Vi racconto di Lemma Press

 

Mi sono imbattuta nel mondo della casa editrice  Lemma press un paio di anni fa e ho subito avuto la sensazione di entrare in un luogo votato alla bellezza. Te ne accorgi dai titoli, dallo stile, dall’approccio essenziale, professionale. Ne ho avuto conferma dal suo ideatore, Nicola Baudo con il quale ho avuto piacere di chiacchierare qualche giorno fa.

L’idea di fondo di Lemma nasce da una scintilla “filosofica”: una parola kantiana che indica la conclusione di un ragionamento e l’inizio di un altro. Da questa suggestione filosofica nasce l’idea del processo, della partenza e della ripartenza,  all’insegna della rigenerazione; un messaggio che mai come oggi appare attuale e fecondo.  L’ideatore è infatti filosofo, ha vissuto tra la Francia e l’Italia e ha avviato l’avventura con Lemma Press nel 2015.

Il Fondatore di Lemma Press, Nicola Baudo

Ed è proprio da Platone che partiamo per ricostruire il “concept” della casa editrice e della sua offerta culturale:  la semplicità e accessibilità delle opere platoniche, a fronte della densità filosofica del contenuto  – e vengono fuori quelle straordianrie pagine del Simposio – come chiavi di lettura del progetto.  I classici sono opere senza tempo che riescono a sopravvivere alle mode, alle tendenze letteraie e  a rivolgere sempre una parola al presente. Gli autori di Lemma press sono infatti autori classici o che posseggono l’ossatura dei classici.

Creare libri di qualità ma dialoganti con un pubblico ampio e diversificato è l’obiettivo della casa: le collane sono state pensate come contenitori piuttosto che secondo un criterio tematico. I generi in catalogo comprendono sia romanzi che saggistica, racconti brevi, opere teatrali, tutti stampati in carta ecologica di altissima qualità.

 

 

Tra i numerosi titoli si ha l’imbarazzo della scelta, ma mi piace segnalare  Cioran di Bernd Mattheus, un ritratto inedito del grande scrittore, Strannik di Macjei Belawskij  che indaga il percorso spriturale dello strannik protagonista dei Racconti di un pellegrino russo,  La selva oscura di Gianni Vacchelli,  che ho avuto il piacere di intervistare, (La selva oscura. Dante secondo Gianni Vacchelli)  autore di un saggio che fa emergere nuove e interessanti prospettive  ermeneutiche  della Divina Commedia o il prezioso  Il sipario era alzato, testimonianze di vario genere, dalle lettere agli appunti, raccolte per la prima volta in unico volume che disvela la profonda impronta della vita di palcoscenico sull’immaginario di Charles Baudelaire.

Un saggio di cui mi sono perdutamente innamorata e che per me rappresenta il fiore all’occhiello del catalogo è Calligrafie di Konstantin Baršt, un’opera unica nella storia dell’editoria: i taccuini di Dostoevskij, in parte inediti assoluti, riprodotti per la prima volta in dimensioni originali e con totale fedeltà cromatica. Oltre 200 illustrazioni, 150 manoscritti dell’autore ricoperti da ritratti, architetture “gotiche”, arabeschi e prove calligrafiche, presentati da Konstantin Baršt, il loro più autorevole studioso. Basterebbe questo testo, che per russisti e slavisti costituisce una perla assoluta e che grazie a Lemma press è oggi possibile leggere in italiano, a fare di questo catalogo uno scrigno di preziosità assolute.

 

 

 

Il libro “in sospeso”

A proposito di un libro concepito durante la quarantena, che sta per uscire e che ha dovuto adattarsi alle misure restrittive, Nicola Baudo mi parla di un testo davvero “gustoso” : DICIOTTO ORE CON UN MOCCIOSO di Talbot Baines Reed a cura di John Meddemmen, due racconti di un autore inglese vissuto in epoca vittoriana.  Essi rientrano nel novero della letteratura per l’infanzia, ma senza possedere l’ impacatura moralistica rigida tipica di quell’epoca: il resoconto di un viaggio di un adolescente in treno con tutti gli imprevsiti del caso e il taccuino di viaggio di una scalata di montagna, una sorta di ‘pillola’ del grande romanzo di formazione. L’aspetto interessante è che la narrazione si svolge in prima persona e ciò conferisce un ritmo e una freschezza che sono determinanti nel restituire la visione dei protagonisti, i ragazzi alle prese con le avventure della vita, i dubbi, gli sbagli, le scelte. Lo stile, squisitamente british rende queste letture davvero appetibili e adatte a un pubblico variegato. Il libro è di prossima pubblicazione. Di seguito un estratto:

Mi rende troppo nostalgico ricordare cose come Qui nella grotta amena o Zefiri gentili, soffiate, soffiate. Mi viene in mente che, da quando sono arrivato qui, il vento è calato. Peccato! Mi teneva compagnia quando lo sentivo tutt’intorno. Ora c’è un tale silenzio che ti fa rabbrividire. In effetti, si dice che le cime delle montagne siano frequentate da spiriti. Lo Scarfell Pike lo è di sicuro e lo spettro sono io.

 

Ho messo in croce il “crociano”. Intervista al filosofo Francesco Postorino

Ciao Francesco, partiamo da te e dai tuoi studi: l’idealismo, Croce, de Ruggiero, Antoni, Calogero e Capitini. Come si  può confrontare oggi, un pensiero “essenzialista”, che usa un bagaglio concettuale e linguistico che ruota attorno a “idea” “spirito”, “assoluto” con un mondo figlio del decostruzionismo, del palcoscenico virtuale e dell’immagine satura e dittatoriale che ci serve per affrontare la paura dell’assenza, per  dirla con Baudrillard?

  A differenza di alcuni studiosi credo sia possibile azzardare un confronto. Dirò di più. Trovo un fil rouge che tende ad accostare due visioni del mondo opposte: l’idealismo del secolo scorso e i tempi strani di oggi. Non mi riferisco all’intera e variegata famiglia del neoidealismo italiano, ma soltanto allo storicismo immanentistico di Croce. Forse sarò il solo a pensarlo, eppure sono dell’avviso che la sua accanita celebrazione della storia, e in particolare l’idea che tutto sia rinchiuso nell’universo del qui, abbia provocato gravi effetti, molti dei quali si svelano dinanzi ai nostri occhi. Non voglio addossare stupide colpe alla nobile figura di Croce e non mi importa ripetere in proposito frasi da avvocato difensore o da sostituto procuratore; tuttavia, il suo registro speculativo non è immune da un vizio sempre più nitido, che dovrebbe a dir poco preoccupare quei pochi «pazzi» che ancora balbettano la dimensione spirituale dell’uomo.

Quale vizio?

  Il vizietto, appunto, dello storicismo assoluto. Molti mi accusano di essere un utopico, un sognatore e avversario della realtà. Per fortuna posso rifugiarmi in uomini di pensiero e indirizzi di studio che hanno saputo attribuire una sobria importanza alla realtà. Voglio essere più preciso. Quando pensiamo al de Ruggiero maturo – di cui ricordo la seconda edizione de Il ritorno alla ragione, a cura mia e di Francesco Mancuso (Rubbettino 2018)−, o al neogiusnaturalismo di Antoni, alla filosofia personalistica di Calogero, o ancora all’approccio religioso di Capitini, si può osservare una suggestiva tensione tra la storia e l’eterno. Con un occhio, infatti, questi filosofi penetravano nella dura realtà, ma con l’altro non perdevano di vista il vocabolario del Sollen, il profilo dell’essenza, il ‘tu devi’. Questa calda frattura tra il qui e l’altrove non è accettabile da chi, come Croce, non mette in discussione i pilastri dell’hegelismo. Non resta che riconoscere istituzionalmente quell’evento che permette un incontro (senza residui) tra fatti e valori. In questo itinerario, il valore cammina gravemente in simbiosi con ciò che chiamo la «prima vita», il «primo orizzonte», il «primo senso» consumato nello spettacolo variopinto del divenire. Croce insomma ha trovato la verità, ed è il continuo accadimento di una storia gettata.

Trovi quindi un sottile legame tra il suo storicismo assoluto, maturato tra otto-novecento, e ciò che si propone in questa epoca?

 Vorrei provare un ragionamento. Croce crede in dio. Solo che il suo dio non ha il volto di Gesù e neppure quello del tu o della comparsa scoperta a frugare nell’immondizia; ma assume le sembianze del divenire. Il dio di Croce rischia di annullarsi in una storia che non può essere frenata e neppure accarezzata dallo sguardo dell’incontrovertibile, da un autentico Assoluto che, in quanto tale, dovrebbe mantenere un briciolo di trascendenza al fine di non annegare nel Gott ist tot. Ecco perché vedo una piccolissima familiarità con il nichilismo di Nietzsche o con la peculiare ontologia di Heidegger. In entrambe le direzioni, infatti, si chiudono i ponti con l’immensamente altro e si premiano le sirene del nulla. Se lo storicismo crociano giocava in maniera controversa con l’essenza delle quattro categorie e dunque riconosceva, perlomeno sul piano formale, il valore dell’imperituro – le dimensioni dell’arte, della logica, dell’utile e della morale −, adesso è venuto meno anche questo limite. L’immanentismo crociano si traduce in una giostra cinica dove la scimmia di Nietzsche recita il Sì deresponsabilizzante in una «ruota ruotante da sola»; l’eternità spirituale del divenire viene presa in ostaggio dall’«ultimo uomo» che violenta le radici di dio. Il processo è inarrestabile. Così si giunge al virtuale che disorienta sia il reale sia il sovrasensibile. Vi è infatti una distanza siderale tra il cielo platonico dell’Iperuranio e i meccanismi perversi che attualmente abitano «un mondo dietro il mondo». Fin quando si rimane nello scenario della «prima vita», tutto vale il contrario di tutto. La nostra epoca è segnata da una involontaria alleanza tra gli ultimi epigoni di un puro storicismo e i raffinati intellettuali del nichilismo, il cui prodotto è la notte.

Continuando con il tema delle immagini e del loro rapporto con la parola; mi sembra che questo sia il banco di prova su cui si confrontano oggi le discipline umanistiche, il pensiero scientifico e filosofico. Nonostante il proliferare incontrastato di immagini, mi sembra che vi siano ancora delle zone inesplorate che ancora richiedano una analisi e una risposta forse psicologica prima che ancora filosofica. Ti cito tre immagini molto iconiche e rappresentative dei nostri tempi: 1) la celebre foto dell’“hooded man”, 2) l’uomo avvolto nelle fasce dopo la tragica vicenda dell’11 Settembre; 3) la salma del bambino siriano abbandonata sulla spiaggia, dopo l’esodo della popolazionein fuga dalla guerra. Credi che queste immagini ci espongano al disagio di non saper affrontare l’orrore o che vi sia la necessità di affrontare le conseguenze etiche prima che emotive delle immagini con cui ci relazioniamo? Manca, forse, una grammatica e una sintassi per dare un senso a tutto ciò? Continua a leggere