Francesca Marone “Poche rose, tanti baci”.

Poche rose tanti baci è il romanzo di esordio di Francesca Marone, edito da Castelvecchi nel 2017. La trama ruota attorno al controverso rapporto tra una donna e suo padre, ormai malato e in fin di vita. Il pericolo di indulgere a sentimentalismi è altissimo, ma Marone riesce con maestria a mantenersi in un perfetto equilibrio tra il racconto di un dolore passato e le conseguenze inevitabili sul presente. Sullo sfondo, relegato in un letto di ospedale che riproduce una di quelle immagini livide del tardo rinascimento tedesco, è stagliata la figura ingombrante del padre. Un genitore, anzi, tanto è il distacco che si sente respirare in queste pagine e che matura via via che la storia si addentra nei ricordi sbiaditi delle mancanze, delle falle di un uomo egoista, padre assente, marito fedifrago.

Eppure è lui il protagonista, l’agente della storia e il responsabile morale di un rapporto che non è mai decollato e che assomiglia ad un copione recitato con dovizia. All’attrice non protagonista, toccano le rose, surrogato stantio e stereotipato di un amore assente. Lei è Giulia, donna matura, alle prese con un matrimonio finito e un figlio adolescente, con il cuore tachicardico e la voglia di riempire una voragine esistenziale.

Il tentativo di ricostruire l’immagine di un padre perfetto è la compulsione di questa donna che si muove come un’ investigatrice alle calcagna del movente, dell’assassino e delle vittime designate. Le conseguenze del disamore saranno, in qualche modo, inevitabili e letali. Le strade del grande uomo di successo sono lastricate di gente affamata e assetata di tenerezza, una parola che non conosce albergo in questa storia, se non negli sguardi e nei gesti della figlia al capezzale di un corpo morente. Continua a leggere

#fame 1 – Raoul Precht+Kafka

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La fame, una brutta storia. Fame è sempre sinonimo di privazione, astinenza. Solitamente si subisce, meno spesso la si ricerca. Vedere un uomo che sceglie di non mangiare fino a ridursi ad uno scheletro può generare sgomento, oppure un’attenzione morbosa. Questa è  in definitiva la scarna trama del racconto Un digiunatore di  Franz Kafka e del suo “controracconto” Kafka e il digiunatore attraverso cui Raoul Precht (Nutrimenti 2014) si appressa ad indagare le ragioni intime dell’uccisione del principio primo dell’essere umano: nutrirsi.

Partiamo da Precht e dalla sua originale rilettura del racconto kafkiano. Siamo nel 1922, Kafka è in un sanatorio viennese, ridotto allo stremo dalla tubercolosi. Sta male, si lambicca il cervello sul senso dei suoi ultimi giorni, riceve qualche visita. Ciò che caratterizza le sue giornate è un ” digiuno alimentare e comunicativo”. La crisi creativa anzi sembra essere di gran lunga il problema che più lo affligge. Nonostante le cure amorevoli di Dora, la moglie, egli non riesce a rassegnarsi all’idea che la vitalità intellettuale e fisica lo stiano abbandonando. Non riesce a scrivere né a mangiare. E ha dei pesanti rimorsi: quello di non avere abbastanza amato  Dora per come avrebbe meritato questa ventenne più matura della sua età, così vicina a lui, scheletro d’uomo prossimo alla fine.

Così nasce Il digiunatore, in questa atmosfera cupa e dolorosa, sfidando il successo del Castello, grande capolavoro che  rimane incompiuto.  Il racconto è incentrato sulla figura di un digiunatore “professionista”, una figura circense, da freak show che se ne sta in una gabbia ad esporre la sua figura macilenta. Lo spettacolo dura, naturalmente finché il corpo regge alla prolungata inedia e le forze non lo abbandonano. Ma chi è il digiunatore in gabbia? Una figura tanto affascinante quanto misteriosa che ci riporta l cuore di una curiosa passione kafkiana: quella per i digiunatori, appunto.

Nel racconto scopriamo che quest’uomo ha volontariamente scelto la strada del digiuno non perché odi il cibo o perché volesse diventare un fenomeno da baraccone. Prima di esalare il suo ultimo respiro, scomparendo tra la paglia del giaciglio in cui dormiva ci lascia con  delle parole – testamento tipicamente kafkiane:

” non sono mai riuscito a trovare il cibo che mi piacesse. Se l’avessi trovato, credimi, avrei fatto meno storie e mi sarei abbuffato proprio come te e e tutti gli altri”

Questa chiosa che lascia interdetti, è in realtà la chiave di volta dell’architettura del racconto e dell’intero universo kafkiano, se si vuole.  Il digiunatore non  è  un anoressico ma  un ortoressico, per usare una metafora clinica;  uno che cerca ossessivamente il giusto cibo, il cibo ideale.  La  ricerca di una perfezione patologica è alla base di tutta la sua attività; come Precht giustamente sottolinea nel suo controracconto e nel suo saggio in calce, è legata, oltre che all’interesse verso i digiunatori sempre più protagonisti degli spettacoli circensi d’ Europa, alla figura del padre, da cui si sentì sempre intimamente minacciato, specialmente a tavola. (non fu del resto il padre a conficcare una mela nella corazza di Gregor/insetto ne La metamorfosi?)

La quadratura del cerchio: fame sta a scrittura, come digiuno  sta a perfezione;  questi sono i termini di un’equazione perfetta che  sintetizza, come solo i racconti dei grandi scrittori possono fare, i grandi temi affrontati nei romanzi. Non è difficile scorgere in filigrana infatti il tema kafkiano della disintegrazione identitaria,(sono il protagonista o la vittima del mio digiuno?), della fame  implicata nell’idea della creazione (quando creo non scrivo e viceversa).

Cibo e scrittura, emergono in definitiva come elementi polarizzati,  a suggerire una sorta di intima autopunizione, un’ ascesi necessaria al raggiungimento di quella perfezione cui si accennava prima.  Ma come per tutti gli ortoressici, il buon cibo è quasi sempre una chimera.