disperata, di luce che emerge dal buio, di vita che nasce dal veleno, e di un amore splendido e terribile che divora tutto.

Palermo infelix- una riflessione-

Stato

 

Ci sono due fatti, uno dei quali sovrasta per sproporzione e importanza l’altro. Ma per un caso di debolezza tutta umana, il primo ha assunto una visibilità e un’importanza preponderante.

Il primo fatto ha generato ed è stato sorretto dalla retorica dell’autocompiacimento ed è sfociato nell’ebbrezza collettiva dello slogan “Palermo capitale della cultura”. È evidente la sostanza politica di questo slogan, nel senso che i discorsi si producono sempre dentro una rete di significati e semantiche condivise e questo messaggio prende corpo proprio nel discorso della polis, ma, beninteso, una polis immaginaria, e immaginifica, cioè quella di un presunto  passato glorioso (Palermo fenicia-arabo-normanna e via discorrendo) e di una modernità popolata dal mito dell’autonomia borbonica e quindi sostanzialmente nostalgica e passatista. Sono questi fondamentalmente i discorsi che sorreggono la beatitudine della città premiata.  Niente di male, per carità. Ci si può lecitamente  rifugiare in un’immagine, in una proiezione umbratile della realtà, in un racconto fantastico popolato da monumenti meravigliosi, tempi di convivenze e passati fulgidi, di una belle epoque in bianco e nero. Così lo slogan non ci sembra tanto lontano e immeritato, anzi ci sembra proprio dovuto e bisogna festeggiare.

Poi c’è il secondo fatto: c’è l’homo sacer. Chi è l’homo sacer?

Giorgio Agamben ne ha circoscritto in maniera molto puntuale il senso: nell’antichità l’homo sacer era un individuo che viveva in una terra di mezzo, escluso sia dal diritto umano sia dal diritto divino. Poteva essere ucciso e chi lo uccideva non poteva essere condannato a morte.  Da qui un’ambiguità semantica che ha fatto della parola “sacro” un termine labile e doppio. L’  “uomo sacro” ha vestito le figure del bandito dalla comunità, del diverso, dello straniero, di chi vive per strada diremmo oggi, di un senzatetto. L’uomo sacro non è tale nel senso della sacralità religiosa con la quale si usa di norma il termine, ma è sacro in quanto di lui tutto si può fare e disporre, è un corpo, una “nuda vita” che vive ai margini della città, delle istituzioni e della socialità. Lo si può deridere, violentare, uccidere. Lo si può anche bruciare, sì, bruciare come si fa con un clochard che si ripara dal freddo sotto le coperte di una città fino ad allora tutto sommato tollerante e accogliente. Si puo’ prendere un po’ di benzina e cospargerlo interamente, poi appiccare una fiamma e fuggire come un verme.  E questo puo’ avvenire a Palermo in una tranquilla serata di Marzo. La nuda vita è stata eliminata, e si ritorna alle solite attività quotidiane.  Poi il discorso diviene mediatico, una fiaccolata e tutti si ritorna alle proprie attività. Questa uccisione non ci riguarda, non la vogliamo guardare in faccia per ciò che ci dimostra palesemente: che siamo incapaci di immergerci nel nostro sottosuolo, che ci riguarda esattamente nella stessa misura in cui ci riguarda lo slogan della Palermo felix che siamo pronti a condividere e fare diventare fenomeno virale.  Vogliamo vedere solo  il bello e il buono e il piccolo olocausto non ci riguarda, non farà certo parte della  nostra storia gloriosa. Non è tanto un sacrificio, questo, è solo carne bruciata.