Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri

Leggendo questo romanzo strutturato in quadri, fotogrammi di vita, mi è balenato in mente un oggetto che tutti possediamo: un album di fotografia del passato, di quelli che ricevono la polvere durante gli anni e che ogni tanto vengono sfogliati con rammarico, malinconia, nostalgia. Per vedere le immagini, devi rimuovere la polvere.

 Rimuovere la polvere è un gesto che ritorna come un filo conduttore in questo romanzo a incastro, che ti conduce a interrogarti sul senso di questa azione.  Mi vine in mente Chiedi alla polvere  di John Fante, e anche io, leggendo, ho chiesto alla polvere cosa volesse dirmi. Forse la polvere non ha risposte ma ha il potere di innescare domande sul tempo, sul passato, sulle cose che passano e lasciano un segno indelebile. In questo modo si comporta la polvere del resto, è residuo quando si smette di vivere, è nuvola quando c’è un’immensa esplosione.

La polvere di Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri ( Edizioni Spartaco 2019) di Daniele Germani  si muove tra questi due estremi: fugacità e permanenza.  In mezzo, quell’accadimento che si chiama vita e che coinvolge un Pazzo, una donna stremata dalla vita e un uomo che vaga alla ricerca del senso. La pazzia, quella cosa che Foucault ha compreso essere un affare ben più complesso della deviazione dalla norma, è trattata con rispetto, con lucidità, ci ricorda che disciplinare la follia è rischioso.

Il Pazzo conduce il lettore in un tour orrifico, spalanca la porta dell’istituto psichiatrico, espone senza filtri le scene di  tortura dei malati  prima della legge Basaglia, gettati nella stanza fredda, tra gli escrementi, abbandonati nelle periferie dell’esistenza.  I pazzi sono fuori, recitava la scritta di un quadro di Bruno Caruso, amato artista siciliano, lo stesso pensiero del Pazzo che spesso ripete come un ritornello : “Chi sono i pazzi?”

La polvere del Pazzo, la polvere della donna e le povere dell’uomo sono il deposito di un’esistenza che vive sulla soglia: il Pazzo costruisce bombe per fare giustizia nel mondo, per detonare le follie dei normali.  Entra in campo un’altra pazzia, forse più corrosiva e ambigua, quella dei presunti sani. Lui sa com’è la vita prima di prima di essere “pazzo”.  Ci sputa in faccia la verità, senza fronzoli:

“Sono finito in Istituto per un motivo particolare. Io sono frocio, omosessuale, pervertito, chiamatemi come vi fa comodo, come vi viene meglio, come vi fa sentire meglio”

In questa storia si legge il dramma di una società che ha stigmatizzato, ostracizzato e ancora prima catalogato l’omosessualità come devianza da punire.  Si sente un’ eco pasoliniana, e più recentemente tondelliana, attraverso cui egli  ci conduce alla radice di questa impasse storica, sociale, antropologica. Ed è qui la storia di un’Italia retriva, e fortemente ancorata alle certezze piccolo borghesi.

“La società non aveva spazio per quelli come me. Per noi non c’erano più treni diretti ai campi di concentramento, ma auto della polizia che ci portavano dritti dritti ai trattamenti sanitari obbligatori […] grazie a questi trattamenti ci hanno spiegato che eravamo malati e che dovevamo essere curati e per un po’ ci abbiamo anche creduto e, in cuor nostro, abbiamo accettato che saremmo potuti guarire: «Tornerete a esser normali» ci dicevano.”

Poi c’è Lei, la donna, fragile, inconsistente come quei pulviscoli leggeri che si trovano negli oggetti di casa perché non hai avuto proprio il tempo per spolverare, perché il tempo fugge e ti divora, senza che tu te ne sia resa quasi conto. Lei ha una dalla  vita “ordinata” ha vissuto come si deve vivere, in quella medietà rassicurante  che ci fa dimenticare l’essenza. Come nel racconto di Joyce – Clay-  tradotto in Italia con Polvere,  questa donna fa i conti con la sua esistenza: tre figli, uno arrivato per sbaglio dopo una notte ubriaca, il lavoro, la fatica, la routine, i pacchi pesanti della spesa e all’improvviso una granello di polvere alzato dal vento che le entra nella testa e scava, scava:

“Cercò di ricordare quando era stata davvero  felice per l’ultima volta. La nascita dei suoi figli? Sì, ma. […]   il mondo si evolveva, lei restava ferma , immobile, fedele al suo personaggio così distante dq quello che immaginava che Satie scrivesse musiche per i giorni di pioggia. Era come il canarino che suo marito aveva comprato a uno dei suoi figli: le faceva pena vederlo in gabbia , per cui un giorno che era sola in casa gli aveva aperto la porticina e lo aveva liberato.”

La sua soglia è quella dell’incompiutezza, del richiamo assordante di una vita non vissuta pienamente,  di quella nota di Satie mai suonata  e dei sogni che spesso vengono sepolti sotto la polvere del dover essere, delle formule costruite dagli altri.  La nota stonata è la sua rovina e la sua salvezza: cercare l’accordo sul piano per cercare l’accordo col passato.

Poi c’è Lui, l’uomo qualunque che si risveglia grazie a un soffio di vento da un torpore che è durato tanto, troppo tempo. I figli, il caffelatte al mattino, la moglie che sembra una sconosciuta. Ingarbugliato tra le maglie della quotidianità, questo uomo è un nuovo pirandelliano che sta facendo i conti con la forma, sempre quella, che blocca e congela. La sua soglia è nel  cortocircuito tra due mondi in contiguità, quello della normalità asfissiante e quello della vera vita che palpita, da qualche parte, tra le onde del mare mai visto:

“Come faccio a eliminare la polvere e i brutti pensieri”? […] Si guardò allo specchio e si sorrise compiaciuto. Era stempiato e la giacca di panno gli cadeva sulle spalle come su quei manichini del grande magazzino. […] Aveva quarant’anni e non era mai stato al mare […]  perché ho fatto, perché non ho mai viaggiato fino a una spiaggia qualsiasi? E com’è fatta una cazzo di spiaggia? Di cosa odora? Ci saranno sassi o solo sabbia? Com’è la sabbia?  E silicio, sì, lo conosco alla perfezione. Dopo l’ossigeno, è per abbondanza l’elemento più presente del pianeta […]”

Bruno Caruso- Punizione-

Un romanzo scritto con uno stile maturo e consapevole, costruito con dei quadri autonomi che si incastrano perfettamente in sfalsamenti temporali, anticipazioni, riprese. Un tentativo ben riuscito di trattare la malattia mentale allargando il campo di azione e di osservazione che non è più solo quello del malato oggetto o del malato soggetto che si racconta – di quello la letteratura del Novecento è stata maestra – ma nella relazione tra questi e la società, le famiglie, gli affetti. Il puzzle è più ampio e articolato: si invocano le responsabilità di chi “non ha capito”, di chi non ha agito in coscienza, di chi ha ignorato.

Il grande tema della guarigione diviene così occasione di una riflessione sulle cure e sulle metodologie terapeutiche, spesso violente e invasive, e soprattutto su quel crinale che la scienza più avanzata non riuscirà mai del tutto a decifrare tra la consapevolezza di essere “malati” e l’inadeguatezza a comunicare il proprio malessere. Una scrittura che si spinge sulle soglie: la malattia dell’anima, spesso si annida nella presunta normalità, nelle vite che scorrono lente, nei bei progetti di vita.

Ed è pure un bel romanzo di odori e profumi, quello delle mandorle amare, che nei gialli preludeva all’assassinio, quello del gelsomino, associato alla perdita, al dissolvimento, e quelle polveri di vario ordine che accompagnano i gesti del nostro esistere e che sono brutti pensieri, ma forse necessari. Un libro da leggere, da cui farsi toccare.

La rivoluzione forse domani- Rosa Mangini-

 

 

di Ivana Rinaldi

La rivoluzione, forse domani, Divergenze 2019 è un libro prezioso per la cura con cui è stato stampato e per molti altri motivi. Il primo: il manoscritto autografo è stato ritrovato dall’editore in un mercato delle pulci in una cartelletta di antica fattura “acquistata per la bellezza dell’oggetto in sé. Aperta e esaminata sul treno mentre rientravo a Milano, ho fatto dietro front per chiedere al rigattiere dove avesse trovato l’oggetto”. (L’editoria non si arrende. Intervista a Pigola di “Divergenze”, Il viandante sul mare di nebbia, 14/11/2018). Avute le informazioni, Fabio Ivan Pigola, ha dato il via alle ricerche: storico, linguistiche e sociali da un lato, e quella più difficile, della biografia dell’autrice, che per molti aspetti rimane ancora un mistero. Questa prima casualità mi ha rimandato al ritrovamento di numerosi scritti di donne, ritrovati per caso su bancarelle sparse per il mondo, divenuti a loro volta libri unici. Il manoscritto vergato a china su fogli di protocollo, datati uno per uno, dal 7 al 16 febbraio 1941, era tra varie dozzine di fogli, rivelatesi prove scolastiche di studenti di ginnasio o di livello superiore, salvato dal tempo e dall’umidità, ci rivela che Rosa Mangini era un’insegnante. Nella cartelletta erano contenuti altri fogli sui erano svolti esercizi di italiano, greco, latino e inglese, la cui firma dopo ogni giudizio era Mangini R. a  fugare ogni dubbio che Rosa fosse un’insegnante, come ci dice Chiara Solerio nella prefazione. Tutte le prove nelle quali la data è leggibile, erano state svolte tra il 1901 e il 1903. Nella cartella, oltre il racconto pubblicato, vi era anche un romanzo andato perso per due terzi. Il mistero sull’autrice si svela attraverso molteplici indizi.

Rosa Mangini.

Rosa è una donna di grande cultura, nata in Prussia, figlia di emigrati della riviera ligure di Levante, che nel 1941 risiedeva tra Costa de’ Nobili e Zenevredo. Nove dei tredici capitoli sono stati scritti “alla Costa” probabilmente in “un luogo caldo e al chiuso, poichè si era a febbraio”. L’autrice conosceva bene i dintorni, il territorio, gli abitanti e i piccoli segreti, e ben sapeva anche dei luoghi limitrofi. Conosceva a fondo anche le realtà “al di là del Po”, quelle col fascino di paesi adagiati su colli ammorbiditi da profili memorabili, colorati da vigne e frutteti (Chiara Solerio).

Dunque Rosa era una donna colta e legata alla sua terra. In un’Italia popolata da donne ancora impegnate nel lavoro contadino, nelle risaie, o nelle manifatture della prima Italia industriale, l’autrice probabilmente nata in una famiglia benestante, ha il privilegio di studiare, conosce il francese tanto bene da interpretare le poesie dei surrealisti, oltre al tedesco, il latino e il greco. Il bagaglio culturale di Mangini si rivela nell’epigrafe dove cita Paul Eluard di La rose publique: “Les hereux dans ce monde font un bruit de fléau”, stampato in Francia nel 1934 e all’epoca sconosciuto in Italia- l’opera di Eluard verrà tradotta dopo molti anni in italiano – così da farci supporre che Rosa ha abitato in Francia, o che avesse rapporti con qualcuno d’Oltralpe. Ad ogni modo, Mangini aveva un’ottima conoscenza del francese e del tedesco: la cartella conteneva oltre al romanzo andato perduto, anche otto pagine in entrambe le lingue, perfettamente padroneggiate. Inoltre l’autrice era mancina, in un’epoca in cui il “difetto” veniva sempre corretto.

Il ritrovamento del manoscritto ha così del “miracoloso”, perché ci permette di riportare alla luce una delle tante figure, nel nostro caso una letterata dimenticata, e restituituirla al cantiere della memoria, particolarmente utile per ricostruire la II Guerra e la resistenza, l’esperienza che meglio riassume la connessione tra pubblico e privato: il conflitto non è solo un fatto di pertinenza dei soldati in divisa, ma è vissuto come rischio e destino comune. Al centro dello scritto, una storia che contribuisce a ricostruire il mosaico della grande Storia. Siamo tra Castel de’ Nobili e Zambredo, due borghi divisi da una fonte di barche tra i salici sul fiume Po, dove la guerra non è arrivata, ma vi sono i Tudesc che circolano,  si respira aria di fascismo con le camicie nere che frequentano le osterie, il conformismo dei più che sceglie il silenzio per paura delle ritorsioni e per “quieto vivere”. Ma c’è anche voglia di cambiamento, due anni prima della Resistenza si sente aria di dissenso, di libertà, di rivoluzione.

“Piegarsi ai fascisti? Mai.”

“Che ci facciamo qui, eh, giochiamo ai cospiratori? Dillo, è solo un gioco per voi? E’ stato solo un gioco?” . “La guerra non è mai un gioco, lo gelò Volpe – uno dei giovani protagonisti del racconto-  e allora io dico repubblica, Repubblica democratica d’Italia. Suona bene eh?”.

“Talmente bene che te la suoni da te”.

“ Io amo la mia terra, sono libero di fantasticare anch’essa libera!” .

“ Tutti quanti sogniamo, replicò Volpe, sogniamo quando abbiamo il pane, e quando ci manca”.

Il breve dialogo riportato è il sunto di ciò che anima alcuni giovani del paese: Michele, il protagonista, il Balussìn, Stalin, il musicista e il più giovane della combriccola, il Paolino “rosso di buccia e di polpa, il Clerici “ dal viso femmineo, anch’egli sedici anni dalla pelle di nebbia e i capelli color castagne, parentado con il podestà della Costa e coi Balossi”, famiglia nota del paese, infine il Volpe, “senatore acculturato del gruppo, iscritto al primo anno di Lettere e Filosofia”.

Tutti però portavano i palmi incalliti dalle vanghe e i travaséi. Al centro, la storia d’amore tra Michele e Melania, “accomunati da nulla”. Lui appartiene a una famiglia di viticoltori di là del Po, lei è figlia di una perpetua, ospite dei Balossi, la famiglia più numerosa di Costa de’ Nobili. A differenza del giovane , Melania è colta, brillante, autonoma nel pensiero, conosce Dante e la storia. Accanto ai due, ci sono le braccia dei contadini, le “gambe dei ragazzi sempre in movimento”, anziani che passano gli ultimi anni tra orti e osterie, pronti a dare le loro residue energie all comunità. Seppure in un’Italia stremata, i giovani credono che ci sia ancora lo spazio per un’evoluzione collettiva, per traguardi più civili, e soprattutto spazio per combattere il pensiero unico del fascismo, rappresentato nel racconto dalle camicie nere che circolano nel paese. La rappresentazione del fascismo è nitida, poiché Rosa Mangini lo conosce alla perfezione. Il malessere si esprime nell’ubriacone che “soffre di esistere” o nella donna che “ha male ai pensieri”. Ma la speranza è ancora viva nei giovani: “la poesia non basta leggerla, devi saperla vivere”, e non puoi che viverla nei sogni e nella realtà, per conquistare un mondo migliore. Per farlo, bisogna contrastare la propaganda fascista e beffare il nemico, con piccole storie di resistenza, ricorrendo alla propoganda clandestina, con l’aiuto di un tipografo complice di Pavia, tanto per far sapere al paese chi sono i fascisti, i traditori, coloro che vogliono vendere le terrre ai Tudesc. “ Stampa o no, la voce si era già sparpagliata da Pietra a Zavattarello e questo perché si vive più forte quando si tiene a vista il nemico, e i vinai non sono gente incline a distrarsi”. C’è desiderio di liberarsi dei fasci, dei tedeschi, del re, e soprattutto di “bella rivoluzione”.

“ E allora morte ai tedeschi e strappate le camicie nere, viva le rosse piuttosto a petto ignudo”.

“ E quella non è rivoluzione? ” Fece notare Stalin. “Macché, è filosofia”.

“ Filosofia?”.

“La nostra. Se domani scoppia la rivoluzione, pure tuo padre prende lo schioppo e tira a camerati.”

“ Se i tedeschi vincono ci mettono sotto, stiamo peggio di prima però viva i tedeschi”.

“E se arrivano i russi e ci mettono sotto, maledetti i tedeschi matti da legare, è tutta colpa vostra, ma viva i russi che ci hanno liberato, tanto noi stiamo peggio di prima”.

“Coi regimi”

“ Oh, forse l’hai capito. Solo con quelli. La rivoluzione col furcon e i travaséi non la fai se c’è il re”.

“Forse lo cacciamo, rinfocolò Stalin”.

“ Sì, forse domani”.

“ Domani no, ma…”.

“E neppure domani l’altro”.

Nel breve dialogo, vi è e il desiderio e il disincanto di questi giovani, che l’autrice ha saputo cogliere, per quello che potrebbe essere, ma non è. La loro forza va oltre la gioventù che per natura li porta al ribellismo, a quella carica rivoluzionaria che si esprime attraverso l’ironia, lo scherzo, lo sberleffo, armi che gli avversari non posseggono, “per loro resistere significa tornare a esistere (re-existere), riaffermare lo slancio vitale sopraffatto da chi domina, inquadra delimita, reprime, e infine conquista l’etica e l’ambiente (Marco Vagnozzi). Tra i protagonisti del racconto vi è infatti la terra:

“La terra è madre, toglie la fame e la sete:le cascine hanno le aie, le stalle, i granai; i palazzi di città non sanno dove mettere i polli, i conigli, i porcelli, dove piantare le zucche, i broccoli. Cosa mangia chi le abita?”.

“In campagna vi è chi rivolta la polenta sul fuoco “ guarda che fumella!” .

“Alla polenta si fa venire la schiena color dell’oro e righe scure di brucio, croccanti, dipende se la fai sulla piana della stufa o del trippiede”. Le città sono invece invase di automobili, fabbriche, edifici .

“E non è bello, replicava Melania al nonno?”.

“ E’ bello se andate a fare una gita, era bello per chi ci andava a lavorare. Ma oggi la città non va alla campagna per per lavorare la terrra, ma per fare le case, e i signori una casa ce l’hanno già, anche due, tre, quattro”.

Il racconto si snoda con la terra che fa da sfondo, sempre presente nella sua bellezza e nel suo legame con chi la abita, come nelle pagine più intense di Pavese. Nelle pagine del racconto, sottolinea Vagnozzi nella postfazione, troviamo così l’idea di un falso progresso che rischia di mangiarsi il mondo  quieto e equilibrato dei piccoli borghi, e rappresentato dal contrasto tra quel mondo e le aree urbane dominate dal cemento e dall’architettura fascista. Un tema che ritroveremo anche in Pasolini. Non si tratta di nostalgia del passato, ma della nostalgia di un luogo naturale, dove gli individui, uomini e donne, giovani e anziani, possano far germogliare e esprimere la loro sensibilità nella più intima comunità sociale.

La lingua di Rosa Mangini è ricca di espressioni popolari, vivaci, semplice, come i protagonisti, sfiora l’”alto” e il “basso” con leggerezza, disinvoltura e sapienza. Predilige il discorso diretto attraverso il quale  dà voce alle sue craeture letterarie e al contempo vivissime. Nelle descrizioni, l’autrice usa  una lingua che ha un  che di aulico senza mai essere retorica.

La rivoluzione forse domani, un bel libro da leggere.

 

Ivana Rinaldi

Laureata in storia, presso la facoltà di Scienze politiche all’Università di Camerino, insegna al Trinity College- Rome Campus.Si dedica da anni alla ricerca storica, con una particolare attenzione alla storia delle donne nell’Italia contemporanea, e ha pubblicato saggi su “Donne e fascismo” e “Donne e resistenza”. Ha collaborato e collabora, oltre che con Leggendaria, con varie riviste: Storia e problemi contemporanei, Società e storia, Differenza donna; LetterateMagazine, Gazzetta filosofica.

Vi racconto di Lemma Press

 

Mi sono imbattuta nel mondo della casa editrice  Lemma press un paio di anni fa e ho subito avuto la sensazione di entrare in un luogo votato alla bellezza. Te ne accorgi dai titoli, dallo stile, dall’approccio essenziale, professionale. Ne ho avuto conferma dal suo ideatore, Nicola Baudo con il quale ho avuto piacere di chiacchierare qualche giorno fa.

L’idea di fondo di Lemma nasce da una scintilla “filosofica”: una parola kantiana che indica la conclusione di un ragionamento e l’inizio di un altro. Da questa suggestione filosofica nasce l’idea del processo, della partenza e della ripartenza,  all’insegna della rigenerazione; un messaggio che mai come oggi appare attuale e fecondo.  L’ideatore è infatti filosofo, ha vissuto tra la Francia e l’Italia e ha avviato l’avventura con Lemma Press nel 2015.

Il Fondatore di Lemma Press, Nicola Baudo

Ed è proprio da Platone che partiamo per ricostruire il “concept” della casa editrice e della sua offerta culturale:  la semplicità e accessibilità delle opere platoniche, a fronte della densità filosofica del contenuto  – e vengono fuori quelle straordianrie pagine del Simposio – come chiavi di lettura del progetto.  I classici sono opere senza tempo che riescono a sopravvivere alle mode, alle tendenze letteraie e  a rivolgere sempre una parola al presente. Gli autori di Lemma press sono infatti autori classici o che posseggono l’ossatura dei classici.

Creare libri di qualità ma dialoganti con un pubblico ampio e diversificato è l’obiettivo della casa: le collane sono state pensate come contenitori piuttosto che secondo un criterio tematico. I generi in catalogo comprendono sia romanzi che saggistica, racconti brevi, opere teatrali, tutti stampati in carta ecologica di altissima qualità.

 

 

Tra i numerosi titoli si ha l’imbarazzo della scelta, ma mi piace segnalare  Cioran di Bernd Mattheus, un ritratto inedito del grande scrittore, Strannik di Macjei Belawskij  che indaga il percorso spriturale dello strannik protagonista dei Racconti di un pellegrino russo,  La selva oscura di Gianni Vacchelli,  che ho avuto il piacere di intervistare, (La selva oscura. Dante secondo Gianni Vacchelli)  autore di un saggio che fa emergere nuove e interessanti prospettive  ermeneutiche  della Divina Commedia o il prezioso  Il sipario era alzato, testimonianze di vario genere, dalle lettere agli appunti, raccolte per la prima volta in unico volume che disvela la profonda impronta della vita di palcoscenico sull’immaginario di Charles Baudelaire.

Un saggio di cui mi sono perdutamente innamorata e che per me rappresenta il fiore all’occhiello del catalogo è Calligrafie di Konstantin Baršt, un’opera unica nella storia dell’editoria: i taccuini di Dostoevskij, in parte inediti assoluti, riprodotti per la prima volta in dimensioni originali e con totale fedeltà cromatica. Oltre 200 illustrazioni, 150 manoscritti dell’autore ricoperti da ritratti, architetture “gotiche”, arabeschi e prove calligrafiche, presentati da Konstantin Baršt, il loro più autorevole studioso. Basterebbe questo testo, che per russisti e slavisti costituisce una perla assoluta e che grazie a Lemma press è oggi possibile leggere in italiano, a fare di questo catalogo uno scrigno di preziosità assolute.

 

 

 

Il libro “in sospeso”

A proposito di un libro concepito durante la quarantena, che sta per uscire e che ha dovuto adattarsi alle misure restrittive, Nicola Baudo mi parla di un testo davvero “gustoso” : DICIOTTO ORE CON UN MOCCIOSO di Talbot Baines Reed a cura di John Meddemmen, due racconti di un autore inglese vissuto in epoca vittoriana.  Essi rientrano nel novero della letteratura per l’infanzia, ma senza possedere l’ impacatura moralistica rigida tipica di quell’epoca: il resoconto di un viaggio di un adolescente in treno con tutti gli imprevsiti del caso e il taccuino di viaggio di una scalata di montagna, una sorta di ‘pillola’ del grande romanzo di formazione. L’aspetto interessante è che la narrazione si svolge in prima persona e ciò conferisce un ritmo e una freschezza che sono determinanti nel restituire la visione dei protagonisti, i ragazzi alle prese con le avventure della vita, i dubbi, gli sbagli, le scelte. Lo stile, squisitamente british rende queste letture davvero appetibili e adatte a un pubblico variegato. Il libro è di prossima pubblicazione. Di seguito un estratto:

Mi rende troppo nostalgico ricordare cose come Qui nella grotta amena o Zefiri gentili, soffiate, soffiate. Mi viene in mente che, da quando sono arrivato qui, il vento è calato. Peccato! Mi teneva compagnia quando lo sentivo tutt’intorno. Ora c’è un tale silenzio che ti fa rabbrividire. In effetti, si dice che le cime delle montagne siano frequentate da spiriti. Lo Scarfell Pike lo è di sicuro e lo spettro sono io.

 

Cristina Caloni- La mia stagione è il buio-

 

ll romanzo di esordio di Cristina Caloni La mia stagione è il buio, (Castelvecchi 2017) è una creatura eccentrica e a me piacciono le creature così fatte. Sfugge a definizioni di genere, sebbene di primo acchito la fisionomia più calzante sia quella del romanzo del doppio, doppelgänger. Tuttavia gli eccentrici rifuggono dalle categorie, si sa. E in questo romanzo si affastellano influenze e ispirazioni che attingono da più di un genere letterario.

Se dovessi immaginare uno scenario cromatico per esprimere compiutamente l’atmosfera generale, questo sarebbe la penombra che di fatto non è un colore, ma uno stato di luce impastata con il nero. Del resto, il buio totale non è  visibile,  è solo  sottrazione di luce, e i pittori hanno sempre aggiunto qualche nota d’oro per rendere il buio visibile.

Allo stesso modo il buio di Caloni è uno stato psichico, che si conosce perché ricreato artificialmente attraverso parole, suggestioni musicali, frammenti di film, visioni efferate, lascive, tormenti interiori.

 

Un’altra atmosfera, trasversale ma non secondaria, ricorda la sensualità morbosa dei preraffaelliti, con quel sottofondo acre di gigli putrescenti, visi angelici e inquietanti come quello del protagonista Giuliano, Julian Tartari musicista dal passato glorioso, crooner jazzista frequentatore assiduo di un locale di nome Margot, in cui all’insegna della triade sesso droga e musica trascorre i migliori anni della sua vita.

L’esordio  è smaccatamente pirandelliano:  si parte dall’epitaffio in morte di Julian raccontato da Julian stesso: Continua a leggere

Kaiser di Marco Patrone

 

Partendo dai massimi sistemi, rinnegando la consuetudine di fare una carrellata sui dettagli, constato che questo romanzo si sviluppa tra le macro categorie del talento e del mestiere. Una storia di aut-aut. Una scelta di vita morale, se vogliamo, furbesca anche.  Prima di iniziare scegli o al limite tiri i dadi: sei per l’uno o per l’altro? Successivamente passi alla seconda domanda:  “Chi è Carlos  Kaiser Henrique?”  È un impasto. Un calciatore brasiliano. Uomo reale, fittizio, maschera allegorica. E il calcio? La cornice ideale del suo dispiegamento alla vita, celebrata dalla frase manifesto:  “Sembra una storia di calcio, ma per come la devi raccontare, per farla uscire dico, gli manca una cosa che le storie di calcio  hanno,devono avere. Devono avere un perdente”.

La contromisura alla consueta esaltazione della figura del calciatore, presente nei vari memoires e biografie prezzolate, nel romanzo di Marco  Patrone  Kaiser,  edito da Arkadia editore nel 2018,  assurge a presa di posizione: chi perde può anche vincere nel variegato mondo delle glorie sportive. Questo ad un primo livello. Si sa, infatti,che i libri di calcio non parlano mai realmente di calcio. “Lo sport è il formidabile tranello che mi consente  di fingere di parlare di altro”.

Fever Pitch di Hornby è un ottimo modello a riguardo. Anche Pindaro e Leopardi videro nello sport e nelle palle rotolanti i segni di una società modello per l’uno, da sgretolare per l’altro. Per il nostro Kaiser la partita si gioca sul filo della fiction, del racconto, della narrazione di un mito moderno che pare concordato tra le forze sociali (procuratori, allenatori, squadre, pubblicità, giornalisti) ma che effettivamente è poco più che una falsa copia di  un ideale.

Questa macchina del desiderio  serve al pubblico, ai sognatori indefessi della squadra del cuore, agli scommettitori, al più a tutto quell’indotto plaudente che vive  lavora nel non-luogo dello stadio in quella perpetua illusione che lo sportivo sia ancora il semi-dio, l’eroe pindarico che innesca il sogno collettivo. Peccato che questo sogno faccia acqua da tutte le parti: donne, malavita, malaffare sono gli ingredienti di questa ricetta mediatica.  Un american dream giocato al rovescio, dove più ci arrabatta per il successo, più si scende negli abissi della propria inettitudine, fino a toccare  i gangli vitali della costruzione del Kaiser show.

C’è un grande ma.  Il disvelatore del teatrino è un giornalista, ed è a lui e alle sue abilità costruttive se questo mito prende corpo, si abbassa a parodia, si interseca con la vita,  anche con la sua, di Dosto: “Quello è Kaiser, quello sono io e miei arrovellamenti” ; ne esce un quadro forse stereotipato del calciatore brasiliano, di origini povere,  non molto dotato che tuttavia è riuscito ad imporsi furbescamente come prodotto vincente:

 

“ Loro vedevano  una palla da calcio, e dietro c’era un sogno. Io vedevo una palla da calcio e dietro c’era una macchina, una donna, un divano in pelle, un portafogli pieno. Giornalista, insegnami una parola nuova. Utilitarista. Ecco, ecco, questa è difficile davvero.  Credimi, non sono mai stato un romantico del calcio. Per me si trattava di fargli la corte come farei con una donna. Ingannarlo? Diciamo ingannarlo. Ho preso quel che ho potuto e dato quel che potuto, che non era molto”

Un’immagine del calciatore Kaiser Henrique Riposo a cui è ispirato il romanzo

Dosto, il nomignolo appioppato dai colleghi, nota forse stonata,  un omaggio (oltraggioso o superironico?)  al grande scrittore russo, –   Fëdor rimaneggiava materiali giornalistici, la similitudine più banale che mi viene in mente-  è di fatto un giornalista che cerca di risalire la china e di fare lo scoop della vita. Insicuro e indolente, cerca sempre di dire meno di quello che vorrebbe ma che una certa goffaggine intrinseca gli fa infine rivelare.Detesta François, il collega francese che gli fornisce il materiale grezzo sulla vita del Kaiser, a malapena accetta le proprie performances scrittorie, collocate strategicamente nella comfort zone della cronaca sportiva, ma con le sue stoccate di penna apre di fatto una breccia, raccontandoci il tipico psicodramma di chi ha il fuoco della scrittura  nelle vene ma per un motivo o per un altro finisce per essere Bartleby.

Da questo nodo di intrecci e piani di realtà : gli appunti di François, l’autonarrazione ridanciana di Kaiser,  con il suo linguaggio “appiattito e standardizzato”, la riscrittura del giornalista Dosto viene fuori un impiastro di verità relative e eteronome. A ciascuno la propria, di potrebbe chiosare pirandellianamente. :

“Questa è la storia di Kaiser ma è anche un po’ una MIA storia, una confessione o forse un arrovellamento, perché ho parlato di Sportswrighter, di Nothingwriter, di Nothingwriter ma ho dimenticato di dire Egowriter. Per il compiacimento, per il parlarsi addosso.  […] ed è vero che c’è Kaiser, ma è chiara la difficoltà di lasciargli proprio tutta la scena.”

Ma qualcuno si ostina a cercare una verità.  Patrone dà il tocco di giallo, giusto una pennellata:  Kaiser l’attore, la falsa promessa, il mito costruito ha in serbo uno scandalo, una storia di violenza nei confronti di una donna.  Come in ogni biografia di rock star calcistica  la vittima sacrificale  distoglie la storia dal suo binario biografico e la conduce al centro della miseria umana. Non si saprà mai se lo sportivo è turpe e macchiato del crimine;  in fondo, sembra ripetersi in un mantra pungente Dosto il giornalista, tutto fa show,  la verità è multipla:

Si potrebbe diagnosticare a Kaiser un disturbo narcisistico della personalità; ma il problema è che parrebbe che non si sia inventato niente. O meglio, ha inventato se stesso come Kaiser, e tutti (o quasi, io cerco di resistere) gli hanno creduto.

Una scrittura ad incastro, che risulta interessante e ben orchestrata nel complesso, permette a Patrone di muoversi liberamente tra frammenti di verità, mondi disconnessi che si trovano a dialogare, possibilità e probabilità di esistenze multiple all’interno di uno stesso campo di forze . La partita in campo non ha ruoli né regole, tutto si muove sul crinale della verosimiglianza e dell’artificiosità, storia e storiografia di maschere giocanti la partita della vita. Da questa incertezza morbida, “trasforma la cronaca in sociologia e sei un giornalista finito”, che non delibera né tantomeno discetta di cause ed effetti, di scelte etiche e weltanshauung, deriva una interessante prosa mista, che si  muove tra piani paralleli, ora intersecanti.

Questa,  una soluzione che diluisce la noia delle digressioni calcistiche e cattura l’attenzione verso i dettagli, le sfumature di pensiero, le minuziose analisi del sé, a tratti parossistiche, che le voci narranti intrattengono con se stesse.

Marco Patrone

Al netto delle comparazioni, questa ultima fatica letteraria sembra fluire più rapidamente del precedente romanzo (Come in una ballata di Tom Petty).  Lì una maggiore immediatezza  e un ritmo pop e giovanilistico, qui uno scorcio sulle postverità mediatiche e non e in filigrana una riflessione meta letteraria sul  ruolo dello scrittore professionista .

Dove guadagna in struttura e maturità architettonica, perde in freschezza e vitalità. A dispetto del primo è comunque un lavoro nel complesso più  muscolare nello stile , con un periodare più fluido e senza interrogazioni retoriche,  pochi ma ben definiti personaggi.  Il nostro giornalista è, alla tirata dei conti, il figlio o il fratello maggiore dell’uomo di “Tom Petty”.  Ma probabilmente questa è la sintesi e i lavori di uno scrittore non andrebbero mai soppesati nella bilancia del migliore e del peggiore. È un lavoro che certamente si accoda ad un filone “pseudo calcistico” che accomuna  scrittori come Luca Pisapia con il suo Uccidi Paul Breitner , romanzo incentrato sulle implicazioni politiche del calcio edito da Alegre e   Dalla parte del bene di Martin Fahrner edito da Keller, interessante inrteccio di storia e vissuto personale ai tempi della Primavera di Praga.

Non chioso mai con “questo libro è consigliato”, ma per diverse ragioni, spero sufficientemente illustrate,  farò un’eccezione. Anche per i non amanti del calcio, aggiungo. Resistete alla tentazione di bucare il pallone.

 

Francesca Marone “Poche rose, tanti baci”.

Poche rose tanti baci è il romanzo di esordio di Francesca Marone, edito da Castelvecchi nel 2017. La trama ruota attorno al controverso rapporto tra una donna e suo padre, ormai malato e in fin di vita. Il pericolo di indulgere a sentimentalismi è altissimo, ma Marone riesce con maestria a mantenersi in un perfetto equilibrio tra il racconto di un dolore passato e le conseguenze inevitabili sul presente. Sullo sfondo, relegato in un letto di ospedale che riproduce una di quelle immagini livide del tardo rinascimento tedesco, è stagliata la figura ingombrante del padre. Un genitore, anzi, tanto è il distacco che si sente respirare in queste pagine e che matura via via che la storia si addentra nei ricordi sbiaditi delle mancanze, delle falle di un uomo egoista, padre assente, marito fedifrago.

Eppure è lui il protagonista, l’agente della storia e il responsabile morale di un rapporto che non è mai decollato e che assomiglia ad un copione recitato con dovizia. All’attrice non protagonista, toccano le rose, surrogato stantio e stereotipato di un amore assente. Lei è Giulia, donna matura, alle prese con un matrimonio finito e un figlio adolescente, con il cuore tachicardico e la voglia di riempire una voragine esistenziale.

Il tentativo di ricostruire l’immagine di un padre perfetto è la compulsione di questa donna che si muove come un’ investigatrice alle calcagna del movente, dell’assassino e delle vittime designate. Le conseguenze del disamore saranno, in qualche modo, inevitabili e letali. Le strade del grande uomo di successo sono lastricate di gente affamata e assetata di tenerezza, una parola che non conosce albergo in questa storia, se non negli sguardi e nei gesti della figlia al capezzale di un corpo morente. Continua a leggere

L’elegia della città in salsa distopica: Brasilia di Franz Krauspenhaar

 

Brasilia, una  delle metropoli più vaste del mondo, vista dall’ alto somiglia ad un mega aeroplano. Questa originale morfologia reca il segno dell’ utopia modernista (e funzionalista) che Niemeyer e Costa, i grandi architetti che crearono la città, vollero imprimerle. Gli angoli e gli spigoli non esistono: solo forme sinuose, curve, morbidezze. Una visione figlia dell’umanesimo lecorbuseriano ha modellato di fatto, secondo una lettura a la Lefebvre, i tre livelli dell’organizzazione spaziale: lo spazio vissuto è quello che ci interessa maggiormente in questa disamina. Brasilia infatti è una città dove non la gente non brulica nelle strade, come accade di solito nelle metropoli del mondo.Gli spazi sono aperti, gli edifici sorretti da colonne.

A Brasilia si respira un sogno utopico: quello di condividere lo spazio senza inutili impedimenti. Creata per l’uomo, in realtà è una città costruita per le macchine. Gli uomini, in questo spazio irreale, si aggirano come  fantasmi. Un sogno infranto in uno scenario che evoca esso stesso il sogno.

©2010 Joana França

Questo perimetro urbano è il campo delle azioni e dei desideri dei personaggi del romanzo  di Franz Krauspenhaar, “Brasilia” (CASTELVECCHI 2018)  .Il titolo è un  elemento che lascia presupporre l’ambiente urbano  come scenario interiore delle vicende umane, secondo la nota omologia uomo/città, topos peraltro presente in  gran parte della letteratura moderna e postmoderna. Di fatto la struttura di ogni città quindi anche di  Brasilia, è visibile soltanto se vista dall’alto, quando ciò accade è un’esperienza di ampliamento  della conoscenza prima che estetica.

Quel desiderio di andare oltre che spinse Dalì a dipingere dall’alto Cristo, quasi a volere affermare “ io sono Dio, io sono il creatore”, è lo stesso che imprime il movimento al racconto di “Brasilia”. Non è un caso che al centro della vicenda vi sia il tentativo dicotomico di sostituirsi a Dio diventando Dio e  al contempo di ancorarsi alla fede, approcciata attraverso una conversione forzata, forse non del tutto autentica, incompleta e imperfetta ma sicuramente vissuta con un anelito spirituale. Senza anticipare, ecco come si presenta la città: Continua a leggere

Il 2017 porta bene

Stato

Il 2017 inizia con un omaggio molto gradito da parte della casa editrice Corrimano Edizioni, il romanzo La tua presenza è come una città di Ruska Jorjoliani.

Sono curiosa di entrare dentro questa storia, che so già essere densa di riferimenti alla storia dell’ ex-Unione sovietica, un passato non tanto remoto ma i cui strascichi emotivi e culturali sono giunti fino ai nostri giorni, in varie forme.

A presto